Scacchi e Go: l’arte della guerra nei giochi da tavola

Il maestro fa avanzare i propri pedoni in formazione compatta, intanto l’allievo si ingegna per rispondere alla mossa dell’avversario. Il re bianco appare al sicuro protetto da un inespugnabile arrocco. Impossibile impensierirlo per il momento, qualsiasi attacco non sarebbe che un’inutile fatica. Ma ecco uno spiraglio: una torre inspiegabilmente scoperta. Un’occasione troppo ghiotta per il ragazzo che, dopo innumerevoli partite, ha finalmente l’occasione per mettere in difficoltà l’anziano maestro. L’allievo sposta con aria soddisfatta il proprio alfiere facendo di un sol boccone la torre nemica.

È fatta, missione compiuta!

Il sorriso beffardo del vecchio avversario svelerà presto il tranello: il re nero è rimasto senza alcun pezzo a protezione. Cavallo bianco in F3 e voilà scacco matto. Servirà ancora molto esercizio al giovane studente prima di poter impensierire quella vecchia volpe del suo maestro. L’allievo dovrà portare pazienza, conscio del fatto che gli errori permettono di crescere e che dalle sconfitte si può sempre imparare. In fondo nessuno si è fatto male, perfino i pezzi catturati potranno tornare sulla scacchiera alla prossima partita. Che strano sarebbe il mondo se le battaglie somigliassero a partite di scacchi! Ogni fante sarebbe senza paura, un automa privo di ogni pensiero diverso da quello di obbedire all’ordine ricevuto.

Eppure, per quanto possa sembrare assurdo, in un’epoca nemmeno troppo lontana questo era l’obbiettivo della maggior parte dei generali europei. Si pensava infatti che le guerre si potessero vincere sfruttando le leggi della fisica e della matematica, a patto che si fosse ridotto nel maggior modo possibile il fattore umano. Ed ecco allora che teorici si scervellarono per capire a quanti passi al minuto fosse preferibile marciare o come standardizzare le procedure il più possibile per rendere ogni uomo un ingranaggio ben oliato all’interno della loro macchina bellica.

Si era capito che le emozioni umane rendevano le truppe vulnerabili. Un esercito nel quale nessun soldato avrebbe battuto ciglio vedendo il commilitone vicino abbattuto da una palla di cannone sarebbe stato invincibile. Ma ciò non era evidentemente possibile. E allora le battaglie si trasformarono in una gara dove vince chi sbaglia di meno, dove il generale che vede le proprie truppe disperdersi travolte dalla paura prima di quelle dell’avversario esce inevitabilmente sconfitto.

Quale strategia sarebbe stata quindi la più adeguata per guadagnarsi la vittoria di una guerra? Se è vero che per vincere è necessario ridurre al minimo le occasioni di errore la soluzione è allora intuitiva:

Radunare tutte le forze possibili dove si ha una posizione di vantaggio e colpire il nemico con un unico colpo letale

Questa secondo Karl von Clausewitz, probabilmente il più celebre teorico militare occidentale, sarebbe stata la chiave del successo. Un solo attacco quindi, ma decisivo per annichilire l’esercito avversario.

L’annientamento totale delle sue truppe come unico traguardo possibile. Queste erano pressappoco le idee che circolavano nelle corti dell’Europa napoleonica. Già l’Europa. Perché in Asia da tempo la si pensava diversamente. Sun Tzu, filosofo cinese vissuto probabilmente tra il VI e il V secolo a.C., nella sua “L’arte della guerra” aveva infatti predicato principi opposti a quelli del grande teorico prussiano. Se per quest’ultimo la battaglia era parte imprescindibile della guerra, per Sun Tzu rappresentava invece solo un elemento accidentale; le abilità di un grande generale si sarebbero anzi apprezzate nell’abilità di sconfiggere il nemico senza affrontarlo in uno scontro diretto.

Donna che gioca a go (dinastia Tang 744 circa), scoperta nelle tombe di Astana

Mentre per von Clausewitz la guerra è una continuazione della politica che si sviluppa attraverso mezzi diversi, secondo Sun Tzu questa differenza non esiste. Nella visione del grande filosofo cinese infatti non si tratta di due materie legate, bensì di due aspetti di uno stesso elemento. La guerra viene quindi considerata come un sistema complesso nel quale i fattori che entrano in gioco sono numerosi. Il morale delle truppe, il clima, il terreno, la diplomazia, i rapporti delle spie; molti aspetti devono essere considerati e lo scontro armato è solo uno dei tanti. Scrive Sun Tzu:

“La guerra è il Tao dell’inganno. Perciò se siete abili, di fronte al nemico fingete incapacità. Se siete costretti a impegnare le vostre forze, fingete inattività. Se il vostro obiettivo è vicino, fate credere che si trovi lontano; quando è distante, create l’illusione che si trovi nei paraggi. […] Ottenere cento vittorie in cento battaglie non è dimostrazione di grandissima abilità. Soggiogare il nemico senza combattere rappresenta la vera vetta dell’arte militare. […] Perciò chi eccelle nell’arte militare, soggioga gli eserciti nemici senza affrontarli direttamente in combattimento, cattura le città fortificate senza doverle assalire, e distrugge gli Stati avversari senza doversi impegnare in campagne prolungate”.

In Sun Tzu la dissimulazione diventa quindi il principale mezzo attraverso cui guadagnarsi la vittoria. Essa infatti permette di ottenere importanti risultati, quali ad esempio fiaccare il morale delle truppe avversarie, ovvero spingerle su un terreno a loro sfavorevole: tutte condizioni che potrebbero determinare una resa del nemico. Così, “mentre la tradizione occidentale esaltava gli scontri decisivi, in cui risultavano gli atti di eroismo, quella cinese metteva in rilievo la scaltrezza, la tortuosità e il paziente e graduale consolidarsi delle posizioni di vantaggio”.

Anche gli scacchi e il weiqi (meglio conosciuto con il suo nome giapponese di go), i giochi di intelletto preferiti da queste due diverse culture, finiranno per essere influenzati da tale tipo di impostazione. Per quanto riguarda gli scacchi ne abbiamo già detto: essi costituiscono la perfetta rappresentazione della battaglia finale teorizzata da von Clausewitz, la quale, nel rispetto dei dettami del prussiano, spesso si conclude con l’annientamento della maggior parte delle truppe nemiche.

Il go invece è più sottile. Il gioco consiste nel disporre a turno delle pedine su una griglia cercando di creare delle zone di propria influenza o di circondare i pezzi posizionati dal proprio avversario. A differenza degli scacchi, che rappresentano una singola battaglia, il go ricorda piuttosto una guerra nella sua interezza. I pezzi non sono già tutti sul campo e un giocatore esperto sa bene che nel ponderare le sue mosse dovrà tener conto anche delle risorse non ancora allocate dal suo avversario. Sulla tavola si ingaggeranno quindi numerosi scontri contemporaneamente che alla fine determineranno il vincitore della partita.

Se negli scacchi una partita solitamente comincia con i due sfidanti che si battono cercando di conquistare il centro della tavola (anche qui attuando i principi del “centro di gravità” e del “punto decisivo” formulati da Clausewitz) nel go questo invece non avviene perché investire tutte le risorse in un’unica zona del campo si rivelerebbe certamente deleterio per il prosieguo del gioco, in quanto le restanti parti della tavola resterebbero scoperte. A differenza che negli scacchi quindi, dove concentrarsi su un unico obbiettivo spesso si rivela vantaggioso, al giocatore di go è imposta una notevole flessibilità strategica, nonché la capacità di operare contemporaneamente su più fronti.

Coppia coreana, in abiti tradizionali, gioca a Go in una fotografia datata tra il 1910 e il 1920

Sitografia: Filosofico, Difesa, Bologna Go Club, Mori.

Bibliografia: H. A. Kissinger; Cina; Arnoldo Mondadori Editore S.p.a. ; Milano; 2011.


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