Serge e Beate Klarsfeld: coniugi a caccia di Nazisti in Fuga

Berlino, 7 novembre 1968. È in corso il convegno dell’Unione Cristiano-Democratica di Germania e il cancelliere Kiesinger, membro al vertice del partito, sta per prendere la parola. Dietro le quinte una giovane donna elude la sicurezza spacciandosi per una giornalista, sale sul palco, si avvicina e lo schiaffeggia. La folla è attonita; anche Kiesinger. La protagonista dell’episodio è Beate Klarsfeld. All’epoca aveva ventinove anni, ma insieme a suo marito Serge farà tanta strada, braccando criminali e ottenendo il plauso della comunità internazionale impegnata nella lotta contro l’impunità degli ex membri delle SS coinvolti nell’Olocausto.

Kiesinger nel 1967 – Immagine del Bundesarchiv condivisa con licenza CC BY-SA 3.0 de via Wikipedia

«Nella caccia ai nazisti i Klarsfeld hanno sempre mantenuto un profilo di umanità e di civiltà. Un esempio ammirevole soprattutto in tempi come i nostri, dove ritornano odio e antisemitismo. Giustizia sempre, vendetta mai, questa è la lezione che Serge e Beate ci consegnano», sono le parole con cui Liliana Segre ha definito il loro operato.

Beate Klarsfeld nel 2015 – Immagine di Claude Truong-Ngoc condivisa con licenza CC BY-SA 3.0 via Wikipedia

L’operato di un uomo e di una donna, di due cittadini comuni che, nel dopoguerra, si sono impegnati per assicurare alla giustizia chi era riuscito a togliersi la divisa con la svastica e a vivere ignorando il passato.

Beate Klarsfeld nel 1986 – Immagine dell’Associazione FFDJF condivisa con licenza CC BY-SA 2.5 via Wikipedia

Nata a Berlino il 13 febbraio del 1939, Beate Auguste Künzel è la figlia di Kurt ed Hélèn Künzel. Suo padre lavorava nel campo assicurativo, ma allo scoppio della guerra divenne un soldato della Wehrmacht. L’unità a cui apparteneva combatté prima in Belgio, poi in Russia, dopodiché, Kurt fu congedato e rispedito in patria a causa di una polmonite. L’esperienza del padre rappresentò il primo vero contatto di Beate con il nazismo. Nella Germania devastata dalle gravi conseguenze del conflitto la giovane sembrava destinata a una vita da semplice casalinga, divisa fra casa, chiesa e figli da accudire, ma le sue ambizioni la portarono da tutt’altra parte. Per fugare la trappola di un eventuale matrimonio, a ventun anni partì per la Francia come ragazza alla pari, accasandosi a Parigi e iniziando a studiare il francese. Dotata di una grande ambizione, nel 1963 divenne segretaria bilingue presso l’Ufficio della gioventù franco-tedesca, un’organizzazione cooperativa nata per volere di Charles De Gaulle e Konrad Adenauer.

Konrad Adenauer, cancelliere della Germania Ovest dal 1949 al 1963. Sotto il suo governo molti ex nazisti ottennero l’amnistia – Immagine del Bundesarchiv condivisa con licenza CC BY-SA 3.0 de via Wikipedia

Nello stesso anno, sul binario di una fermata della metropolitana conobbe il venticinquenne Serge, amministratore di una stazione radiofonica di Parigi che studiava per diventare avvocato. Fra loro scattò la scintilla e Beate rimase impressionata delle esperienze di Serge con il mondo nazista. Da allora, entrambi si prodigarono affinché gli impuniti pagassero il loro conto con la giustizia.

Serge Klarsfeld nel 2015 – Immagine di Claude Truong-Ngoc condivisa con licenza CC BY-SA 3.0 via Wikipedia

Nato a Bucarest il 17 settembre del 1935, Serge Klarsfeld è il figlio di Arno e Raïssa Klarsfeld. In quanto ebrea, la sua famiglia abbandonò la Romania e si rifugiò a Nizza nel 1943, ma non riuscì a sottrarsi alla purga razziale. Il giorno in cui la polizia di Vichy li rintracciò e giunse per arrestarli, Arno chiuse moglie e figli dentro un armadio munito di un sottile tramezzo di compensato da lui stesso costruito. Dopo aver convinto gli agenti che i suoi familiari erano già scappati altrove, fu deportato e ucciso ad Auschwitz. Continuando a nascondersi nel sud della Francia, a guerra finita, ciò che restava dei Klarsfeld tornò in Romania, per poi trasferirsi a Parigi. Nella capitale francese, Serge si laureò in storia alla Sorbona e, successivamente, in giurisprudenza. Nel 1963 sposò Beate, da cui ebbe due figli, Linda e Arno.

Serge e Beate Klarsfeld – Immagine dell’Associazione FFDJF condivisa con licenza CC BY 3.0 via Wikipedia

I Klarsfeld esordirono nella caccia ai nazisti già negli anni ’60. Pur vivendo in pianta stabile a Parigi, Beate non smise d’interessarsi alle vicende del suo paese natio e si unì al Partito Socialdemocratico di Germania (SPD), guidato da Willy Brandt. A partire dal 30 novembre del 1966, la nazione vide una serie di avvicendamenti politici: il cancelliere Ludwig Erhard rassegnò le dimissioni e Kurt Georg Kiesinger si candidò alla carica attraverso una coalizione fra il suo partito, l’Unione Cristiano-Democratica di Germania (CDU), e quello di Brandt. Malvisto dal movimento studentesco a causa del suo scarso interesse nei confronti della sensibilizzare sulla realtà dei crimini nazisti, la figura di Kiesinger attirò l’attenzione di Beate, che si convinse a ostracizzarlo.

Da sinistra verso destra: il presidente federale Lübke, il cancelliere federale Kiesinger e Willy Brandt – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Attraverso gli articoli di alcuni giornali francesi e la consultazione di documenti risalenti agli anni dell’occupazione, scoprì che, dal 1940, Kiesinger era stato vice-capo del dipartimento per la politica radiotelevisiva del ministro degli Esteri nazista e, progredendo di grado, era arrivato a essere il principale responsabile della propaganda antisemita. Contraria all’idea che un ex nazista governasse la Germania, Beate prese contatti con i leader dei movimenti studenteschi e alcuni politici francesi per dare inizio alla sua personale crociata contro Kiesinger, nel frattempo, eletto cancelliere il 1° dicembre del 1966.

Il 14 gennaio del 1967 pubblicò sul quotidiano Combat un articolo di protesta, I due volti della Germania, che le valse il licenziamento dall’Ufficio della gioventù franco-tedesca. Irremovibile sulla necessità di stroncare la reputazione immacolata del politico, si recò in Germania per passare dalle parole ai fatti. Da lì in avanti, supportata, fra l’altro, da Günter Grass, futuro premio Nobel per la letteratura, si rese protagonista di una serie di episodi che contribuirono ad farla diventare un’icona del suo tempo.

Günter Grass e Willy Brandt neI 1970 – Immagine del Bundesarchiv condivisa con licenza CC BY-SA 3.0 de via Wikipedia

Prima dell’ultimo e più eclatante episodio, Beate cercò di incrociare la sua strada con quella di Kiesinger in diversi eventi pubblici, al fine di apostrofarlo per quello che era:

Un nazista

Infine, pianificò qualcosa di grande e, al contempo, simbolico. Contro il parere di Grass, che, a cose fatte, definì il suo gesto “irrazionale”, decise di schiaffeggiare il cancelliere. Intrufolatasi al congresso del CDU a Berlino, il 7 novembre del 1968 salì sul palco e con la mano impresse sul volto di Kiesinger la rabbia di tutti gli ebrei morti a causa del regime con il quale aveva collaborato.

«Ho gridato: “Kiesinger, nazista, dimettiti”. I media erano presenti. Simbolicamente rappresentavo la giovane generazione che schiaffeggia il padre nazista».

Kiesinger stringe la mano a Lyndon Johnson nel 1967 – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Fu subito arrestata e condannata a un anno di carcere, ma, in virtù della sua nazionalità francese, che aveva cambiato con quella tedesca anni addietro, non dovette scontare alcuna pena; anzi, ricevette il plauso di un altro futuro premio Nobel per la letteratura, Heinrich Böll, che le inviò delle rose rosse a Parigi. Tuttavia, Beate non si ritenne soddisfatta e progettò una nuova protesta. L’11 novembre giunse in Belgio con l’intenzione di sabotare un discorso del cancelliere in programma a Bruxelles due giorni dopo, ma le autorità la intercettarono e la invitarono a lasciare il paese. Prima di partire, i Klarsfeld istruirono gli universitari locali attraverso una serie di incontri propagandistici e la distribuzione di volantini. L’evento fu ugualmente un successo e il 13 novembre Kiesinger fu più volte interrotto da oltre cento studenti accorsi a manifestare contro di lui. Grazie al loro impegno, il popolo tedesco fu messo di fronte all’evidenza che tutto il parlamento nascondeva in seno un cospicuo numero di persone legate al nazismo, ma era solo l’inizio.

Ernst Achenbach nel 1972 – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Il 30 marzo del 1970, il Partito Liberale Democratico (FDP) propose Ernst Achenbach come delegato per l’economia alla Commissione europea e, attraverso la stampa francese, Beate sottopose all’attenzione internazionale il suo passato Nazionalsocialista. Achenbach era stato il responsabile della propaganda radiofonica nella Francia occupata e aveva avuto contatti anche con Kiesinger.

L’accusa più grave che lo riguardava, però, era il suo coinvolgimento in alcune operazioni di rappresaglia. A seguito di un attentato ai danni degli ufficiali tedeschi di stanza a Parigi, Achenbach e il suo superiore, Otto Abertz, avevano sfruttato l’evento come pretesto per incolpare 2.000 ebrei della città e giustificarne le deportazioni ad Aushwitz dal 26 febbraio al 3 marzo del 1943. Il partito di Achenbach ritirò la candidatura a fine maggio.

Beate Klarsfeld esibisce un documento del 1943 che dimostra il passato nazista di Achenbach – Immagine di Bert Verhoeff / Anefo condivisa con licenza CC BY-SA 3.0 via Wikipedia

Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, molti ex nazisti erano riusciti a sottrarsi alla giustizia grazie a dei cavilli burocratici. Con un accordo sottoscritto il 29 ottobre del 1954, il governo di Parigi si era riservato il diritto esclusivo di processare gli ex subalterni di Hitler che avevano operato sul suolo francese, mentre la costituzione della Repubblica Federale tedesca prevedeva il divieto di estradare i criminali soggetti a processi all’infuori della Germania. Eletto cancelliere nel 1969, su pressione di Beate, Willy Brandt studiò un compromesso che, il 2 febbraio del 1971, portò a nuovo accordo fra i due stati: i tribunali tedeschi avrebbero avuto il permesso di processare i criminali condannati in contumacia in Francia. Tale progresso favorì le ricerche dei Klarsfeld, intenzionati a stanare Herbert Hagen, Ernst Heinrichsohn e Kurt Lischka.

Willy Brandt dopo la sua elezione a cancelliere federale il 21 ottobre 1969 – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Grazie al sostegno della Lega internazionale contro il razzismo e l’antisemitismo, la coppia ottenne la sua prima vittoria legale l’11 febbraio del 1980, quando i tre ex gerarchi furono giudicati e condannati nel processo di Colonia.

Ernst Heinrichsohn. Nel 1976, Serge Klarsfeld rese di pubblico dominio il suo coinvolgimento nell’Olocausto – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Il loro impegno e la loro dedizione verso una giusta causa era dettato da due grandi personalità perfettamente in sintonia, ma, particolare che contribuì ad accrescerne il mito, non disdegnavano di attuare piani poco ortodossi, come nel caso di Lischka.

Kurt Lischka – Immagine condivisa con licenza Fair use via Wikipedia

Già coinvolto nella deportazione di 30.000 ebrei tedeschi, dal 1940, Kurt Lischka era stato il capo della Gestapo di Parigi e il 16 luglio del 1942 aveva coordinato una retata contro circa 12.000 ebrei francesi. Trasferito l’anno successivo nel Protettorato di Boemia e Moravia, anche lì si era reso protagonista di crimini contro l’umanità. Con la disfatta del Reich, gli Alleati lo avevano arrestato nel dicembre del 1945 e, dopo averlo internato in un campo anglo-francese, nel 1947 lo avevano estradato in Cecoslovacchia.

Liberato nel 1950, pur venendo condannato in contumacia in Francia, era riuscito a tornare nella Germania dell’Ovest e a lasciarsi alle spalle il suo passato nazista, ma i Klarsfeld lo rintracciarono nel 1971 a Colonia. Coadiuvati da un cineoperatore, lo pedinarono e realizzarono un filmato che fu mostrato in diretta televisiva mondiale, e riportò in auge il suo nome. Ancora per poco soggetta agli accordi del ’54, la Germania non poteva estradarlo, perciò Serge e Beate cercarono di rapirlo. L’operazione si rivelò un fallimento e furono sorpresi dalla polizia mentre lo spingevano nel bagagliaio dell’auto per portarlo in Francia. Le pressioni internazionali sul governo di Berlino scongiurarono la condanna della coppia.

Klaus Barbie in uniforme – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Partiti con quello che si potrebbe definire un pesce piccolo, ovvero il cancelliere Kiesinger, i Klarsfeld puntarono sempre più in alto. Il bersaglio successivo fu Klaus Barbie, anche noto come “il macellaio di Lione”. Colpevole dell’omicidio degli ebrei della città da lui sovrintesa in qualità di capo locale della Gestapo, l’intervento di Serge e Beate si rivelò decisivo per individuarlo e assicurarlo alla giustizia. Condannato in contumacia in Francia nel 1947, Barbie si era trasferito in Bolivia nel 1955, assumendo il nome di Klaus Altmann. Dando seguito al suo passato nazista, commise altri atti disumani e si diceva fosse coinvolto nell’uccisione di Che Guevara e di Monika Ertl. Quest’ultima, rivoluzionaria di origine tedesca, il cui padre si era rifugiato in Bolivia dopo la caduta di Hitler, nel 1971 aveva vendicato la morte di Che Guevara uccidendo ad Amburgo Roberto Quintanilla Pereira, colonnello implicato nell’omicidio del rivoluzionario Argentino, ed era in contatto con i Klarsfeld per tendere un’imboscata a Barbie.

Klaus Barbie ai tempi della fuga in Bolivia – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

In Germania il procuratore generale di Monaco di Baviera aveva dichiarato chiuso il dossier Barbie nel 1971, ma Serge e Beate non erano dello stesso avviso, e si misero sulle sue tracce. Poiché la data di nascita dei figli di Klaus Altmann coincideva con quelle dei figli di Barbie, lo smascherarono senza alcuna difficoltà e di concerto con i governi francesi e tedeschi provarono a ottenerne l’estradizione.

Il compito, però, si rivelò più arduo del previsto

Barbie era ben inserito in Bolivia e, allo scoppio dell’affaire, lavorò per consolidare la sua posizione privilegiata, favorendo, nel 1980, il colpo di stato di Luis García Meza Tejada.

Luis García Meza Tejada, dittatore della Bolivia dal 17 luglio 1980 al 4 agosto 1981. Offrì protezione a Barbie – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Divenuto un suo uomo di fiducia, per il dittatore ripulì il mercato della droga dai piccoli narcotrafficanti e guidò il gruppo paramilitare los novios de la muerte (i fidanzati della morte), composto da neofascisti e neonazisti, guadagnandosi l’immunità da qualsiasi ente internazionale desideroso di processarlo. L’operato dei Klarsfeld gli procurò ugualmente qualche noia e, perseguitato dalla stampa negò di essere il fantomatico macellaio di Lione. La messinscena durò fino al 1972, quando, in un’intervista al giornale Estado do Brasile, rivendicò senza rimorso la sua militanza nel Nazionalsocialismo:

Ovviamente sono fiero di quello che ho fatto durante la guerra. Se non fosse stato per me la Francia adesso sarebbe una repubblica socialista sovietica

Hernán Siles Zuazo. Nel 1983 acconsentì all’estradizione di Barbie – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

La protezione di García durò fino al 1981, quando il dittatore fu rovesciato. Fino all’ottobre dell’anno successivo si alternarono altri tre governi di stampo militare, ma l’elezione di Hernán Siles Zuazo sancì la fine della latitanza di Barbie. Il neo-eletto presidente acconsentì all’estradizione in Francia nel 1983, e il processo al macellaio fu celebrato dall’11 maggio al 4 luglio del 1987, ironia della sorte, proprio a Lione. Condannato all’ergastolo, morì il 25 settembre del 1991 di leucemia.

La carta d’identità di Klaus Barbie quando era un ufficiale della polizia segreta boliviana – Immagine condivisa con licenza Fair use via Wikipedia

La fama di Serge e Beate subì un’impennata grazie alla visibilità internazionale del caso Barbie, ma il loro operato, ormai sotto gli occhi di tutti, suscitò l’odio dell’organizzazione ODESSA (tradotta dal tedesco: Organizzazione degli ex membri delle SS). A reiterate minacce ricevute nel corso degli anni, fecero seguito degli attentati. Il primo fu nel maggio del 1972, con un pacco bomba; il più pericoloso, nel luglio del 1979, con un ordigno a orologeria nascosto nella loro macchina.

Alois Brunner – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Incuranti delle inimicizie procuratesi in ciò che restava dell’ambiente nazista, i Klarsfeld proseguirono imperterriti e braccarono un altro pesce grosso: Alois Brunner. Membro del partito dal 1931, era stato un subalterno di Adolf Eichmann, che lo aveva definito il suo “uomo migliore”. Trasferito a Berlino, era giunto in Germania con la fama di “macellaio di Vienna” e dal giugno del 1943 all’agosto del 1944 era stato il responsabile della morte di circa 140.000 ebrei nel campo francese di Drancy. A guerra conclusa, Brunner era riuscito a tornare in Germania sotto il nome di Alois Schmaldienst, ma la condanna in contumacia in Francia del 1954 lo aveva convinto a girovagare per il mondo fino a giungere a Damasco e godere della protezione del regime di Hafez el-Assad.

Hafiz al-Asad, leader della Siria dal 22 febbraio 1971 al 10 giugno 2000. Offrì protezione ad Alois Brunner – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Coadiuvati dal governo israeliano, il cui Mossad aveva già tentato di ucciderlo con un pacco bomba nel 1961 e uno nel 1980, Beate e Serge idearono un piano degno di un film di James Bond.

«Ho preso in prestito il passaporto della nostra cameriera, ho cambiato la mia pettinatura per assomigliarle e sono entrata in Siria», racconterà Beate anni dopo. «A Damasco ho trovato il suo numero di telefono, viveva sotto falso nome, Georg Fischer, e ho finto di essere anch’io una nazista. Dissi che avrebbe dovuto lasciare il suo appartamento perché gli israeliani sapevano dov’era. Disse: “Grazie, mia cara”. Era tutto quello che avevo bisogno di sentire. Ha dimostrato che era esattamente chi sospettavamo».

L’ingresso del campo d’internamento di Drancy. Brunner fu responsabile della gassazione di circa 140.000 ebrei – Immagine del Bundesarchiv condivisa con licenza CC BY-SA 3.0 de via Wikipedia

La recita di Beate fu presto scoperta dalle autorità siriane, che la arrestarono e trattennero per tre mesi. Quanto a Brunner, seguì fin troppo alla lettera il consiglio e riuscì a scappare prima che l’intelligence israeliana potesse catturarlo. Da allora, del macellaio di Vienna non si ebbero più notizie, ma si presume sia morto pochi anni fa.

Walter Rauff in uniforme – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Fra le altre imprese minori dei celebri cacciatori di nazisti si annoverano anche l’infruttuosa richiesta di estradizione, nel 1983, di Walter Rauff, braccio destro di Reinhard Heydrich, rifugiatosi in Cile sotto la protezione di Pinochet attraverso la celebre ratline, e una campagna diffamatoria nel 1986 contro Kurt Waldheim, candidato alle elezioni austriache coinvolto in crimini contro l’umanità in virtù del suo passato da ufficiale della Wermacht.

Kurt Waldheim – Immagine del Bundesarchiv condivisa con licenza CC BY-SA 3.0 de via Wikipedia

Nel 1989, invece, sostennero le accuse di tre gruppi di familiari discendenti da ebrei francesi deportati, che puntarono il dito contro René Bousquet, coinvolto nel Rastrellamento del Velodromo d’Inverno durante l’occupazione.

René Bousquet in primo piano al centro – Immagine del Bundesarchiv condivisa con licenza CC BY-SA 3.0 de via Wikipedia

L’ex funzionario francese aveva ottenuto l’amnistia nel 1959, rimanendo, di fatto, impunito. Grazie all’intervento di Serge e Beate, la Francia decise di sottoporlo a processo, ma morì assassinato nel 1993, prima di poter comparire in aula.

Targa commemorativa del Rastrellamento del Velodromo d’Inverno – Immagine di Djampa condivisa con licenza CC BY-SA 4.0 via Wikipedia

In parallelo agli interventi diretti, sul finire degli anni ’70, i Klarsfeld imbastirono altri progetti secondari di grande successo. Nel 1978 Serge pubblicò il Memoriale della deportazione degli ebrei dalla Francia, contenente l’elenco di tutti i deportati, classificati per convoglio e in ordine alfabetico; fu il primo di una lunga serie di libri incentrati sulla Shoah. Nel 1979 fondarono l’Association des fils et filles des déportés juifs de France (Associazione dei figli e delle figlie dei deportati ebrei di Francia), adibita allo scopo di salvaguardare le rivendicazioni dei discendenti dei deportati, e, nel 1981, inaugurarono, in Israele, un Memoriale agli ebrei francesi, recante il nome, la data e il luogo di nascita di oltre 80.000 vittime dell’Olocausto. Tali dati furono, poi, riportati anche in un libro commemorativo con le foto di circa 12.000 bambini ebrei.

Memoriale agli ebrei francesi in Israele – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Varcata la soglia degli ottant’anni, i coniugi sono oggi due veterani della caccia ai nazisti e la loro attività, da molti definita “un’azienda di famiglia”, è sinonimo di giustizia. Beate e Serge sono un simbolo, due persone esemplari, due eroi contemporanei che hanno cercato di porre rimedio agli orrori della generazione vissuta prima di loro. Se molti impuniti hanno pagato il loro conto con la giustizia è merito dei Klarsfeld. Ma anche, guardandola dall’altra parte, se molte famiglie di persone morte nei campi di concentramento o assassinate durante il periodo del nazismo hanno tirato un sospiro di sollievo, pensando che giustizia fosse stata fatta, è merito dei Klarsfeld.

Nicola Ianuale

Sono uno scrittore e un grande appassionato di letteratura, cinema e storia. Ho pubblicato un romanzo di narrativa, “Lo scrittore solitario”, e un saggio, “Woody Allen: un sadico commediografo”, entrambi acquistabili su Amazon. Gestisco la pagina Instagram @lo_scrittore_solitario_romanzo dove pubblico post, curiosità su film e libri e ogni giorno carico un quiz sulla letteratura.