Stati Uniti, inizio/metà ‘800. Il paese, resosi indipendente dagli Inglesi nel 1776, sta crescendo enormemente grazie alle infinite distesa di terra che vengono convertite ad attività agricole e produttive. La conquista del Selvaggio West a discapito dei Nativi Americani è di là a venire, e i coloni, ormai stabilmente nel Nord America centro/orientale da diverse generazioni, sono concentrati nello sfruttare le immense risorse a loro disposizione.

La terra richiede braccia

Coltivare i campi, allevare gli animali o produrre beni è faticoso, e soprattutto difficile in un luogo con densità abitativa particolarmente ridotta. Sarebbe anzi impossibile, se non fosse per l’enorme numero di schiavi, uomini, donne e bambini di colore, che fanno girare quest’enorme macchina produttiva, che diverrà così il più ricco paese al mondo nel giro di pochi decenni.

Le immense piantagioni di tabacco, cotone, zucchero e caffè richiedono centinaia di migliaia di braccia, braccia che non possono essere bianche

Nonostante tutta la storia dell’umanità sia caratterizzata dalla schiavitù, la vicenda di quella statunitense è particolarmente interessante perché relativamente recente. Sino all’inizio del ‘700 la maggioranza degli schiavi (perlopiù neri ma anche bianchi) non erano tali per tutta la vita, ma erano “schiavi debitori”, cioè lavoravano gratuitamente sino al pagamento del debito del viaggio di cui avevano fruito per raggiungere gli Stati Uniti.

Estinto il debito erano liberi

Nel 1705 si introdusse invece una legislazione con la quale si stabiliva la superiorità della razza bianca su quella nera, e quindi si legiferava la condizione di schiavitù e la possibilità di comprare, vita natural durante, una persona e la sua discendenza.

Sotto, Gordon, uno schiavo del Mississippi fuggito a Baton Rouge nel 1863, le cui cicatrici sono il risultato della violenza continuata da parte dei responsabili delle piantagioni:

Se in principio l’afflusso di uomini, donne e bambini non fu di dimensioni rilevanti, con lo svilupparsi delle colture e con l’indipendenza dagli inglesi la necessità di manodopera si fece pressante, e iniziarono ad arrivare centinaia di migliaia di persone da altri continenti, quasi esclusivamente dall’Africa.

I deportati dall’Africa furono circa 645.000

Le persone in schiavitù (ovviamente) si riproducevano, e nel 1860 il numero di schiavi impiegati negli Stati Uniti era divenuto di 4 milioni. Le condizioni di vita erano variabili in funzione del padrone, con alcuni che vivevano un’esistenza abbastanza semplice, ma decorosa come lavoratori agricoli, mentre altri venivano trattati come carne da macello, vessati da torture e punizioni fuori da ogni logica umanità. Proprio l’esigenza di abolire la schiavitù, richiesta dagli stati del Nord, fu tra le cause della guerra di Secessione, con gli stati del sud (Texas, Alabama, Louisiana, Georgia, Nord e Sud Carolina etc) che costituirono gli “Stati Confederati d’America”, che pretendevano il mantenimento della tratta degli schiavi. La vittoria degli stati del Nord consentì di abolire la schiavitù, con il passaggio del XIII emendamento della Costituzione degli Stati Uniti nel 1865.

Prima dell’abolizione come venivano comprati gli schiavi?

Si facevano le proprie offerte mediante aste pubbliche, dove si compravano gli schiavi (donne o uomini), in base alle proprie esigenze e in funzione del prezzo. Venivano così separate le famiglie, genitori dai figli e coppie con i bambini. Recentemente sono state pubblicate 21 locandine di aste pubbliche, mediante le quali possiamo comprendere molto bene quali fossero le caratteristiche della tratta e quali le qualità cercate dai padroni. Di seguito le immagini, con i commenti a ogni locandina.

Un’asta di “Negros”, dove viene indicata l’età degli schiavi, i loro nomi e la divisione familiare:

L’asta seguente tratta di 250 schiavi che verranno venduti direttamente sulla nave, e si afferma che la metà di loro ha già avuto il Vaiolo:

Nell’asta seguente si parla di 17 schiavi per i campi di riso, venduti da tale “J.S.Ryan”, e i nomi e l’età sono indicati con precisione, oltre alla qualifica dello schiavo. Curiosamente alcuni sono “Field Hand”, mani per i campi, mentre alcuni sono descritti come “Engineer”, una qualifica che difficilmente può corrispondere a “ingegnere” ma che forse indicava un qualche tipo di capacità organizzativa del lavoro agricolo.

55 Schiavi in vendita, divisi per famiglia, anche questi descritti per la loro specializzazione:

10 schiavi all’asta, fra cui un cuoco di prim’ordine e un’eccellente sarta diciassettenne:

24 schiavi venduti da J.S.Ryan, con caratteristiche ed età specificati a lato:

Sotto, una locandina preziosissima, addirittura risalente a prima della guerra d’indipendenza, del 1769. In questo manifesto si apprezza la diversa percezione degli schiavi, che vengono disegnati come africani di tribù primitive. Si trattarono 94 persone provenienti dalla Sierra Leone:

Un’asta di 15 schiavi, fra cui 9 ragazzi forti e sani, una donna di 43 anni ottima lavandaia e cuoca e una ragazza con 3 bambini piccoli:

La locandina seguente ci da una valutazione precisa sul prezzo di uno schiavo: 1200 dollari per la vita di un uomo:

CASH! Questo annuncio invece comunica l’esigenza di schiavi da parte di Thomas Griggs, che cerca uomini, donne e bambini. Di questi ultimi si evince fossero una merce abbastanza pregiata dalla grafica della locandina:

In questo annuncio di giornale si ricercano “NEGROES” in grande quantità:

Questa locandina annuncia la vendita di schiavi, in un numero non precisato:

In vendita una schiava di 22 anni, adatta all’agricoltura e ai lavori di casa, con un bambino di 9 mesi al seguito:

La vendita di 10 schiave, di diversa età, nel 1835:

Sotto una locandina molto antica, del 1812, che annuncia la vendita di un grande numero di schiavi di valore. Fra loro un carpentiere, un muratore, un conciatore, 2 donne e 5 bambini:

Una grande vendita di schiavi di diversa età:

Un annuncio di vendita da un giornale, comprendente un uomo, sua moglie e suo figlio:

Sotto il secondo annuncio del ‘700, che pubblicizza l’arrivo di un carico di uomini e donne dall’Africa:

Sotto l’annuncio che pubblicizza 8 “SLAVES!”, schiavi espressamente adatti a lavorare nelle piantagioni:

Una locandina del 1812 che pubblicizza la vendita di schiavi adatti al lavoro di agricoltori e nelle miniere:

Sotto, il terzo annuncio del XVIII secolo, precisamente del 1774, che annuncia l’arrivo di un cargo di 170 schiavi dalla Guinea:

Dopo la carrellata di immagini si possono trarre diverse conclusioni. Gli schiavi in vendita erano spesso giovani, fra i 15 e i 30 anni, per i quali evidentemente si riusciva a massimizzare il valore della vendita, un investimento di considerevoli risorse (1.200 dollari erano una piccola fortuna per l’epoca) che assicurava al padrone manodopera a vita. Gli schiavi venivano spesso venduti a famiglie, in modo che continuassero a procreare assicurando al padrone non solo la propria manodopera, ma anche quella dei propri figli. I bambini venivano menzionati in evidenza probabilmente proprio per questa ragione: nel giro di pochi anni sarebbero divenuti schiavi abili a propria volta, costituendo un grande valore aggiunto alla vendita dello schiavo genitore.

E’ oggi impossibile riuscire a trarre considerazioni morali su questo tipo di tratte disumane. La distanza culturale che ci separa dai coloni statunitensi dell’epoca impedisce ogni valutazione, rendendo la percezione di queste immagini una questione esclusivamente soggettiva anziché oggettiva. Quel che possiamo fare è ricordare queste circostanze, che sono proprie dell’uomo, affinché non si ripeta mai più un simile mercimonio di esseri umani.

Categorie: Storia

Matteo Rubboli

Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine. Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...