Sull’opportunità di rimarcare o meno le differenze di genere negli anni della prima infanzia è stato scritto tutto e il contrario di tutto. Indipendentemente da ciò che ognuno di noi può pensare, ancora una volta pare proprio che la storia smentisca solide convinzioni. Fino a poco più di un secolo fa nessun genitore del mondo occidentale, in particolare anglosassone, si è mai posto il problema di “condizionare” lo sviluppo dei figli maschi, nonostante gli abiti “femminili” indossati indistintamente da bambini di ogni ceto almeno fino ai quattro anni d’età.

Sotto, Ritratto di due bambini: quello a sinistra è sicuramente un maschio, mentre la figura a destra è probabilmente una femmina – Boston, 1775/1780

E’ quasi impossibile, se non per occhi esperti di storia del costume, distinguere i maschietti dalle femminucce nei quadri che ritraggono bambini/e, perché sono vestiti allo stesso modo: indossano lunghe gonne, scarpe vezzose, e tutti portano i capelli lunghi.

I figli di Carlo I d’Inghilterra. Il secondo da sinistra è James, ancora vestito con abiti femminili all’età di 4 anni. Dipinto di Van Dyck – 1637

I pantaloni non erano contemplati nell’abbigliamento di un bambino almeno fino ai quattro anni d’età, ma l’uso di gonne e  abiti che oggi definiremmo “da femmina”, poteva prolungarsi fino agli otto anni, e talvolta anche oltre.

Luigi XV nel 1712


Malgrado possa sembrare una moda poco pratica, in realtà quel modo di vestire i bambini di ambo i sessi assolveva proprio a uno scopo funzionale.

Bambino tedesco di circa tre anni

In tempi nei quali non esistevano i pannolini usa e getta, e i pantaloni avevano complicati sistemi di chiusura, cambiare un bambino che indossava una gonna risultava indubbiamente più semplice e veloce.

Ritratto di Luigi XIV e di suo fratello Filippo – 1640

E così, all’incirca dalla metà del 16° secolo, fino alla fine del 19° (ma in qualche caso anche agli inizi del 20°), i bambini occidentali indossavano abiti oggi ritenuti esclusivamente femminili.

Famiglia Lomellini, Genova – Antoon Van Dyck, 1623

Con un ulteriore vantaggio pratico, di tipo economico: quando i vestiti erano ancora piuttosto costosi, anche per le famiglie della piccola nobiltà, era facile realizzare delle gonne che potessero essere allungate, seguendo la crescita del ragazzo.

Bambino fiammingo, con un abito che poteva essere allungato, grazie alle pieghe in fondo alla gonna

E se le famiglie più ricche, nelle quali non si doveva passare un vestito da un figlio/a all’altro/a, potevano permettersi una distinzione di genere con l’uso di certi colori o determinate rifiniture, i meno abbienti erano abituati a usare abiti che potessero essere riutilizzati da tutti i bambini della famiglia.

Luigi Filippo di Borbone-Orléans – 1750

Poi, talvolta con grande dolore delle madri, arrivava il giorno del “breeching”, della cerimonia durante la quale il bambino indossava il suo primo paio di pantaloni: da infanti senza sesso, i maschietti si trasformavano in ragazzi pronti a entrare nel mondo degli uomini, con tutti i vantaggi che questo comportava.

Il giorno del “breeching” per un bambino inglese del 1867

Secondo la storica statunitense Anne S. Lombard “i pantaloni consentivano a un ragazzo di muoversi: correre, salire sui carri e superare i recinti, e andare a cavallo. Le sue sorelle rimanevano chiuse in abiti che inibivano i loro movimenti e le tenevano più vicine a casa”.

Franklin Delano Roosevelt all’età di due anni – Giugno 1884

Indossare per la prima volta i pantaloni rappresentava una pietra miliare nella vita di ogni ragazzo, l’acquisizione della virilità. Ma non solo: il bambino, da quel momento, avrebbe passato sempre meno tempo con la madre e molto di più con il padre, in attività considerate tipicamente maschili, come andare caccia, a cavallo, o praticare sport.

Tutte le famiglie, anche le più povere, organizzavano il rito del breeching. Era ovviamente molto difficile che i meno abbienti potessero permettersi un abito nuovo per ogni figlio, e lo stesso indumento veniva passato da un fratello all’altro o ai cugini. Per quei bambini non c’era festa per quell’importante rito di passaggio, anzi: il più delle volte indossare i pantaloni, intorno ai sette anni, coincideva con l’inizio di una condizione da piccolo schiavo, finiva l’infanzia e cominciava il duro lavoro manuale.

Bambino inglese – 1871 – Solo il nome scritto a lato consente di determinare il sesso

Invece, nelle famiglie ricche la cerimonia del breeching prevedeva una grande festa, durante la quale il bambino riceveva in dono una spada giocattolo, mentre parenti e amici della famiglia elargivano delle somme di denaro.

Un bimbo indossa un pagliaccetto – 1784 – Francisco Goya

Verso la fino del 18° secolo, gonne e sottovesti furono gradualmente sostituite, a partire dai tre anni, con i pagliaccetti, e poi ancora da abiti corti, indossati sopra a pantaloncini bianchi, indifferentemente da maschi e femmine.

Alfonso, principe del Brasile – 1846

Solo alla fine della prima guerra mondiale gli abiti divennero definitivamente differenti per maschi e femmine.

Bambino inglese, 1836

Curioso come uno scrittore e tipografo della fine del ‘700 fosse contrario all’uso dei pantaloni nei bambini di quell’età: secondo George Nicholson, comprimere i genitali avrebbe avuto un effetto negativo sullo sviluppo del cervello. E se non esistono prove a sostegno di questa teoria, un’altra preoccupazione di Nicholson si è dimostrata reale: pantaloni troppo stretti possono davvero danneggiare la fertilità. Chissà, forse Nicholson avrebbe approvato la moda, tanto gradita a molti ragazzi di oggi, dei pantaloni con il cavallo tanto basso da sfiorare le ginocchia…

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.