Rivolte e tumulti animavano il Sud America spagnolo a metà del XVI secolo. I grandi imperi erano stati conquistati, l’oro e l’argento cominciavano a confluire nelle casse della madrepatria, i conquistadores erano ora impegnati nella battaglia per il governo delle colonie. Pizarro era morto durante un’insurrezione, le rivolte incas e di altre tribù imperversavano nell’entroterra peruviano. Diversi governatori si susseguirono tentando di mettere ordine in quelle turbolente province, ma nemmeno gli uomini inviati dalla Corona spagnola riuscirono nell’intento. Nel 1556 l’ufficiale Andrés Hurtado de Mendoza raggiunse Lima per prendere il posto di viceré. Il paese era ancora pervaso da pericolose agitazioni e le misure prese per metterlo in sicurezza (arresti, esili e impiccagioni) non furono sufficienti.

Sotto, Andrés Hurtado de Mendoza:

Intanto dall’altra parte del continente, sulla costa brasiliana, il capo Viraratu dopo una serie di conflitti riunì il suo popolo e lo condusse, risalendo il Rio delle Amazzoni, a Moyobamba, vicino al fiume Huallaga in Perù, regione abitata dai Motilone. Viraratu raccontò loro del suo viaggio, descrivendo i numerosi villaggi incontrati ricchi d’oro e d’argento, oltre ai favolosi tesori degli Omagua. I Motilone riferirono questi racconti agli spagnoli; il vicerè colse al volo l’occasione per arricchirsi e liberarsi di possibili dissidenti che in città non avevano niente da fare. Decise, dunque, di lasciar l’onere della spedizione al valoroso Pedro de Ursua. Il comandante cominciò subito a reclutare uomini.

Sotto, Pedro de Ursua:

Il generale aveva deciso di portare con sé l’amata compagna Iñez de Atienza, decisione molto contestata dagli altri avventurieri. I brigantini per la traversata fluviale erano in costruzione, e il grosso della spedizione si era riunito a Santa Cruz de Capacoba, vicino Moyobamba, comandato da Pedro Ramiro. Qui due ufficiali, Francisco de Arles e Diego de Frias, gelosi della posizione di Ramiro, ordirono il suo assassinio e comunicarono a Ursua che l’uccisione si era resa necessaria in quanto Ramiro era intenzionato a tradirlo. Ursua venne a sapere della natura menzognera delle dichiarazioni dei due, e senza lasciar trasparire le sue intenzioni risolse di incontrarli: dopo averli cordialmente salutati li fece arrestare e decapitare di fronte a tutti.

La spedizione non era ancora partita e già 3 persone avevano perso la vita

A Santa Cruz, Ursua divise la spedizione: cento uomini andarono con Juan de Vargas fino allo sbocco del fiume Cocama (Ucayali) nel Rio delle Amazzoni, dove avrebbero aspettato il gruppo principale e tenuto al sicuro le provviste raccolte nel distretto attraversato; altri trenta uomini guidati da Garcia Arze avrebbero seguito il fiume Huallaga, raccogliendo provviste e lasciandole lungo la riva. I due gruppi partirono: il punto di incontro era lo sbocco dell’Ucayali, l’inizio del Rio delle Amazzoni. Tuttavia i due drappelli non si incontrarono.

Sotto, la vista area della confluenza fra il Río Tambo (dal basso all’alto) e il Río Urubamba (sullo sfondo, da destra a sinistra) che formano il Río Ucayali, a sinistra. Fotografia di Maurice Chédel via Wikipedia:

Arze non aveva aspettato Vargas e aveva proseguito lungo il fiume. Colti dalla fame, due uomini andarono in cerca di cibo, ma non riuscirono a ritrovare la strada e furono lasciati indietro. Non trovando di che nutrirsi gli altri si dovettero spostare costantemente, cibandosi anche di alligatori. Il gruppo in difficoltà riparò in un isolotto fluviale (forse vicino alla foce del Napo), abitato da tribù belligeranti. Arze ordinò la costruzione di un forte e la raccolta di provviste per resistere agli attacchi dei nativi che arrivavano da ogni direzione. Migliaia di indios vennero tenuti a bada da soli tre archibugi.

Terrorizzati alla vista dei feriti decisero di terminare gli assalti portando in dono agli spagnoli del cibo come offerta di pace

Gli avventurieri non riuscivano a fidarsi di quei segni di pace, erano convinti che il tradimento fosse in agguato, per cui ben pensarono di agire per primi: catturarono una ventina di indigeni, li rinchiusero in una capanna e li pugnalarono a morte. La notizia della crudeltà degli spagnoli si sparse nella regione, tanto che solo menzionare il loro nome faceva tremare i nativi, i quali pervasi dalla paura abbandonavano le proprie case fuggendo nella foresta.

Intanto Vargas, a bordo di un brigantino, era giunto nel punto in cui si sarebbe dovuto incontrare con Arze; non avendo notizie del compagno andò in cerca di cibo. Dopo oltre venti giorni di viaggio si imbatterono in alcuni villaggi abbondanti di mais, che non si fecero scrupoli a razziare, prendendo alcuni nativi come schiavi. Ritornò, quindi, al brigantino dove aveva lasciato gran parte del gruppo in preda ai morsi della fame. Finalmente poterono rifocillarsi, ma nel molto tempo che avevano passato inoccupati, vessati dai disagi, ebbero modo di meditare sulla loro condizione e sul ritardo di Ursua, che si sarebbe già dovuto far vivo. Lo spettro del tradimento iniziava a insinuarsi tra le fila di quegli uomini che avevano dedicato la vita all’infedeltà. In ogni caso la discussione sul da farsi, uccidere Vargas o abbandonarlo e tornare indietro, fu messa da parte.

Ursua aveva avuto dei ritardi e il mal contento regnava tra l’equipaggio. Il 26 settembre 1560 finalmente partirono. Dopo diversi giorni di viaggio si ricongiunsero al gruppo di Vargas, a corto di cibo. Dopo una settimana di riposo arrivò il momento di ripartire, lasciando il brigantino ormai inutilizzabile. Lungo il Rio incontrarono dei pescatori, che alla vista dei bianchi fuggirono lasciando le loro cose, in questo modo gli spagnoli poterono impadronirsi di tartarughe, uova e canoe. Proseguendo la navigazione incontrarono il gruppo perduto di Arze, che ormai aveva perso le speranze. Nelle vicinanze incontrarono delle città indigene che purtroppo non contenevano oro. Dopo una breve sosta ripresero la discesa; lungo la  costa non trovarono altre persone, ormai tutte fuggite, bensì solo case e campi abbandonati. A un certo punto finalmente incontrarono alcuni nativi amichevoli e si fermarono presso di loro, ma il malcontento degli spagnoli sfociò presto in un tentato ammutinamento, prontamente bloccato da Ursua, le cui punizioni (arresto e maggiori fatiche) erano viste come segno di debolezza.

La navigazione riprese, Ursua non si preoccupò di rifornire le canoe, sicuro di trovare vettovaglie lungo il viaggio. Dopo diversi giorni questo si rivelò un errore fatale. Infatti stavano attraversando una regione disabitata. Poterono nutrirsi solo dei pesci che ognuno riusciva a pescare e di qualche tartaruga che andavano divisi tra tutti gli uomini. Questi miseri pasti non potevano combattere la fame che affliggeva la spedizione. Lungo il corso finalmente videro un villaggio, detto Machiparo; alcuni abitanti fuggirono lasciando solo i più forti a difendere le case dagli invasori. Ursua raccolse un pugno dei suoi, armati di archibugi, intenzionato a porre l’assedio qualora i nativi non si fossero mostrati in amicizia, ma per fortuna la lotta fu evitata e i due schieramenti si incontrarono pacificamente. Gli spagnoli vennero rifocillati, ma, vedendo come questi abusavano della loro ospitalità, gli abitanti per paura che le scorte venissero dilapidate iniziarono a nascondere piccole provvigioni. Scoperti da alcuni spagnoli vennero razziati anche questi depositi, al ché Ursua, stanco della condotta spregiudicata dei suoi uomini che avrebbero potuto mettere a repentaglio la possibilità di rifornirsi più avanti, li fece imprigionare, peccato però che uno di questi era il servo di Fernando de Guzman, il terzo in comando. Egli non accettò di buon grado l’affronto. Si trovavano vicino alle bocche del fiume Putumayo.

Sotto, raffigurazione di una famiglia di nativi nell’attuale regione di Machiparo:

La fatica e la frustrazione si facevano sentire; nel campo si era sparsa la voce che era tutto un inganno, che non esisteva alcuna terra dell’oro e che sarebbe stato meglio tornare in Perù. Ursua cercò con grande eloquenza di incitare alla perseveranza, e un po’ gli animi si calmarono, ma la questione era tutt’altro che risolta. Aguirre, Montoya, Salduendo e qualche altro, tuttavia, continuarono a spargere il veleno della discordia, del dubbio e del malcontento: dipingevano Ursua come un uomo duro, debole, incoerente, controllato dall’amante Doña Iñez, che non aveva rispetto per i compagni. Dovevano scegliere un nuovo capo, uno di alto rango, facile da manipolare: Fernando de Guzman era l’uomo adatto, giovane, ingenuo e ambizioso. Lope de Aguirre lo convinse facilmente facendogli credere che si sarebbero limitati ad abbandonare Ursua e qualche uomo con alcune canoe nel villaggio.

Il piano tuttavia cambiò presto rotta: uccidere Ursua, raggiungere il Perù, rovesciare il governo in favore di Guzman e godersi agi e ricchezza

Il piano era pronto. Qualche giorno prima dell’atto fatidico, uno degli uomini più fedeli di Ursua, Juan Gomez de Guevara, mentre passeggiava di notte vicino alla tenda del suo capo, vide un’ombra e sentì una voce che diceva: “Pedro de Ursua, governatore di Omagua e di El Dorado, Dio ti perdoni”. La cosa lo stupì non poco ma decise di non dire nulla al generale, che giaceva malato nella sua capanna. Passato il Natale la compagnia lasciò il villaggio per accamparsi in un altro agglomerato disabitato. Qui uno schiavo, insospettito da ciò che stava accadendo, tentò di informare Ursua dell’ammutinamento, ma, non riuscendo a conferire con lui, riportò i suoi sospetti allo schiavo di Ursua stesso, quest’ultimo, però, si scordò di riferirlo al suo padrone. La notte arrivò e i cospiratori si riunirono nella capanna di Guzman. Inviarono uno schiavo ad accertarsi che Ursua fosse solo. Così nel cuore della notte gli ammutinati guidati da Montoya e Chaves entrarono nella capanna e pugnalarono a morte il comandante. Ursua era morto. Nell’accampamento si levò un grido:

Libertà, libertà, il tiranno è morto!

Fonti: Archive N°1, Archive N°2.

Sotto, una scena da “Aguirre furore di Dio” che ripercorre le vicende della spedizione di Pedro de Ursua:

Categorie: Storia

Alessandro Licheri

Alessandro Licheri

Studente di Storia, natio dell'isola più bella del mondo viaggio da un libro all'altro, traversando cronache e romanzi, dedicandomi particolarmente alla storia delle esplorazioni e spaziando sugli innumerevoli campi che questa lambisce, cercando di ripercorrere attraverso racconti d'ogni epoca quei sentieri avventurosi tracciati dall'audacia degli uomini.