Sante Pollastro e Costante Girardengo: la Vera Storia de “Il Bandito e il Campione”

Che sport il ciclismo! Fatica, sudore e fiato grosso, in solitudine sulla strada. Adatto solo a chi ha tenacia e testardaggine da vendere. Un po’ come la vita, no? che si srotola fra continui alti e bassi, faticose salite e pericolose discese. E in quel percorso c’è dentro tutto e il suo contrario: forza, coraggio, disincanto e rabbia, amore, disperazione e gioia.

E’ il modo di affrontare il percorso che alla fine cambia la destinazione:

Due ragazzi del borgo cresciuti troppo in fretta

Un’unica passione per la bicicletta

Un incrocio di destini in una strana storia

Di cui nei giorni nostri si è persa la memoria

Una storia d’altri tempi, di prima del motore

Quando si correva per rabbia o per amore

Ma fra rabbia ed amore il distacco già cresce

E chi sarà il campione già si capisce.

Una strana storia vera (o forse una storia che, a ben guardare, potrebbe rifletterne molte altre), quella poeticamente raccontata da Luigi Grechi e portata al successo dal fratello Francesco De Gregori nella bellissima canzone “Il bandito e il campione”.

La vicenda reale ha però poco di poetico, nata com’è in un’Italia ancora sotto le macerie della prima guerra mondiale, dove miseria e disperazione sono pane quotidiano per tante, troppe famiglie, da nord e sud, senza distinzioni.

Non fa eccezione quell’aspra striscia di terra a cavallo tra Liguria e Piemonte, dove sorge Novi Ligure, paese che, nonostante il nome, appartiene alla provincia di Alessandria. Qui la vita è faticosa e si campa a stento, malgrado la precoce industrializzazione dovuta all’arrivo della ferrovia. Ma si sa, i contadini che diventano operai o le donne che lavorano nelle filande non è che trovino chissà quali vantaggi. Per chi nasce povero la vita è sempre durissima e, quasi sempre, priva di scelta. Solo chi ha una marcia in più può sperare di affrancarsi da una condizione che assomiglia a un destino immutabile.

Quella marcia in più ce l’ha, nelle gambe, uno dei figli più famosi di Novi Ligure (oltre a Fausto Coppi), Costante Girardengo, classe 1893, per definizione il Campionissimo (vince per due volte il Giro d’Itala, sei Milano-Sanremo, tre volte il Giro di Lombardia, altrettante il Giro del Piemonte, per cinque volte il Giro dell’Emilia e la Milano-Torino) e leggenda di un ciclismo ancora agli albori.

«Vai, Girardengo, vai grande campione,

nessuno ti segue su quello stradone!

Vai Girardengo, non si vede più Sante

è sempre più lontano, è sempre più distante!»

Girardengo vola sulle due ruote, nonostante la contrarietà del padre che addirittura gli butta via la bicicletta per obbligarlo a lavorare nell’osteria di famiglia. Vola e si lascia alle spalle la miseria – non certamente la fatica: “Non si diventa Girardengo per caso”, ebbe a dire spesse volte – e anche chi come lui ha voglia di riscatto e rivalsa ma non nelle gambe la sua stessa forza, come quel Sante citato nella canzone di Grechi.

Girardengo vince la MIlano-Torino – 23 aprile 1919

E dietro alla curva del tempo che vola

C’è Sante in bicicletta e in mano ha una pistola

Se di notte è inseguito spara e centra ogni fanale

Sante il bandito ha una mira eccezionale

E lo sanno le banche e lo sa la questura

Sante il bandito mette proprio paura

Quello di Sante Pollastro, classe 1899, non è un nome oggi troppo conosciuto ma negli anni ’20 era addirittura considerato il “nemico pubblico numero uno”, forse più famoso in Francia che in Italia, dove la censura fascista evitava di dar troppo risalto ai fatti di cronaca nera.

Sante Pollastri nel 1959

Oggi la storia di Pollastro è indissolubilmente legata al nome di Girardengo, grazie alla canzone di Grechi/De Gregori, anche se in realtà poco si sa sui loro rapporti. Certamente si conoscono, visto che nascono e vivono entrambi a Novi Ligure, ma la differenza d’età di sei anni induce a credere che non ci fosse uno stretto rapporto d’amicizia.

Anche Sante ama correre in bici, ma non ha il dono di Costante e così le due ruote sono per lui solo il mezzo che gli consente di sfuggire ai carabinieri, che lascia al buio sparando ai lampioni mentre pedala veloce sì, ma non come il Campionissimo. Nasce povero Sante, e per tirare a campare insieme alla madre e alla sorella (il padre li abbandona presto), anziché imparare un mestiere provvede in qualche modo con piccoli furti, iniziando dalle mattonelle di carbone per vincere il gelo dell’inverno. Ma non sono i furti, che comunque col tempo diventano sanguinose rapine, che lo fanno diventare il bandito più ricercato d’Italia. E’ piuttosto la sua fama di acerrimo nemico dei Carabinieri e amico degli anarchici.

Quale sia il motivo che scatena l’odio di Pollastro verso le forze dell’ordine non si sa, perché tutto quello che lo riguarda è avvolto nelle nebbie delle leggende, nate già durante la sua attività criminale.

Forse quell’odio scaturisce dall’uccisione di un suo parente durante un furto, forse è lui che ammazza un carabiniere colpevole di aver violentato la sorella e poi si dà alla macchia, o forse ancora non riesce a mandare giù la morte del fratello, preso a forza da casa nonostante fosse ammalato, per essere portato in caserma dove doveva adempiere alla leva. Poi c’è chi parla di una rissa con due fascisti del luogo, che lo avrebbero riempito di botte per un suo gesto considerato ingiurioso: avrebbe sputato una caramella al rabarbaro, e quindi amara, finita proprio vicino ai piedi di uno dei due.

Insomma, qualsiasi sia il motivo che avvia Pollastro a una carriera criminale, certo è che il bandito, incubo delle forze dell’ordine, tra la sua gente diviene leggenda, una sorta di Robin Hood che aiuta sia i poveri sia gli amici anarchici, perseguitati dal regime fascista.

Tutto molto poetico, se non fosse che nel corso della sua attività Pollastro, che non è un rapinatore solitario ma ha una banda numerosa che lo segue, uccide cinque carabinieri e due poliziotti; ma le vittime, nella narrazione popolare dell’epoca, non sono “persone”, ma guardie dalle quali doveva difendersi.

Dopo la morte di due poliziotti a Milano, alla fine del 1926, Pollastro ripara in Francia, dove prosegue la sua attività criminale e acquista una sinistra fama, arrivando a rapinare una famosa gioielleria di Parigi. Per arrivare alla sua cattura collaborano il vice commissario Giovanni Rizzo, della Questura di Milano, e il celebre commissario della Brigade Criminelle di Parigi, Marcel Guillame (famoso anche per aver ispirato a Simenon la figura del commissario Maigret). Nessuno potrà mai dire se i due superpoliziotti sarebbero mai riusciti a catturare quel bandito che sembrava imprendibile, se qualcuno non lo avesse tradito. Il delatore resta sconosciuto (forse uno della banda, forse una ballerina), ma comunque sia, il 10 agosto del 1927 Pollastro termina la sua carriera di bandito, acciuffato nella metropolitana parigina.

Fu antica miseria o un torto subito

A fare del ragazzo un feroce bandito

Ma al proprio destino nessuno gli sfugge

Cercavi giustizia ma trovasti la Legge.

A legare la storia del bandito con quella del Campionissimo è la supposizione, senza fondamento, che potesse essere stato proprio Girardengo a tradirlo. Pollastri aveva, è vero, incontrato il ciclista durante la latitanza a Parigi, ma in tutt’altro contesto.

Girardengo al Velodromo d’Inverno – 1923

Appena dopo essere fuggito in Francia, nel dicembre 1926, Pollastro forse sente nostalgia di casa e degli anni della sua infanzia, così si mescola col pubblico che assiste alla Sei Giorni nel Velodromo d’Inverno di Parigi, dove corre anche Girardengo. Ma il bandito non si limita a questo: si fa riconoscere – grazie a un fischio particolare – dal massaggiatore del Campione, il novese Biagio Cavanna, con cui aveva tentato da ragazzino la via del ciclismo.

Pollastro vuole incontrare Costante e raccontargli qualcosa di sé, per smentire le voci che lo davano per morto, ucciso in uno scontro a fuoco coi gendarmi francesi, e poi discolpare due loro compaesani, condannati a 30 anni di carcere per un omicidio del 1922, di cui lui si assume la responsabilità. Prega l’amico di un tempo di raccontare la faccenda all’autorità giudiziaria, cosa che Girardengo farà, anche se inutilmente, perché i due rimangono in galera. Dopo la cattura, Pollastri viene processato in Francia e poi estradato in Italia, per scontare due ergastoli.

Sante Pollastri al processo di Parigi nel 1927

Avanti negli anni, le vite di Pollastro e Girardengo si incroceranno nuovamente nel 1959, quando il ciclista è un leggendario campione ormai a riposo e Pollastro, graziato dal Presidente Gronchi, torna nella sua Novi, dove ritrova qualche affetto: la sorella, il cognato, un fratellastro e anche una compagna. Il bandito e il campione muoiono a un anno di distanza uno dall’altro: Girardengo nel 1978 e Pollastri nel 1979.

A rendere popolare e poetica la loro storia, molti anni dopo, ci penseranno Grechi e De Gregori, con la struggente Il Bandito e il campione.

Una doverosa precisazione: in molte fonti su Sante Pollastro viene indicato come vero il cognome Pollastri, poi storpiato; la notizia, riportata inizialmente anche in questo articolo, non corrisponde a verità, come ci è stato segnalato personalmente da una parente di Pollastro.


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