Spartaco (109 circa – 71 a.C), il famoso gladiatore che riuscì a sconfiggere varie volte le temute milizie romane con un esercito di schiavi, è una figura storica divenuta leggenda: un eroe che lotta per la libertà contro forze immensamente superiori, prive però di una spinta ideale. Karl Marx lo definì addirittura “uno dei migliori protagonisti della storia antica (…) un genuino rappresentante dell’antico proletariato.”

Statua di Spartaco a Sandanski (Bulgaria)

Fonte immagine: Grantscharoff via Wikipedia – licenza CC BY-SA 3.0

Nel corso dei secoli le sue imprese sono state raccontate, e romanzate, innumerevoli volte, ma le fonti storiche non sono poi così ricche di informazioni sulla sua vita, e nemmeno sulla sua morte. Quasi certamente fu ucciso in battaglia, nell’aprile del 71 a.C, e non crocifisso lungo la via Appia, come mostrato, a esempio, nel film con Kirk Douglas.

Chi era Spartaco veramente?

Non era certamente un “proletario”, ma apparteneva probabilmente a una famiglia nobile che viveva in Tracia, una regione storica fra le odierne Grecia, Bulgaria e Turchia. Per qualche tempo fece parte dell’esercito romano, ma poi disertò, forse perché incapace di assoggettarsi alla rigida disciplina militare. Dopo essere stato catturato e ridotto in schiavitù, finì a fare il gladiatore nell’Anfiteatro di Capua, dove era sorta la prima scuola di gladiatori. Se Spartaco non era riuscito ad assoggettarsi alla disciplina militare, non poteva certo tollerare la condizione di schiavo: nel 73 a.C. riuscì a fuggire, portandosi dietro altri 70 gladiatori (ma secondo Cicerone erano meno di 50) che marciarono verso il Vesuvio, armati solo di coltelli e spiedi presi dalle cucine della scuola.

Strada facendo, le file di Spartaco, che comandava i ribelli insieme a due Galli, Enomao e Crixus, andavano ingrossandosi sempre più: gli schiavi delle campagne, ma anche liberti, contadini e pastori poveri si unirono ai gladiatori, specialmente dopo che questi avevano sconfitto facilmente le legioni di Gaio Claudio Glabro prima, e di Publio Varinio dopo. Per la verità, i Romani sottovalutarono quel gruppo di schiavi male armati, che apparentemente non sembravano rappresentare un serio pericolo: i due comandanti romani non avevano a disposizione una vera legione, ma piuttosto soldati reclutati sul posto, totalmente inesperti e per niente addestrati.

Spartaco continuò a liberare schiavi nelle campagne, razziando e distruggendo anche molti villaggi del Sud Italia, mentre Roma iniziava a preoccuparsi:

l’esercito di Spartaco contava ormai 40.000 persone

Poi, come spesso accade tra chi combatte dalla stessa parte e con gli stessi scopi, i ribelli presero strade diverse: Spartaco, che non approvava l’estrema violenza degli ex-schiavi galli e germani, si diresse verso nord, mentre Crixus condusse i suoi fedeli in Apulia (l’odierna Puglia), dove fu sconfitto dal Console Lucio Gellio Publicola, che poi si diede all’inseguimento di Spartaco, mentre l’altro Console, Clodiano Lentulo, arrivava da nord. Gli spartachisti sbaragliarono le legioni di entrambi, e poi anche anche quelle del governatore della Gallia Cisalpina.

A quel punto, Spartaco aveva la strada aperta verso le Alpi e la libertà, in territori ancora relativamente poco romanizzati. Invece, per motivi che la storia non conosce, il gladiatore tornò indietro, verso Sud. I ribelli giunsero quindi in Calabria, progettando di passare in Sicilia, per unirsi a una rivolta di schiavi che infiammava all’epoca la Trinacria. Ma non avevano fatto i conti con il nuovo condottiero dei romani, il ricchissimo e tracotante Marco Licinio Crasso, che per spronare i suoi soldati alla battaglia riportò in vigore la pratica della decimazione: nelle legioni che arretravano davanti al nemico, sarebbe stato estratto a sorte un certo numero di soldati (pare ne siano stati giustiziati 4.000, dopo una sconfitta subita da Spartaco), che venivano uccisi a bastonate.

La morte di Spartaco, secondo la leggenda che lo vuole crocefisso sulla Via Appia

Immagine di Pubblico dominio

Per sfuggire ai legionari, i ribelli tornarono verso nord, dirigendosi in Puglia, con Crasso alle calcagna, che però fu sconfitto nella battaglia di Petilia. Fu l’ultima vittoria degli spartachisti: i ribelli si ritirarono verso la Lucania, dove Spartaco incontrò un pirata cilicio, Tigrane, con il quale voleva concordare una fuga via mare da Brindisi, ma l’arrivo di una guarnigione romana nel porto pugliese fece cambiare i piani del gladiatore.

Intanto, le discordie continuavano a lacerare l’esercito ribelle: i comandanti Crixus, Enomao, Gannico e Casto guidarono separatamente gruppi diversi, e Spartaco rimase con un numero esiguo di seguaci. Ancora una volta, le divisioni tra i suoi nemici, fecero il gioco dei romani:

furono infine tutti sconfitti

I 6000 soldati di Spartaco, crocefissi lungo la Via Appia

Immagine di Pubblico dominio

Spartaco, anziché tentare di scappare, affrontò Crasso in Calabria, o forse in Lucania, nell’Alta Valle del Sele, combattendo come un leone, fino alla fine, finché non fu “massacrato di colpi”.

La morte di Spartaco

Immagine di Pubblico dominio

Secondo Sallustio alla fine della battaglia, il corpo di Spartaco non fu ritrovato, probabilmente perché sfigurato, e non identificabile da un’armatura particolare. Tuttavia, secondo una versione più romantica, l’eroico schiavo riuscì a sfuggire ai suoi nemici, e condusse alcuni ribelli superstiti in qualche luogo dove era ancora possibile vivere senza subire il giogo dei Romani…

Per comprendere bene l’epopea di Spartaco sotto l’interessante video di Treccani Scuola:

Nonostante la versione cinematografica del 1960 sia da considerarsi una versione romanzata degli avvenimenti lontana dalla realtà storica, la ricostruzione di scenari e delle battaglie è comunque di interesse per gli appassionati:

Categorie: Storia

Annalisa Lo Monaco

Annalisa Lo Monaco

Appassionata di arte, romanzi gialli e storia, ha scoperto che scrivere può far viaggiare tutto il mondo da una sedia!