L’antica consuetudine della faida voleva che l’offesa all’onor proprio o della famiglia venisse vendicata col sangue del diretto responsabile o, indirettamente, di un suo congiunto.

L’antica usanza consiste nella catena di vendette innescata da uno sgarbo tra due stirpi, o gruppi di famiglie congiunte da legami di sangue. La simbologia del sangue è fondamentale. Il rapporto tra affiliati, se non è di parentela reale, viene stretto col famigerato “patto di sangue”. Questa pratica è ancora oggi presente nei rituali di affiliazione della criminalità organizzata, ad esempio nella mafia siciliana e nella ‘ndrangheta calabrese. In passato i cronisti riportano addirittura casi di vero e proprio vampirismo rituale. Nella prima metà del ‘500, i guelfi della famiglia Numai di Forlì si salassavano le vene raccogliendo il sangue di tutti i gregari in una coppa, sorseggiandone ognuno un poco per sancire il rapporto di fedeltà fino alla morte.

Questa è una delle tinte oscure del Rinascimento. Il Rinascimento a tinte fosche della congiura dei Pazzi contro i Medici a Firenze, delle sanguinose lotte tra Capuleti e Montecchi a Verona (tanto conosciute da ispirare Shakespeare nella tragedia “Romeo e Giulietta”) e della guerra privata tra le famiglie Sassatelli e Vaini a Imola.

La faida fra i Sassatelli e i Vaini a Imola

La vicenda inizia nell’anno 1504. Cesare Borgia, il famigerato duca Valentino, il Dragone che aveva ridotto all’obbedienza e all’ordine le rissose terre di Romagna, è caduto. Imola, fino a quel momento quartier generale del duca, piomba nell’anarchia. Si riaccende la sanguinosa lotta per il potere tra guelfi e ghibellini, nomi tradizionali ormai svuotati del significato originario (i guelfi erano i sostenitori del Papato mentre i ghibellini i sostenitori dell’Impero) che definiscono solo i due contrapposti clan imolesi con a capo le due famiglie nobili dei Sassatelli e dei Vaini, ognuno dei quali rappresenta unicamente il proprio interesse politico.

Sotto, Cesare Borgia, il Duca Valentino, in un dipinto di Altobello Melone:

La città sprofonda in un turbine di sangue, violenza, omicidi, guerriglia urbana e stragi per le vie cittadine. Il conte Giovanni Sassatelli, detto Cagnaccio (secondo un aneddoto avrebbe ucciso da solo nove soldati francesi in duello, impresa degna di far impallidire Ettore Fieramosca alla disfida di Barletta) deve difendere la propria stirpe e lottare contro il capitano Guido Vaini, che capeggia la parte ghibellina, secondo una vertiginosa sequenza di fatti e colpi di scena degna della serie de “Il trono di spade”.

L’origine della faida è una questione di donne

La relazione extraconiugale tra un certo capitano Imola Bombarda (dal soprannome, probabile campione di risse, arroganza ed eccessi vari), di parte ghibellina, e una dama, Marsibila, moglie di Francesco Calderini, amico di Gentile Sassatelli, fratello di Giovanni. Gentile prende le difese del Calderini, irritando a tal punto Imola Bombarda da indurlo ad architettare l’eliminazione fisica del medesimo, ovviamente con l’appoggio della famiglia Vaini.

L’attentato viene pianificato per il 24 maggio. Gentile, grazie a una fitta rete di informatori e spie, riesce a scoprire il piano e manda una staffetta a cavallo all’accampamento del conte Giovanni, che si trova con 500 cavalleggeri e 500 fanti vicino a Forlì, per chiedere man forte. La mattina del giorno stabilito, a Imola irrompe il Cagnaccio alla testa dei suoi armati fino alle case dei Vaini, e reclama a gran voce la testa di Imola Bombarda.

Sotto, ritratto di Giovanni Sassatelli:

Davanti alle forze soverchianti degli avversari, Guido Vaini è costretto a lasciare il suo protetto alla mercé dei Sassatelli. Imola Bombarda non è certo un prode, si inginocchia davanti agli zoccoli del cavallo del capitano Sassatelli, implorando pietà. Il Cagnaccio sa quando mostrare magnanimità, per cui gli concede salva la vita sotto giuramento di non tentare più di nuocere alla sicurezza di Gentile.

Tuttavia Imola Bombarda non conosce onore né rispetto per la parola data

Immediatamente ricomincia a tramare contro Gentile, il quale decide a questo punto di farla finita. Una notte, in occasione di un grande banchetto a Palazzo Vaini, tra i convitati al tavolo è seduto anche Imola Bombarda. Spensierato, ride, scherza e si abbuffa. Portata dopo portata. Non sa cosa gli sta per capitare.

Con un’azione da incursore in piena regola, Gentile Sassatelli si cala dal tetto e piomba come un falco nelle sale del banchetto con cento armati, cogliendo tutti di sorpresa. Spade alla gola, i ghibellini sono sopraffatti e Imola Bombarda viene fatto prigioniero. Gettato in strada, sarà ucciso brutalmente.

Il tradimento e l’affronto subito, nonostante la grazia già ricevuta, è ripagato a fil di lama.

Al precipitare degli eventi, il papa Giulio II impone la pace tra i contendenti, sotto pena di lesa maestà. Tutti giurano di rispettarla. Ma l’esecuzione del Capitano Imola Bombarda è un affronto troppo bruciante perché il capo ghibellino lo possa accettare senza colpo ferire. Nei giorni seguenti Guido Vaini scrive lettere, invia staffette fuori Imola, pianifica. Cosa starà preparando?

23 giugno. Il capitano Vaini si presenta sotto le mura di Imola con al seguito un esercito di alleati provenienti da Bologna, Modena e Ferrara. I suoi uomini rimasti in città gli aprono la Porta Spuviglia (sulla via Emilia verso Faenza) e, strada per strada, si avvicina al palazzo Sassatelli, dietro al Duomo di San Cassiano.

Le vedette dei Sassatelli lanciano l’allarme. Gentile fa avvertire il Cagnaccio che si trova acquartierato coi suoi soldati presso Forlì, e promette di tenere duro fino al suo arrivo. Le donne vengono portate nelle cantine del palazzo, la corte interna è ben munita con barili di polvere da sparo e munizioni, i pezzi d’artiglieria vengono armati e posizionati. Chi è in grado di combattere si stringe attorno al suo signore in vista di una difesa a oltranza.

Gentile occupa coi suoi armati la Porta di Lone (sulla via Emilia verso Bologna, vicino alla Rocca caduta in mano ghibellina) e munisce la torre del Duomo, nelle immediate vicinanze del palazzo, con altri uomini d’arme. Intanto manda a chiamare rinforzi a Casalfiumanese, castello della Valle del Santerno.

Il palazzo Sassatelli viene circondato dai nemici. Il Vaini dà l’ordine di aprire il fuoco. Le mura tremano, fra polvere e calcinacci, ad ogni colpo di bombarda. L’assedio è iniziato.

La tensione attanaglia la mente di ogni difensore. Gli assedianti sembrano demoni assetati di sangue, stupri e bottino. Infine il portone viene distrutto da una cannonata, e dalla breccia gli sgherri del Vaini irrompono nella corte interna, uccidendo i primi che gli si parano davanti. Gentile e i suoi fedelissimi iniziano a combattere per difendere l’esistenza stessa della casata Sassatelli. Dove sarà il valoroso Cagnaccio? Già fuori le mura ad attaccare alle spalle i maledetti ghibellini? Speranze vane. Ora è tempo di far strage di nemici e vendere cara la pelle o di morire con onore.

Poco dopo giungono i rinforzi da Casalfiumanese, e assieme agli uomini usciti dalla torre del duomo piombano sugli assedianti. Questa manovra a tenaglia costringe il capitano Vaini a togliere l’assedio al palazzo e a ritirarsi.

Scende la notte. Una masnada spettrale di cavalieri e fanti con fiaccole si avvicina rapidamente alla Porta di Lone. Alla testa cavalca, minaccioso, il capo con la spada in pugno.

Giovanni Cagnaccio Sassatelli è arrivato. Dal castello gli sparano un colpo d’artiglieria ma va a vuoto. Il condottiero si getta con tutta la sua compagnia sulle case dei Vaini, mettendo in rotta l’esercito avversario e impadronendosi dell’artiglieria. Parecchi ghibellini vengono trucidati per le strade mentre Guido Vaini riesce a fuggire dalla città.

La Faida decreta una nuova configurazione politica per la città di Imola:

Giovanni Sassatelli è il vincitore, pronto ad assumere il titolo di Principe della città

Tuttavia, la vendetta è un piatto che in passato veniva servito freddo. Diciotto anni dopo, nel 1522, approfittando dell’assenza del conte Giovanni, che si trova ad assediare per conto del Duca di Milano Francesco II Sforza la città di Alessandria, i ghibellini assaltano le case dei guelfi e il palazzo Sassatelli. Senza mostrare alcuna pietà massacrano chiunque capiti vicino alle proprie lame. Gentile Sassatelli viene ucciso con molti colpi di pugnale.

Per odio e spregio viene evirato, il suo membro gli viene messo in bocca

Infine le proprietà guelfe di Imola vengono messe a ferro e fuoco e distrutte. Nessuno è vincitore della contesa. Sul terreno rimane solo un orrido mare di sangue. Il sangue delle vittime sacrificate alle tremende divinità dell’Onore, del Potere e dell’Ira. A ricordo dei massacri c’è ancora una via imolese adiacente al palazzo Sassatelli-Monsignani, dal nome evocativo:

Si chiama Vicolo Inferno

Le fotografie sono di proprietà di Luca Guglielmi, Compagnia della Fenice, rievocatore storico.

Nicola Marchi
Nicola Marchi

Laureato in giurisprudenza, diplomato in archivistica, diplomatica e paleografia, già cultore della materia presso la cattedra di storia del diritto medievale e moderno all’Università di Bologna, appassionato di storia militare e storia del costume, pittore, umanista. Amo lo studio e la ricerca, le biblioteche e gli archivi storici, i musei, i viaggi. Cerco di trasmettere alle persone le mie passioni attraverso l’attività di divulgatore nell'ambito dell'Associazione culturale “Wandering Storytellers” di cui faccio parte.