Se per i cristiani la morte rappresenta il momento di transizione verso la vita eterna, che dovrebbe essere molto migliore della breve esistenza terrena, per i buddisti vita e morte si rincorrono in un eterno ciclo di reincarnazione, dal quale è possibile uscire solo seguendo la difficile strada che porta al Nirvana, il traguardo cui deve tendere ogni essere vivente. Semplificando molto, anche perché il concetto varia a seconda delle diverse scuole buddiste, il nirvana è la libertà dal desiderio, e quindi anche dal dolore.

Per raggiungere il nirvana, tra l’11° e il 19° secolo, i monaci della scuola di Shingon, in Giappone, praticarono il sokushinbutsu: un lunghissimo e dolorosissimo percorso di purificazione che doveva portare all’illuminazione, ovvero raggiungere lo stato del Buddha. La strada per raggiungere il difficile obiettivo era quella dell’automummificazione.

Luang Phor Daeng Payasilo, un monaco auto-mummificato – Thailandia

Fonte immagine: Meistrup via Wikimedia Commons – Licenza CC BY-SA 3.0

Nei secoli compresi tra il 1081 e il 1903, diversi monaci riuscirono nell’impresa di trasformare progressivamente il proprio corpo in una mummia, mentre erano ancora in vita, a differenza di quelle dell’antico Egitto, che venivano preparate con un complicato processo post-mortem.

Questa terribile pratica fu messa in atto per emulare il monaco del 9° secolo che aveva fondato la scuola di Shingon, Kūkai. Secondo l’agiografia che iniziò a circolare due secoli dopo la scomparsa di Kūkai, il monaco non era veramente morto, ma era piuttosto entrato in uno stato di meditazione profonda, dal quale sarebbe uscito dopo milioni di anni, per indicare ad altre anime la via per raggiungere il nirvana.

Ritratto di Kūkai, conosciuto anche come Kōbō Daishi 

Immagine di Pubblico Dominio

Nel corso del tempo, furono molti i monaci che tentarono di trasformarsi in sokushinbutsu o “Buddha nel suo stesso corpo”, in particolare nel nord del Giappone, nella prefettura di Yamagata, all’ombra delle Tre montagne di Dewa, dove sorgono molti templi buddisti.

Il processo di auto-mummificazione era lungo e arduo, e prevedeva tre fasi, ognuna delle quali durava mille giorni. Mille giorni di privazioni sempre crescenti, che non dovevano interferire con la meditazione rituale e il necessario esercizio fisico, trascorsi seguendo una dieta basata solo sul consumo di acqua, noci e semi che si potevano raccogliere nei boschi.

Durante la seconda fase, il monaco doveva cibarsi solo di corteccia, radici, e aghi di pino. Questo regime alimentare così povero aveva lo scopo di fortificare lo spirito e al tempo stesso di eliminare gli strati adiposi del corpo e i liquidi, causa della decomposizione dopo la morte. Verso la fine del secondo ciclo, era prevista l’assunzione di un tè tossico, ricavato da una pianta velenosa, che provocava una consistente perdita di liquidi, attraverso forti sudorazioni e eccessiva diuresi, ma non solo: le larve e i vermi che solitamente si cibano dei cadaveri non avrebbero gradito i tessuti contaminati dalla tossina.

Statua in legno di Kūkai

Fonte immagine: PHGCOM via Wikimedia Commons – licenza CC BY-SA 3.0

Dopo seimila giorni, quando ormai il corpo era ridotto, non metaforicamente, “pelle e ossa”, iniziava il terzo e ultimo passaggio: il monaco entrava in una piccola cripta di pietra, sufficiente ad accoglierlo nella posizione del loto. La tomba provvisoria veniva sigillata, e solo una canna di bambù consentiva un minimo ricambio d’aria. In quelle condizioni così estreme, il monaco continuava a meditare, e segnalava ai suoi confratelli di essere ancora vivo suonando una campanella. Quando non si udiva più alcun rumore, la tomba veniva aperta, per constatare la morte effettiva del monaco e per rimuovere la “presa d’aria”.

Per altri mille giorni il corpo restava chiuso nel sepolcro provvisorio, e poi, finalmente, si poteva scoprire se il monaco era diventato un vero sokushinbutsu, degno della venerazione di ogni credente. Se il cadavere presentava invece segni di decomposizione, i discepoli praticavano un esorcismo rituale, e poi sigillavano nuovamente la cripta, dove il monaco avrebbe riposato in eterno.

Bukkai, l’ultimo monaco a divenire sokushinbutsu, si sottopose all’automummificazione negli ultimi anni dell’800, quando la pratica era ormai bandita nel Paese.

Morì nel 1903, ma il suo corpo fu tirato fuori dalla tomba di pietra solo negli anni ’60, intatto

Tempio di Kanzeonji, dove è esposta la mummia del monaco Bukkai

Fonte immagine: Jacob Halun via Wikimedia Commons – licenza CC BY-SA 4.0

Secondo alcune fonti, furono 24 i monaci che, nel corso dei secoli, riuscirono a trasformarsi in Buddha; ma potrebbero essere molti di più, corpi dimenticati dagli uomini, in attesa di tornare alla vita tra qualche milione di anni.

Categorie: Scienza

Annalisa Lo Monaco

Annalisa Lo Monaco

Appassionata di arte, romanzi gialli e storia, ha scoperto che scrivere può far viaggiare tutto il mondo da una sedia!