Soraya: la “principessa dagli occhi tristi” ripudiata dallo Scià di Persia

L’Iran è una nazione che può vantare oltre 2.500 anni di storia e innumerevoli dinastie di regnanti. L’ultima la dinastia Pahlavi contò solo due sovrani, che mantennero il potere per poco più di cinquant’anni – cinquant’anni tumultuosi non solo per le vicende politiche iraniane, ma anche per la vita familiare degli stessi Scià. Una delle storie più note e più tristi della dinastia Pahlavi è quella di Soraya Esfandiary Bakhtiari, soprannominata la “principessa dagli occhi tristi”.

Sotto, il video racconto dell’articolo sul canale Youtube di Vanilla Magazine:

La rosa di Isfahan

Nevicava a Teheran, il 12 febbraio 1951, mentre una una Rolls-Royce con intarsi dorati faceva il suo ingresso nei giardini del Palazzo Reale del Golestan; a bordo dell’auto c’era una donna il cui nome era divenuto famoso nel giro di pochi mesi in tutta la Persia e nel mondo intero:

La principessa Soraya, la “rosa di Isfahan”

Capelli corvini, malinconici occhi verdazzurri e una bellezza fine e delicata, il soprannome le derivava dalla città natale del padre, il principe Khalil Esfandiary, uno dei capi dell’influente tribù dei Bakhtiari.

Khalil, ambasciatore in Germania, aveva sposato l’ereditiera Eva Karl, la quale aveva dato alla luce la loro prima figlia il 22 giugno 1932 a Isfahan, nello Stato che all’epoca era ancora conosciuto come Persia.

Soraya in tenera età con la madre, 1935 circa

La sensazione di essere spezzata e contesa tra due realtà – l’Europa divelta dai venti di guerra e la Persia dove la dinastia Bakhtiari aveva radici secolari – accompagnò Soraya per tutta la vita, divisa tra le passeggiate e i giochi con i nonni materni a Berlino e l’adolescenza trascorsa insieme al fratello Bijan nel giardino della sontuosa casa che i genitori fecero costruire a Isfahan.

Durante la Seconda Guerra Mondiale Soraya si vide costretta ad abbandonare la scuola tedesca che frequentava a Isfahan, proseguendo i suoi studi privatamente: l’educazione di stampo persiano che le venne impartita dalla sua istitutrice si rivelò carente, e venne a sua volta accantonata quando, al termine del conflitto, Khalil ed Eva decisero di mandare la figlia in collegio, prima a Montreaux e poi a Losanna.

Soraya Esfandiari, principessa dell’Iran

Gli anni del collegio non furono infelici, sebbene Soraya avesse poche amiche: il suo carattere riservato e indipendente le permetteva di bastare a se stessa e di coltivare in solitudine le sue passioni – il nuoto, la pesca, l’equitazione e la fotografia.

Il 1950 fu l’anno del diploma – per certi versi, la fine di una vita e l’inizio di una nuova. Il percorso di Soraya sembrava non dover prendere un sentiero molto diverso da quello di altri giovani di ieri e di oggi; la principessa si trasferì in Inghilterra all’inizio dell’estate. Il soggiorno a Londra le avrebbe permesso di migliorare il suo inglese e darle il tempo di pianificare il suo futuro.

Il grande sogno nel cassetto era quello di diventare un’attrice

La vita di Soraya subì effettivamente una svolta, ma non fu né il cambiamento che lei si attendeva né, soprattutto, finì con il somigliare alla pellicola di un film romantico come il mondo intero si sarebbe aspettato.

L’incontro con lo Scià

Quell’estate del 1950 a Londra soggiornava anche la principessa Ashraf Pahlavi, sorella gemella dello Scià di Persia, Mohammad Reza Pahlavi. Ashraf conobbe Soraya nel corso di una soirée, e si adoperò immediatamente per raccogliere informazioni sul suo conto.

Mohammad Reza e la sorella gemella Ashraf Pahlavi negli anni quaranta

L’interesse della principessa Ashraf per Soraya non era però dettato da mera curiosità o dal banale pettegolezzo. Circa dieci anni prima Mohammad Reza Pahlavi aveva sposato la principessa Fawzia d’Egitto; il matrimonio, da cui era nata una figlia, Shahnaz, si era rivelato mal assortito e profondamente infelice, e si era concluso con il divorzio della coppia nel 1948.

Da allora lo Scià era alla ricerca di una nuova consorte

Ad occuparsi della “selezione” di eventuali candidate erano la principessa Ashraf e Taj al-Moluk, madre dello Scià. La personalità e la bellezza di Soraya vennero considerate da Ashraf appropriate per la futura regina dell’Iran, e una fotografia inviata a Teheran ottenne l’approvazione anche della Regina Madre.

La regina Soraya nel 1956

Soraya fu invitata a cena al Palazzo Reale di Teheran, e alla ragazza sembrò un comune evento formale a cui avrebbe dovuto partecipare come membro di spicco della tribù Bakhtiari.

L’incontro con Mohammad Reza Pahlavi si rivelò una sorpresa per entrambi

Lo Scià era un uomo affascinante e carismatico, anche se non un modello di bellezza. Era salito al “trono del pavone” – così veniva chiamato il trono dell’Iran – nel 1941, e riteneva che il suo ruolo fosse stato stabilito da un preciso disegno divino. Viveva nel culto della centenaria storia della Persia e dei suoi monarchi – in particolare di Ciro il Grande – ma lo Scià aveva improntato la sua politica su una linea filoccidentale.

Soraya rimase affascinata dallo Scià, il quale aveva a sua volta studiato in Europa e con cui conversò per tutta la durata della soirée. Per la principessa fu amore a prima vista, ma al termine della serata tornò all’hotel dove alloggiava insieme ai genitori e andò a letto certa che non avrebbe avuto altre occasioni per rivedere lo Scià, quantomeno non a breve.

Immaginate il suo stupore quando, poco dopo le due del mattino, venne svegliata da suo padre. Khalil Esfandiary le comunicò di aver ricevuto una telefonata da parte dello Scià in persona, che gli aveva chiesto la mano di sua figlia.

Al colmo della felicità, Soraya rispose “sì”

La neve

La neve nel giorno delle nozze è segno di buon auspicio, così vuole un’antica credenza iraniana – ma altri e più sfortunati presagi offuscarono il matrimonio di Soraya e dello Scià, gettando un’ombra sul destino che avrebbe atteso la principessa.

Poche ore dopo la telefonata tra lo Scià e Khalil Esfandiary, le fotografie di Soraya vennero diffuse su tutti i giornali del Paese, e le voci che la vedevano come la nuova futura sposa del sovrano vennero ben presto confermate.

La principessa Soraya e lo Scià Mohammad Reza Pahlavi nel giorno delle loro nozze

Il fidanzamento venne ufficializzato molto in fretta, e poiché lo Scià desiderava convolare a nozze il più presto possibile la data del matrimonio venne fissata per il 26 dicembre 1950. Ma un evento inaspettato rinviò le nozze: poche settimane prima della cerimonia Soraya si ammalò gravemente di tifo. La principessa fu in pericolo di vita per alcuni giorni, e dopo la fase acuta iniziò una lunga e lenta convalescenza. Lo Scià le fece visita ogni giorno, ma la sua impazienza gli impedì di attendere che la futura sposa si fosse pienamente ripresa.

Il 12 febbraio del 1951 una Teheran innevata accoglieva i 2.000 invitati al matrimonio dello Scià di Persia. Il Palazzo Reale era decorato con orchidee, rose e tulipani giunti in aereo dai Paesi Bassi, e riempito da doni di nozze da parte delle più importanti figure politiche del tempo – da Stalin al Presidente statunitense Truman ai sovrani d’Inghilterra.

Soraya, pallida, ancora debole per la malattia e con la febbre alta, indossava un abito di Dior in lamé d’argento, decorato con perle e piume di marabù: un vestito che sarebbe stato il sogno di molte spose, ma troppo pesante per una ragazza di diciannove anni ancora convalescente. La principessa svenne tre volte sotto il peso della stoffa e dei gioielli, tanto che lo Scià diede ordine di tagliare buona parte dello strascico per non affaticare ulteriormente la sposa.

La cerimonia, trasmessa dalle televisioni di tutto il mondo, si concluse in tarda serata, e calò il sipario su quella che appariva come la perfetta conclusione di una storia d’amore.

Il palazzo della solitudine

Anni dopo, Soraya scrisse nelle sue memorie del “Il palazzo della solitudine”, e di come la parte più difficile dell’essere la nuova regina dell’Iran dovesse ancora cominciare.

La coppia, più innamorata che mai, si stabilì presso il Palazzo Reale, dove Soraya assunse il ruolo di moglie dello Scià accompagnando il marito a eventi pubblici e dedicandosi a opere di beneficienza. Lo Scià era quasi tutto il giorno impegnato in affari politici e Soraya, per sopportare meglio la solitudine, provò a dedicarsi ai suoi vecchi passatempi di studentessa o a trascorrere del tempo con la famiglia reale. La nuova regina si rese conto che la vita di palazzo era in realtà una trappola.

Si sentiva osservata e giudicata a ogni ora del giorno. Le era impedito di giocare a tennis, cavalcare o avere una macchina fotografica. Scoprì persino che la cognata e la Regina Madre, che tanto avevano caldeggiato la sua unione con lo Scià, ora sembravano essersi pentite di averla favorita: Ashraf e Taj al-Moluk si dimostrarono gelose di Soraya, poiché vedevano in lei una possibile avversaria nell’affetto del sovrano. Una terza “rivale” era – secondo Soraya – la principessa Shahnaz, con la quale ebbe frequenti scontri.

Tadj ol-Molouk nel 1926

Un’altra presenza che Soraya avvertiva come molesta era quella di Ernest Perron, migliore amico e segretario dello Scià, il quale si intrometteva continuamente nella vita privata della coppia e che aveva su Mohammad Reza un’influenza che la regina giudicava pericolosa.

Perron (a sinistra) con Mohammad Reza Pahlavi nel 1961 o prima

Soraya veniva criticata per l’educazione europea, contrapposta alla millenaria tradizione iraniana, e poteva rifugiarsi soltanto nell’amore che la legava allo Scià.

L’esilio e la mancanza di un erede

L’amore e la lealtà di Soraya verso il marito vennero messi alla prova durante il colpo di Stato di Mossadegh. Nel 1953 il Primo Ministro iraniano Mohammad Mossadegh prese il potere e costrinse lo Scià e la moglie alla fuga. La coppia raggiunse Roma e lì si stabilì in esilio, avendo con sé una piccola somma in denaro sufficiente, a dire di Reza Pahlavi, a comprare una piccola fattoria negli Stati Uniti e a vivere da agricoltori.

Soraya accettò con stoicismo l’esilio, e accetto anche il denaro che gli amici dello Scià raccolsero per mantenere la coppia nel loro esilio. Fu certamente più felice quando, dopo la deposizione di Mossadegh, lei e il marito poterono tornare in Iran e riprendere il ruolo di sovrani, anche se una nuova ondata di critiche investì la coppia. Soraya e lo Scià iniziarono a dedicarsi sempre meno alla politica e sempre di più a passatempi all’aria aperta, balli in maschera e, soprattutto, lunghi e lussuosi viaggi intorno al mondo.

La principessa Soraya (a sinistra) a Rapallo nel 1960

I media e l’opinione pubblica iraniani scagliavano frecciatine maligne alla coppia ogniqualvolta i paparazzi segnalavano la loro presenza a Hollywood, nella Sun Valley o a Miami Beach. Ciò che la gente non sapeva era la ragione di quei viaggi, che non era semplice svago ma qualcosa di molto più serio.

Terminato il colpo di Stato di Mossadegh, gli occhi e il pensiero dell’Iran tornarono al principale motivo per cui lo Scià si era risposato: la mancanza e la necessità di un erede maschio al trono del pavone. Le voci sulla presunta incapacità di Soraya di avere figli avevano iniziato a circolare già dai primi mesi dopo le nozze, ma verso la fine del 1954 lo Scià stesso confidò alla moglie la sua preoccupazione.

In quello stesso anno aveva perso la vita il fratello minore dello Scià, il principe Ali Reza, che Mohammad Reza aveva nominato come suo successore ufficiale nella mancanza – che riteneva all’epoca solo temporanea – di un erede.

Soraya fu visitata da alcuni luminari a San Francisco, dove fu solo accennato un problema di fertilità; dopo una seconda visita a Boston si arrivò a un verdetto infausto: Soraya era sterile. La donna si sottopose a moltissime cure presso cliniche in Svizzera e in Francia, che però non diedero alcun frutto. La consapevolezza di non poter avere figli fu una grande sofferenza per Soraya, la quale pensava di poter contare sull’amore del marito, che le sarebbe rimasto accanto pur sapendo di non poter mai avere un erede da lei. Questo, almeno, era ciò che la principessa s’illudeva sarebbe accaduto.

Il divorzio

Le voci sulla sterilità di Soraya divennero presto di pubblico dominio, voci che furono usate dalla regina Regina Madre per alimentare la sua antipatia nei confronti della nuora: Taj al-Moluk iniziò a fare pressioni sul figlio affinché divorziasse e scegliesse una moglie in grado di dargli un erede. Lo Scià all’inizio rifiutò la proposta della madre, ma i suoi consiglieri e l’alta considerazione che aveva del suo ruolo lo misero di fronte a un bivio.

Mohammad Reza Pahlavi era considerato, in quanto sovrano dell’Iran, “il Re dei Re, Reggente di Dio, Ombra dell’Onnipotente e Centro dell’Universo”, e non riusciva a tollerare di non poter proseguire una dinastia millenaria di sovrani.

Ritratto ufficiale di Mohammad Reza Pahlavi

A peggiorare la situazione dopo la morte del fratello minore fu il matrimonio della principessa Shahnaz con Ardeshir Zahedi, un uomo che lo Scià disprezzava e che non avrebbe mai accettato di vedere sul trono dell’Iran.

Soraya, terrorizzata che il suo intero mondo stesse per crollare, provò a suggerire al marito di modificare la Costituzione, in modo da designare come erede uno dei suoi fratellastri. La principessa s’illudeva che lo Scià avrebbe agito come re Edoardo VIII d’Inghilterra, che qualche anno prima aveva abdicato al trono per amore della donna che amava, Wallis Simpson.

Lo Scià rifiutò e nel marzo 1958 comunicò a Soraya la sua decisione: le sarebbe stato permesso di conservare il suo ruolo di regina e di consorte “principale”, a patto che accettasse la presenza di una seconda moglie con cui Mohammad Reza fosse stato in grado di generare un erede.

Soraya fu e umiliata dall’ultimatum del marito, respinse con decisione questa proposta e preferì essere ripudiata. Il 21 marzo 1958 – durante il Capodanno iraniano – lo Scià scoppiò a piangere nella diretta televisiva e radiofonica in cui annunciava il suo divorzio da Soraya. La principessa lasciò l’Iran per non farvi mai più ritorno.

Lo scià Mohammad Reza e l’imperatrice Farah nel 1978

L’Italia e Franco Indovina

Soraya aveva ventisei anni al momento del divorzio e iniziò a viaggiare per il mondo, soggiornando prima a Monaco e poi in Francia, stabilendosi infine in Italia. Aveva deciso di tentare di realizzare il suo sogno di adolescente: diventare un’attrice.

In Italia Soraya divenne famosa con il soprannome “la principessa dagli occhi tristi”, e la sua popolarità le fece ottenere un ruolo nel film “I tre volti”. La sua performance, anche se fu lodata e promossa da Alberto Sordi, non venne apprezzata né dal pubblico né dalla critica e pose fine alla breve carriera dell’ex Regina di Persia.

Il film diede però occasione a Soraya di conoscere il regista Franco Indovina, sposato e con tre figlie. La storia d’amore tra Indovina e la principessa dagli occhi tristi durò per sette anni, sette anni durante i quali l’uomo si rifiutò categoricamente di divorziare e in cui Soraya, sentendosi in colpa, si allontanava a più riprese da lui per poi ritornare dopo brevi periodi di separazione.

Soraya alla spiaggia di Noordwijk dopo il suo divorzio, agosto 1959

Tutto si concluse tragicamente con la morte di Franco Indovina, rimasto ucciso nel disastro aereo del volo Alitalia 112 nel 1972. La morte di Franco acuì la depressione che già dal giorno del divorzio aveva iniziato ad avviluppare l’anima di Soraya. La principessa tornò in Francia, dove si stabilì in un appartamento nel cuore di Parigi. Con il trascorrere degli anni si ritirò progressivamente dalla scena pubblica e prese a frequentare sempre meno le serate mondane e gli eventi di società. Ma in tutti quegli anni non aveva mai smesso d’informarsi sulla sorte dell’Iran e dello Scià.

La morte

Un anno e mezzo dopo il divorzio da Soraya Mohammad Reza Pahlavi aveva sposato la sua terza moglie, Farah Diba, la quale aveva dato alla luce il tanto sospirato erede, il principe Reza. Lo Scià e Farah Diba avevano avuto altri tre figli: la principessa Farahnaz, il principe Ali Reza e la principessa Leila.

Leila Pahlavi

La rivoluzione del 1979 aveva posto fine alla dinastia Pahlavi e alla monarchia iraniana, costringendo lo Scià a lasciare il Paese. La coppia aveva vissuto da esule in Marocco, alle Bahamas e in Messico. Infine, l’Egitto aveva deciso di accogliere lo Scià e la sua famiglia, anche a causa delle gravi condizioni di salute in cui versava Mohammad Reza, malato di linfoma non Hodgkin in stadio terminale.

Quando Soraya seppe che lo Scià si trovava in fin di vita gli scrisse una lunga lettera in cui ribadiva tutto l’amore che aveva provato e che ancora provava per lui, chiedendogli di rivederlo per un’ultima volta. L’incontro venne ostacolato dall’iniziale opposizione di Farah Diba, la quale infine cedette alle ultime volontà del marito morente. Poco prima di prendere l’aereo che l’avrebbe condotta in Egitto al capezzale dello Scià, Soraya ricevette la notizia che Mohammad Reza era spirato.

Dopo la morte dell’ex-marito l’ex Regina si lasciò cadere nella più profonda depressione. Si ritirò nel suo appartamento di Parigi, che aveva decorato con i doni di nozze e con tutti i suoi ricordi dell’Iran e della sua vita con lo Scià, frequentando poco il mondo e mantenendo i contatti solo con pochi affetti. Il 26 ottobre del 2001, la domestica di Soraya trovò la principessa senza vita: quegli occhi tristi si erano chiusi per sempre, segnando un destino che, secondo le parole della stessa Soraya, aveva sacrificato la sua felicità in nome della ragion di Stato.

Andrea Vittoria Apostolo

Nata e cresciuta in Piemonte, si laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia a Milano. Attualmente vive e lavora a Manchester. Da sempre crede che ogni luogo meriti di essere scoperto e che ogni storia valga la pena di essere raccontata