Nel linguaggio delle persone istruite, termini come “barocco” o “magniloquente” raramente sono utilizzati per complimentarsi con qualcuno, mentre è molto più facile che servano a evidenziare la sua vuota pomposità. Viceversa, quando entrano nel linguaggio della critica delle diverse arti, anche se stiamo parlando di opere moderne, indicano soprattutto una straordinaria ricchezza espressiva, quasi traumatica per lo spettatore che se le ritrova davanti.

Quando poi, a questi due termini, se ne aggiunge un terzo, “visionario”, allora possiamo avere la certezza di avere a che fare con qualcosa che ci sembrerà di sicuro indimenticabile. Barocco, magniloquente e soprattutto visionario: sono queste le parole che la critica ha sempre impiegato per descrivere il film di cui parleremo di seguito: “Scarpette rosse” (in originale, “The red shoes”), diretto nel 1948 dall’inglese Michael Powell (1905-90), che lo aveva scritto insieme al suo fedele sceneggiatore e coproduttore, l’ungherese Emeric Pressburger (1902-88), con cui aveva fondato la casa produttrice The Archers.

Sotto, Michael Powell:

In realtà, se uno ne mastica un po’ di grande cinema, sa già che tutto il cinema di Powell è parecchio visionario, è un cinema talmente inventivo sia nelle semplici inquadrature, sia nelle sceneggiature e nei montaggi, sia nelle scenografie e nelle colonne sonore, da aver spessissimo diviso la critica dei suoi tempi tra l’entusiasmo dei favorevoli e le invettive dei contrari, senza vie di mezzo. Oggi si riconosce unanimemente a Powell la qualifica di “maestro”, visto che molti importanti registi successivi (soprattutto Martin Scorsese), nelle loro opere, lo citano in continuazione. Un discorso sull’opera complessiva di Powell andrebbe ben oltre gli intenti di questo articolo, anche perché ciascuno dei suoi film meriterebbe una trattazione a parte, per l’originalità che caratterizza ognuno di essi.

Ci fermiamo dunque a “Scarpette rosse”, che è ancora la sua opera più conosciuta, anche se non abbastanza conosciuta quanto meriterebbe, un capolavoro che ha passato i 70 anni senza invecchiare di un giorno. Ha sempre un senso parlarne, al di là delle sue qualità oggettive, perché queste qualità hanno sempre fatto perdere di vista gli echi delle storie reali che si trovano ben nascosti nella sua trama e che, una volta identificati, tracciano una storia ideale della rivoluzione che attraversò il mondo della danza classica nei primi 30 anni del XX secolo.

La Fiaba:

Come si può immaginare dal titolo, “Scarpette rosse” dichiara sin da subito il suo debito verso la fiaba omonima di H. C. Andersen, quella della ragazza povera ma vanitosa che sembra disposta a sacrificare tutto per avere un paio di scarpette rosse viste nella vetrina di un calzolaio ma, una volta che le avrà indossate, scoprirà che erano solo uno strumento del diavolo per dannarla. Le scarpette si mettono a ballare da sole trascinandosela via, e solo il provvidenziale intervento di un uomo che la ferma e gliele toglie riesce a fermarle. Ma la ragazza non resiste alla tentazione di indossarle di nuovo e, questa volta, non è più possibile toglierle, per cui si ritrova trascinata in questa interminabile danza per le strade, rischiando di morire di sfinimento, finché un boscaiolo le taglia i piedi a colpi di accetta, dopodiché le scarpette continuano a ballare per conto loro, con i piedi dentro, lasciandola mutilata. Un falegname le costruisce dei piedi di legno su cui impara di nuovo a camminare, ma le scarpette rosse non la lasciano mai in pace, inseguendola dappertutto e continuando a danzarle intorno, sempre con i piedi tagliati dentro, dovunque vada. Finché la poveretta muore di crepacuore.

Come molte fiabe di Andersen (e molte altre fiabe in generale, basti pensare a quelle dei fratelli Grimm), questa storia ha qualche tratto in comune con l’horror, ma è sempre piaciuta sia ai bambini sia agli adulti.

La vicenda del film ruota appunto intorno alla realizzazione di un balletto ispirato a questa fiaba. A volerlo a qualunque costo è un autoritario impresario russo, Boris Lermontov che, durante gli anni ’20, dirige con piglio da dittatore una compagnia di grande successo, attiva soprattutto in Regno Unito e in Francia. Dunque, Lermontov deve essere un esule della Rivoluzione Russa (nel film non viene mai detto, ma è palese) e questo è un primo elemento che ci porta a identificare il personaggio reale che lo ispirò. Altri elementi sono l’aspetto e lo stile dell’attore che lo interpreta, l’austriaco Anton Walbrook (1896-1967), che si richiamano in modo evidente a quelli di Sergej Djagilev.

Sergej Djagilev

Djagilev (1872-1929) è stato il principale protagonista della rivoluzione della danza classica di cui parlavamo prima. Avvocato, ma anche raffinatissimo intenditore di tutte le arti, sognò di portare in scena nei suoi balletti non soltanto i ballerini, la musica, i costumi, le coreografie e le scenografie ma tutta l’arte del suo tempo in una sinergia fino ad allora mai immaginata.

E realizzò questo sogno fondando la compagnia dei “Balletti russi”, per gli spettacoli della quale pretese di ricavare i soggetti dai capolavori della letteratura e della poesia (i classici greci, le Mille e una notte, i poeti simbolisti come Mallarmé e altro), di far scrivere la musica da musicisti sperimentali (Debussy, Stravinskij, Ravel, Prokofiev e altri), di far realizzare le coreografie da coreografi ribelli alle convenzioni (Fokine e Balanchine su tutti, ma anche moltissimi altri), di far inventare i costumi e le scenografie dai più importanti pittori e scultori disposti a lavorare con lui (Braque, Picasso, Matisse, De Chirico, Utrillo e altri), lasciando tutti liberi di creare secondo il proprio talento, purché credessero sul serio in ciò che stavano facendo. Un’idea veramente titanica che solo un uomo geniale poteva concepire. Ma Djagilev era anche un abile affarista, capace di orchestrare eccellenti campagne pubblicitarie e raccogliere intorno a sé un esercito di mecenati.

Così, dal 1909 al 1929, sconvolse il mondo della danza (e della cultura in generale) con una serie di spettacoli che ancora oggi vanno in scena in tutto il mondo ed emozionano ogni volta il pubblico, perfino quello meno preparato.

Le sinergie inventate da Djagilev sono state talmente importanti da influenzare il mondo dell’Arte anche molto al di là di quanto lui stesso avesse immaginato: i pittori fauves e l’Art Deco gli devono moltissimo.

Oltre a tutto questo, Djagilev era un eccezionale talent scout, che prima pescava nelle scuole dei teatri di Mosca e San Pietroburgo ma poi aprì le porte anche a danzatori di altre origini, approfittando che la sede della compagnia era a Parigi, una delle capitali culturali mondiali del tempo: anche di questo troviamo un riflesso nel film.

La Trama del film

I personaggi principali, oltre a Lermontov, sono due giovani sconosciuti, un musicista e una ballerina: Julian Craster, interpretato da un attore rassomigliante a un giovane Leslie Howard, Marius Goring (1912-98), e Vicki Page, interpretata da una vera étoile della danza, star del Covent Garden (dove fu ammirata anche dal nostro Enzo Biagi, all’epoca inviato a Londra, che la citò in un articolo), Moira Shearer (1926-2006), che mise al servizio del film non solo la propria competenza tecnica ma anche una eccezionale avvenenza fisica. Il nome di lei non è casuale, ma si richiama espressamente a quello di Ruth Page (1899-1991), una delle maggiori ballerine classiche americane del XX secolo, che fu “scoperta” nel 1918 da Anna Pavlova (1881-1931), la più importante étoile di Djagilev, nonché inventrice delle scarpette da punta usate oggi dalle ballerine di tutto il mondo.

Julian e Vicki, all’inizio, incontrano quasi casualmente Lermontov

Siamo a Londra, intorno al 1920. Julian, insieme ad alcuni compagni di Conservatorio, si reca al Covent Garden per seguire le prove di un nuovo balletto, “Il cuore di fuoco” e ascoltare le musiche composte per questo dal suo professore, Palmer. Ma avrà un’amara sorpresa: per l’occasione, Palmer ha plagiato alcune composizioni che il ragazzo gli aveva proposto per un giudizio, spacciandole per proprie. Julian scrive allora una lettera a Lermontov per denunciare Palmer. Nel frattempo, Lermontov si reca da una mecenate aristocratica, Lady Neston, e rifiuta di assistere all’esibizione della nipote di questa, una giovane danzatrice appena uscita dalla scuola.

Più tardi, però, a un ricevimento, incontra una bellissima ragazza che sembra avere una forte personalità e capire molto di danza, e scopre che è Vicki Page, ossia proprio la nipote di Lady Neston; decide allora di invitarla a sostenere un provino per la sua compagnia. Più tardi, viene avvicinato da Julian, che sulla faccenda della lettera ha avuto un ripensamento e vorrebbe intercettarla prima che Lermontov la legga, ma l’impresario, dopo aver parlato a lungo con lui, intuisce che il ragazzo ha talento e gli propone un lavoro da aiuto direttore d’orchestra.

Moira Shearer interpreta Vicki Page:

Per qualche tempo, Julian e Vicki partecipano alle attività della compagnia di Lermontov, che ottiene un grande successo con il nuovo spettacolo, ma vengono mantenuti in ruoli molto defilati, ignari del fatto che l’impresario li osserva continuamente di nascosto e li tiene sotto esame. Lermontov concepisce una grande stima di entrambi.

Infatti, mentre “Il cuore di fuoco” va in tournée, pensa già allo spettacolo successivo e si rivolge a Julian, chiedendogli di rivedere la partitura scritta da Palmer per un nuovo balletto, “Scarpette rosse”, ispirato alla fiaba di Andersen, della quale è molto insoddisfatto. Nel frattempo, la prima ballerina della compagnia, Irena Boronskaja annuncia il suo addio alle scene per sposarsi, e questo è un riferimento al fatto che Anna Pavlova a un certo punto abbandonò Djagilev per mettere in piedi una sua propria compagnia, che pure ottenne grandi successi. Lermontov, a quel punto, decide di sostituirla con Vicki, ma aspetta che la compagnia si sia trasferita a Montecarlo per metterla al corrente.

Sotto, la vera Anna Pavlova:

Anche il passaggio a Montecarlo è un evidente riferimento storico. Djagilev era russo ma, dopo la Rivoluzione del 1917, non volle rientrare in patria e fu bandito dal nuovo regime. Durante la guerra, con i teatri europei chiusi, aveva portato la compagnia in Usa, dove però aveva trovato ingaggi solo nel vaudeville, ossia nel varietà leggero. Con la pace, provò a riproporre spettacoli sontuosi a Londra ma, nonostante il successo, per allestirli, contrasse tanti debiti che fu costretto a scappare a Montecarlo per sfuggire ai creditori. Trasferì anche la sede della compagnia da Parigi a Montecarlo.

Intanto, Julian ha riscritto completamente “Scarpette rosse” e Lermontov è entusiasta del risultato. Anche se il resto della compagnia è scettico sulle sue qualità, Vicki, sostenuta da Lermontov e da Julian, supera ogni difficoltà e la sera della prima ottiene un successo strepitoso. Questa parte del film, in cui si può ammirare il balletto, è quella in cui Powell offre il più libero sfogo al suo genio visionario: sfruttando le potenzialità del Technicolor e tutti gli effetti speciali del tempo, incanta gli spettatori con un caleidoscopio di forme e colori che si evolvono in perfetta armonia con la suggestiva musica composta da Brian Easdale (1909-95), premiata anche con l’Oscar nel 1949 (il film ne ottenne anche un altro per la migliore scenografia).

Ai festeggiamenti, però, Julian e Vicki sono assenti. Infatti, i due si sono messi insieme e preferiscono l’intimità di una romantica passeggiata in riva al mare alla chiassosa allegria del resto della compagnia. La scoperta della relazione fa impazzire di rabbia il gelosissimo Lermontov, che licenzia immediatamente Julian, con il risultato che anche Vicki se ne va.

Sotto, Anton Walbrook interpreta Lermontov:

Lermontov tiene entrambi per la gola, perché i diritti di “Scarpette rosse” appartengono a lui e, senza il suo permesso, Julian non potrà mai eseguirlo e Vicki non potrà mai danzarlo. La situazione è difficile soprattutto per lei, la cui fama è legata esclusivamente a quel successo, mentre Julian si fa conoscere anche come autore di altre opere. Lo spettacolo non viene mai più replicato, perché intanto la Boronskaja si è separata dal marito ed è tornata da Lermontov, che le ha ridato il posto di étoile ma la ritiene inadatta a quel ruolo.

Il rapporto tra Julian e Vicki entra in crisi per le frustrazioni di quest’ultima. Lermontov ne viene messo al corrente da conoscenti comuni e, un giorno che la ragazza è di passaggio per Montecarlo durante una vacanza, la intercetta sul treno e la convince a tornare a lavorare per lui. Viene deciso di produrre, a Montecarlo, un nuovo allestimento di “Scarpette rosse” e, con una discreta dose di perfidia, Lermontov fa coincidere la data della prima con l’esordio, a Londra, di una nuova, attesissima composizione di Julian.

Ma Julian fa saltare i suoi piani, perché non si presenta a Londra e si reca invece a Montecarlo, per chiedere a Vicki di tornare con lui. Spalleggiata da Lermontov, che le impone di scegliere tra la carriera e gli affetti, la ragazza gli oppone un fermo no, allora Julian se ne va a prendere il treno per tornare a casa. Ma, appena indossate le scarpette rosse di scena, Vicki ha un improvviso ripensamento e, con ancora addosso il suo costume, si getta all’inseguimento di Julian. Sembra che siano proprio le scarpette rosse a portarla ma, arrivata alla stazione, nel prendere una scalinata che da un terrazzo scende verso il marciapiede, perde l’equilibrio sullo slancio e precipita sui binari.

La notizia viene portata a Lermontov: che, sconvolto dal dolore, annuncia agli spettatori che lo spettacolo si terrà lo stesso, anche senza di lei. Un faro seguipersona illuminerà il palco vuoto, muovendosi in modo da toccare tutti i posti che l’étoile avrebbe dovuto occupare.

Anche questo è un riferimento a un fatto storico. Nel gennaio del 1931, Anna Pavlova tornava da una breve vacanza quando il suo treno fu fermato da un incidente. La danzatrice, irritata dal ritardo, volle scendere dal vagone per vedere cosa stesse succedendo, benché fosse vestita con abiti leggeri, e restò a lungo in mezzo alla neve. Quando arrivò a L’Aja, aveva la febbre alta e fu ricoverata in ospedale, ma inutilmente. Morì il 23 di quello stesso mese, stringendo il suo costume di scena di “La morte del cigno”, il suo più grande successo, che doveva interpretare di lì a pochi giorni. Quando la prima dello spettacolo andò in scena, nessuno la sostituì e al suo posto gli spettatori seguirono i movimenti del faro sul palco, esattamente come si vede nel film.

Sotto, Anna Pavlova abbraccia un cigno:

Nell’ultima sequenza, mentre i presenti chiamano i soccorsi, Vicki moribonda sui binari chiede a Julian di toglierle le scarpette rosse: la stessa conclusione del balletto che doveva interpretare.

Qui il riferimento storico è molto più complesso e meglio nascosto, evidentemente per sfuggire alla censura. Djagilev ebbe spesso rapporti difficili con ballerine bizzose, ma nessun particolare legame extraprofessionale con esse, perché era omosessuale. Del resto, anche il personaggio di Lermontov, nonostante la sua gelosia e possessività verso Vicki, non ha per lei alcun interesse fisico, né lo ha per nessun’altra donna, anzi tiene intorno una corte di soli uomini ed è abbastanza evidentemente omosessuale anche lui, anche se ovviamente nel film non viene mai detto.

A questo punto, però, l’occasione è buona per fare piazza pulita di un pregiudizio duro a morire, quello per cui gli uomini che si dedicano alla danza classica devono per forza avere problemi di identità sessuale. Ci sono stati e ci sono ancora dei danzatori che rappresentano delle icone di virilità da far impallidire qualsiasi concorrente, a partire dai calciatori. Il primo coreografo che lavorò per Djagilev, Michail Fokine (1880-1942), era un uomo di fortissima personalità, capace di imporre già da giovanissimo le sue idee innovative (Djagilev non lo scoprì ma lo scelse proprio per le capacità già dimostrate) e un atleta dalla bellezza statuaria; e fu legato in un matrimonio lungo e felicissimo a un’altra brava danzatrice che gli faceva spesso da partner, Vera Fokina (1886-1958): le immagini che li ritraggono in scena con i costumi di “Shéhérazade” o di “L’uccello di fuoco” (due dei primi e maggiori successi dei Balletti russi), pur apparendo molto datate (ma in modo davvero affascinante), sono un vero tripudio di bellezza.

Daniel Ezralow (nato nel 1956), danzatore e coreografo dalla carriera prestigiosissima, già nelle compagnie Iso e Momix, oltre a una fisicità imponente e a una coordinazione motoria che gli permette davvero di sfidare la forza di gravità, ha un fascino che gli è valso non pochi ruoli da attore a Hollywood, per la gioia delle sue innumerevoli ammiratrici. Un altro ballerino di prim’ordine (anche lui a volte attore a Hollywood), Michail Baryshnikov (nato nel 1948), con quella sua aria da eterno adolescente, ha avuto importanti relazioni sentimentali con donne del calibro di Jessica Lange e Jacqueline Bisset. Insomma, come tutti i pregiudizi, anche questo esprime solo la frustrazione e la pochezza umana di chi ci crede.

La storia personale di Djagilev si intreccia però a quella di un altro nome di primo piano della danza del suo tempo, quello di Vaslav Nijinskij (1890-1950), ucraino di origine polacca, che fu la più importante delle scoperte di Djagilev. Nijinskij ebbe con il suo mecenate una relazione che durò almeno 4 anni (dal 1909 al 1913) e finì bruscamente quando il ballerino decise di sposare una ricca ammiratrice, la contessa ungherese Romola de Pulszki, e Djagilev lo cacciò dalla compagnia (insieme alla sorella Bronislava, anche lei danzatrice, benché questa avesse della de Pulszki una pessima opinione). Successivamente, però, Djagilev lo aiutò a espatriare negli Usa durante la Grande Guerra, mentre l’Impero Russo si dissolveva.

Ma la carriera artistica di Nijinskij proseguì ancora per pochissimo, dato che nel 1919 gli fu diagnosticata la schizofrenia e, da allora, non fece altro che entrare e uscire da ospedali psichiatrici (ha lasciato un diario dolorosamente sincero della propria sofferenza).

Con la censura degli anni ’40 era davvero impossibile toccare esplicitamente un tema simile in un film, si rischiava addirittura il carcere.

Dunque, è possibile che in realtà il personaggio di Vicki sia stato ispirato proprio da Nijinskij?

Per chiudere, ricordiamo che l’influenza dei Balletti Russi è giunta fino agli artisti nostri contemporanei. Franco Battiato, nella canzone “Prospettiva Nevskij” cita la compagnia e la relazione tra Djagilev e Nijinskij. Kate Bush ha addirittura dedicato un album al film, “The red shoes”, accompagnato da un video cui, nelle intenzioni della cantante, avrebbe dovuto collaborare anche il regista Michael Powell, che però morì prima che il progetto si concretizzasse.

Sotto, il trailer del film:

Sotto, un estratto del doppiaggio originale restaurato:

Roberto Cocchis
Roberto Cocchis

Barese di nascita, napoletano di adozione, 54 anni tutti in giro per l'Italia inseguendo le occasioni di lavoro, oggi vivo in provincia di Caserta e insegno Scienze nei licei. Nel frattempo, ho avuto un figlio, raccolto una biblioteca di oltre 10.000 volumi e coltivato due passioni, per la musica e per la fotografia. Nei miei primi 40 anni ho letto molto e scritto poco, ma adesso sto scoprendo il gusto di scrivere. Fino ad oggi ho pubblicato un'antologia di racconti (“Il giardino sommerso”) e un romanzo (“A qualunque costo”), entrambi con Lettere Animate.