La storia dell’epilessia ha inizio in tempi molto antichi. Etimologicamente il termine epilessia deriva dal verbo greco επιλαμβάνω, che al passivo ἐπιλαμβάνομαι significa “essere colto di sorpresa” o anche “essere invaso”.

Questa malattia fin dai tempi più remoti veniva chiamata malattia sacra. Gli antichi erano convinti che gli spasmi incontrollati dell’epilettico fossero dovuti all’intervento di una divinità, che il male fosse una forma di possessione, una credenza che si protrasse nei secoli fino ad anni non troppo lontani dai nostri, suggerendo di curare gli attacchi con la magia e gli incantesimi.

Mappa della diffusione dell’epilessia. Immagine di pubblico dominio condivia via Wikipedia

Le prime tracce della presenza dell’epilessia provengono dall’antica Mesopotamia, nella cui civiltà la medicina si intrecciava quasi completamente al pensiero religioso, tanto da non poterne essere separata.

La medicina dell’antica Mesopotamia riconosce due caratteristiche tipiche della professione medica del mondo antico, alle quali corrispondono altrettante figure “professionali”: da una parte l’aspetto religioso e mito-poetico, che tende ad accreditare l’origine soprannaturale delle potenzialità guaritrici, prerogative quasi divine concesse esclusivamente a sacerdoti ed esorcisti; dall’altro invece, un aspetto più laico e scientifico, che riconosce i primi tentativi di guarigione praticati grazie all’utilizzo di piante medicali e composti curativi, una pratica affidata ai medici-curatori.

Bassorilievo raffigurante il Dio sole che caccia il mostro del Caos. Immagine di pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Nel periodo delle prime dinastie sumere sorsero infatti la corporazione degli “asû”, ossia dei guaritori e quella dei “aŝipu” ovvero i veggenti. L’asû veniva considerato il medico vero e proprio, depositario del sapere empirico, i medici erano poco numerosi e concentrati nelle coorti e nelle capitali. Nel curare le ferite ci si basava su tre tecniche fondamentali: lavare la ferita, preparare i medicamenti e bendare. L’asû era una figura laica, che preparava unguenti e medicine su basi naturali e scientifiche, rispetto all’aŝipu che lavorava principalmente in botteghe poste vicino ai templi e compiva riti magici ed esorcismi.

La componente razionale e scientifica di una determinata malattia veniva così contaminata da un aspetto soprannaturale che trasformava la patologia in una punizione divina nei confronti dell’uomo, il quale si era macchiato di qualche colpa etica e morale. I Babilonesi giunsero a denominare le malattie con i nomi degli dei o gli spiriti in quanto ne costituivano le cause stesse.

Sotto, tavoletta che descrive i fenomeni naturali. Fotografia di pubblico dominio condivisa via Wikipedia


Dallo studio delle fonti si è scoperto che al capezzale del malato l’aŝipu, dopo aver consultato asû, proferiva l’invocazione ”mano di… Ishatar, Shamash o Ea” ecc. per denunciare una determinata presenza occulta nel corpo di un malato.

Il compito dell’aŝipu era quello di stabilire se fosse presente un demone, interrogando il paziente per sapere se nel corso della sua vita o nella storia della sua famiglia fosse stato commesso qualche crimine che potesse aver dato origine a quella malattia. Lo scopo del colloquio era quello di trovare le modalità per far espiare la colpa e unirla alle cure dei medicamenti naturali dell’asû.

La medicina mesopotamica è testimoniata principalmente da tavolette cuneiformi provenienti dalla Biblioteca di Assurbanipal e da altri siti archeologici, dal codice di Hammurabi e da testi del periodo medioassiro e mediobabilonese di biblioteche private.
La maggior parte delle tavolette riportano prescrizioni mediche, mentre alcune riportano anche riferimenti incrociati tra cause ed effetti delle varie malattie e sembrano essere organizzati in trattati.

Codice di Hammurabi. Fotografia di pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Il più esteso di questi è composto da quaranta tavolette ed è stato raccolto e studiato da René Labat, assirologa membro dell’Accademia des Inscriptions et Belles-Lettres e presidentessa della Société Asiatique, che ne pubblicò una una traduzione nel 1951 con il titolo di “Trattato accadico di diagnosi e prognosi”.

Il trattato è organizzato secondo un ordine che procede dalle patologie che colpiscono la testa a quelle che interessano i piedi, con sottosezioni dedicate ai disturbi convulsivi, alla ginecologia e alla pediatria. Le descrizioni rivelano un’accurata capacità di osservazione e propongono soluzioni ai problemi descritti. Per quasi tutte le malattie elencate, sono indicati rimedi sensati e razionali.

Nonostante l’abbondanza di tavolette di argomento medico, circa un migliaio, pochissime ne contengono rappresentazioni figurative e mancano completamente di studi di materiale scheletrico di qualche utilità per approfondire la tradizione medica evolutasi nel mondo mesopotamico.

Cinque anni fa è stata fatta una scoperta sensazionale a riguardo, che ha inaugurato una campagna di ricerca attiva ancora oggi. L’assiriologo dell’Università di Copenaghen, Troels Pank Arbøll, riconobbe una rara illustrazione su una tavoletta medica, sotto il testo cuneiforme inciso sull’antica tavoletta di 2.700 anni fa, esposta oggi al Museo Vorderasiatisches di Berlino.

Sotto, fotografia della tavoletta cuneiforme che parla del “Demone dell’epilessia. Fotografia di Olaf M. Teßmer condivisa con licenza Creative Commons 3.0 via Staatliche Museen zu Berlin – Vorderasiatisches Museum:

Lo scritto doveva appartenere alla biblioteca privata del medico e curatore Kisir-Ashur nella città di Assur, situata nell’attuale Iraq settentrionale. I ricercatori conoscevano l’esistenza del manufatto da decenni, ma Arbøll è stato il primo a notare il contorno danneggiato della creatura disegnata sull’argilla.

La scritta sulla tavoletta suggerisce che l’artista che la incise considerava il demone come la causa di convulsioni e altri movimenti involontari allora ascritti alla malattia denominata “bennu”, sintomi riconducibili all’epilessia, scrive Arbøll, nello studio pubblicato sul Le Journal des Médecines Cunéiformes.

L’intaglio è piccolo, misura appena 6,4 centimetri e 2,6 centimetri di larghezza, ma è chiaramente antropomorfo e rivela interessanti dettagli sulla morfologia del demone: la testa ha orecchie e corna ricurve, una lingua biforcuta, simile a quella dei serpenti, e l’unico occhio ancora visibile sembra quello di un rettile. Vi sono delle linee ondeggianti sulla sommità del capo e potrebbero essere interpretate come una sorta di stilizzazione di una forma di energia che fuoriesce dal demone.

Sotto, il disegno del demone di 2.700 anni fa pensato dagli Assiri come la causa delle convulsioni di Bennu, o epilessia, avvistato su un’antica tavoletta di argilla. Immagine di Troels Pank Arbøll:

 

Il collo è lungo, e in generale l’essere sembra coperto di squame o peluria. Sebbene la maggior parte del torso del demone sia stata cancellata dall’erosione nel corso dei secoli, le sue mani e i suoi piedi sono simili ad artigli. La mano sinistra appare come una zampa uncinata, e la mano destra è grumosa con un pollice appuntito. La creatura ha infine una lunga coda che sembra dividersi verso la fine in diverse punte.

L’iscrizione della tavoletta utilizza l’alfabeto cuneiforme e descrive le cure per le afflizioni della malattia “bennu” provocante contrazioni, convulsioni e movimenti involontari del corpo che, secondo gli assiri, conduceva alla pazzia mentale in nome del dio Sîn, il dio della Luna mesopotamica.

È interessante notare come il disegno ritrovato differisca dalle immagini che normalmente si riscontrano sulle altre tavolette cuneiformi a tema medico: generalmente vengono rappresentate le figure dei medici o dei veggenti che praticano i rituali curativi per la malattia che viene descritta.

Sul reperto ritrovato da Arbøl invece si raffigura il demone causa della malattia stessa; l’immagine in questione è ipotizzabile rappresenti le forme del demone secondo l’immaginario soggettivo dell’autore della tavoletta.

La prescrizione standard contro la malattia Bennu, secondo Arbøll ed i suoi recenti studi, doveva essere quella di indossare un amuleto di cuoio e respirare il fumo di alcune sostanze bruciate su carboni ardenti. Lo stesso ricercatore, nel 2018, aveva completato un’analisi separata di tavolette cuneiformi che catalogavano l’andamento medico affetto da numerosi disturbi fisici tra i quali la Bennu di un uomo di nome Kisir-Ashur.

Questa microstoria ha offerto nuove intuizioni sulle antiche pratiche mediche assire, incluso il modo in cui i medici fossero istruiti nell’arte di diagnosticare e curare le malattie.

Fonte: Università di Copenhagen.

Martina Manduca
Martina Manduca

Vivo a Venezia e ho studiato Archeologia medievale tra l’Università di Padova e l’Università di Cordoba in Spagna. Sono appassionata di arte, letteratura e cucina e mi piace scoprire un aspetto nuovo di ognuna di esse viaggiando per il mondo.