Trujillo, Perù. Un team di archeologi lavora dal 2011 in un sito che ha svelato una realtà storica impressionante: qui, fra il 1400 e il 1450, furono sacrificati 140 bambini e 200 lama, prima fatti camminare in una sorta di processione lunga oltre un chilometro e poi uccisi in modo violento mediante ferite al petto e la (probabile) asportazione del cuore. Il luogo dello scavo si chiama Huanchaquito-Las Llamas, situato a circa 800 chilometri a nord di Lima, l’odierna capitale del Perù. Nell’epoca precolombiana qui vivevano i Chimú, la cui capitale “d’argilla”, Chan Chan, era tecnologicamente evolutissima e abitata da circa 60.000 persone, a poca distanza da Las Llamas.

Sotto, l’immagine satellitare del luogo del sacrificio rispetto alla capitale Chan Chan, sulla destra:

I bambini sacrificati avevano fra i 5 e i 14 anni, per lo più sepolti con il volto rivolto verso il mare, a Ovest, e insieme ai Llama, anch’essi dei cuccioli di massimo 18 mesi. Oltre ai bambini e agli animali sono stati scoperti i resti di tre adulti, un uomo e due donne, uccisi probabilmente con colpi alla testa e che svolsero un ruolo centrale durante il massacro. La ragione del sacrificio è ignota, ma i ricercatori peruviani, un team internazionale con a capo Gabriel Prieto, suggeriscono che possa ricercarsi in un drammatico evento alluvionale, che mise in ginocchio l’antichissima società sudamericana.

John Verano, antropologo presso l’Università Tulane di New Orleans afferma che, all’inizio, non si sarebbe mai sospettato una sepoltura di massa di tali proporzioni

I Chimú furono grandi esperti del controllo delle fonti idriche. L’ingegner Charles Ortloff, dell’Università di Chicago, afferma che la loro fu la prima società americana con importanti conoscenze ingegneristiche, e la capitale Chan Chan venne costruita interamente in argilla. La civiltà Chimú era fortemente gerarchica, con una oligarchia che decideva della vita e della morte di moltissime persone. Essi erano ritenuti generati a partire da “un uovo d’oro”, che si differenziava da quello d’argento delle loro mogli e da quelli di rame, che invece aveva generato tutti gli altri.

Forse un evento drammatico, al di là del controllo delle tecnologie di irrigazione dei Chimú, probabilmente il fenomeno metereologico El Niño, causò condizioni climatiche estreme come inondazioni e siccità. I Chimú, non riuscendo a spiegare scientificamente la cosa, prima sacrificarono diversi adulti, sperando in una clemenza divina.

Vedendo che i sacrifici non sortivano alcun effetto, decisero di sacrificare 140 bambini e 200 Llama

Pochissimi anni più tardi, nel 1470, la loro società sarà spazzata via dalla potenza dell’impero Inca, con il sovrano Túpac Yupanqui che conquisterà le 10 cittadelle Chimú, che finirono abbandonate. Nel 1532, quando il conquistadores spagnolo Francisco Pizarro raggiunse questi luoghi, trovò le città deserte, facendo razzia di oro e oggetti preziosi e fondendoli per rivenderli a peso. Dei Chimú ci rimangono le splendide testimonianze archeologiche urbane e pochi oggetti, di cui molti sono conservati presso il Museo de Oro di Lima.

I corpi furono sepolti in molti modi diversi, e molti crani erano rivolti al mare.

Sino a oggi il sacrificio rituale con il maggior numero di vittime di giovane età era ritenuto quello di Tenochtitlán, l’odierna Città del Messico, con 42 bambini sacrificati. La scoperta del sacrificio dei figli dei Chimú consente di comprendere molto meglio la grande importanza rituale dei sacrifici umani nelle civiltà precolombiane.

Le ossa del torace sono spesso in posizione disordinata a causa della violenza del sacrificio, che secondo gli esperti si compì mediante l’asportazione del cuore.

Oltre alla distruzione della gabbia toracica, è rituale anche il colore rosso sulla fronte dei teschi.

Tutte le fotografie del ricercatore Gabriel Prieto sono visibili nell’articolo originale del National Geographic che ha parzialmente finanziato gli scavi.

Matteo Rubboli
Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine. Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...