San Domino: l’isola confino degli omosessuali durante il fascismo

Erano tutti omosessuali. Una colpa da punire in un mondo intollerante verso ogni tipo di alterità, in un mondo che mirava all’omologazione, al dominio dell’unica razza, cancellando le diversità sessuali, religiose, ideologiche e financo etniche.

Quella di San Domino, l’isola in cui nel 1939 fu confinato un gran numero di omosessuali italiani, è una storia caduta nel dimenticatoio, che in pochi ricordano, ma che sancì per certi versi un primo riconoscimento della comunità gay nel Paese.

Era l’autunno del 1938 e il governo fascista, all’indomani dell’emanazione delle leggi razziali, tappa fondamentale del processo di fascistizzazione del Paese e del sodalizio tra Benito Mussolini e Adolf Hitler, decise di individuare un’isola, una prigione dalle pareti d’acqua, una prigione naturale ideale per confinare quelle che venivano considerate delle “mele marce”, potenzialmente dannose per l’equilibrio e la credibilità della nazione.

No, non stiamo parlando degli ebrei, duramente colpiti dalla leggi razziali fasciste, ma di altri “diversi”, che dovevano essere tenuti sotto controllo, tutti assieme, in una lingua di terra in cui dimenticare e far dimenticare che in Italia potevano esistere anche pensieri e gusti differenti: gli omosessuali.

In realtà l’omosessualità non era affatto un reato in Italia, perché nessuna legge del codice Rocco, il codice penale del tempo, impediva che gli uomini andassero a letto con altri uomini. Nel codice non era contenuta alcuna normativa semplicemente perché, nell’Italia del Duce, degli omosessuali non ne esisteva traccia o comunque rappresentavano una sparuta minoranza gestibile con facilità, senza dover scomodare il legislatore.

Per reprimere e isolare i gay, che erano realmente visti come delle persone malate che non si confacevano affatto al buon costume dell’uomo fascista, fu scelta l’isola San Domino, la maggiore delle isole Tremiti.

L’isola San Domino

Fotografia di Idéfix~commonswiki presunto condivisa via Wikipedia con licenza CC BY-SA 3.0

Le isole Tremiti (chiamate anche Diomedèe) sono un arcipelago adagiato nell’Adriatico a poco più di venti chilometri dalla Puglia cui l’arcipelago appartiene. Le Tremiti, escludendo gli scogli di Cretaccio e della Vecchia, sono composte dalle isole San Nicola, Pianosa, Capraia e San Domino: la prima è sede comunale, la seconda e terza sono disabitate, mentre l’ultima, l’isola San Domino, è la più vicina al Continente e la più abitata con circa 230 residenti stabili.

Le Tremiti, e in particolare San Domino, furono soggette a ripopolamento nella prima metà dell’Ottocento, in epoca borbonica, con il re Ferdinando II delle Due Sicilie, passato alla storia col nome di Re Bomba, che portò nell’arcipelago pugliese alcuni pescatori dell’isola di Ischia con l’indicazione di iniziare a sfruttare le ricche acque circostanti.

I re borbonici, però, non avevano agito sempre per il bene del popolo isolano; nel 1783, infatti, il re di Napoli Ferdinando IV (più avanti noto come Ferdinando I delle Due Sicilie), dopo aver soppresso l’abbazia di Santa Maria a Mare sull’isola di San Nicola, costruita a partire dall’XI secolo, mise in piedi sull’isolotto la prima colonia penale, dando all’intero arcipelago una connotazione ben chiara.

Da quel momento, infatti, la vocazione penale delle Tremiti proseguì senza sosta, raggiungendo il Novecento: fu nel 1911 che circa 1.300 libici, contrari alla colonizzazione italiana della Libia, furono incarcerati nell’arcipelago, dove in tantissimi morirono per le pessime condizioni in cui erano tenuti.

Campo concentramento delle isole Tremiti, prigionieri arabi su “L’Illustrazione italiana” n° 48 del 26 novembre 1911

Fotografia di anonimo di Pubblico dominio condivisa via Wikipedia

È però in epoca fascista che la colonia insulare diventò famosa. Furono realizzati due istituti di pena: uno a San Nicola, per detenuti “comuni”, dove fu confinato per pochi giorni anche il futuro presidente della Repubblica Sandro Pertini, e uno a San Domino – che a quel tempo contava una manciata di abitanti, tutti contadini –, dove nacque il primo confino per soli gay.

Dall’inizio del 1939, quasi un centinaio di omosessuali – o “pederasti” e “invertiti”, come venivano duramente appellati dal governo fascista – furono deportati e costretti al soggiorno sull’isola, controllati dalla mattina fino al tramonto dai reali carabinieri. Da Vercelli a Catania, da Firenze a Salerno, tutti i gay incarcerati, esclusivamente per le loro tendenze sessuali, furono riuniti nella colonia penale per soli omosessuali di San Domino.

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Poco rimane di quel periodo storico nella memorialistica e tra i documenti del tempo. Mario Magri, veterano della Grande guerra e dell’impresa di Fiume, diventato antifascista, inviato a San Nicola dai fascisti, disse che a “San Domino c’era una colonia di ‘signorine’: erano un centinaio di pervertiti. Questi poveri diavoli, tra i quali c’erano anche dei buoni artigiani e persino dei professori, vivevano in modo orribile”. (estratto da un articolo apparso su primonumero.it)

Magri, liberato con la caduta del fascismo il 25 luglio 1943, riparò a Roma dove fu ucciso nel corso della rappresaglia delle Fosse Ardeatine, il 24 marzo 1944.

Dalle poche notizie arrivate fino ai giorni nostri, sappiamo che i detenuti di San Domino vivevano stipati in due grandi cameroni senza luce, senza acqua corrente e senza bagno – ora uno di quegli stanzoni fa parte di uno degli alberghi dell’isola –, nei quali, scoccate le venti, venivano chiusi a chiave dalle guardie che andavano a trascorrere la notte a San Nicola.

San Domino vista da San Nicola

Fotografia di Pubblico dominio condivisa via Wikipedia

I confinati si occupavano di tenere pulito lo stabile, andare a fare la spesa nell’unico negozio di alimentari dell’isola, riempire i secchi d’acqua e svolgere altre piccole mansioni come cucire o risuolare le scarpe dei carabinieri. Si creò una piccola routine che permise di far trascorrere le altrimenti interminabili giornate su quell’isola di fatto deserta.

La vita della colonia penale riservata agli omosessuali non durò molto. Graziati dal governo fascista nel maggio 1940 con l’ingresso in guerra dell’Italia – occorrevano soldati e spazi per rinchiudere i prigionieri – gli omosessuali lasciarono l’isola, che venne convertita in campo di prigionia per dissidenti politici ed ebrei.

I gay di San Domino poterono quindi far ritorno nelle rispettive città d’origine – taluni a malincuore, paradossalmente, dato che perlomeno al confino era loro permesso di essere se stessi, senza nascondersi – in attesa della vittoria di quella guerra per la quale Mussolini, sicuro del trionfo, aveva “bisogno soltanto di qualche migliaio di morti” da mettere sul tavolo delle trattative. Vittoria che, come sappiamo, non arrivò mai.

Fotografia di ラデク ストーン condivisa via Unsplash

Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, il reclusorio di San Domino, che possiamo definire la prima comunità gay d’Italia, scivolò inesorabilmente nell’oblio. Di recente sull’isola è stata posta una targa in memoria di quella breve parentesi di oltre ottanta anni fa.

Di seguito alcuni libri utili a conoscere la storia della speciale colonia penale e quelle delle persone che vi soggiornarono: “La città e l’isola. Omosessuali al confino nell’Italia fascista” (Donzelli) di Gianfranco Goretti e Tommaso Giartosio, “L’isola dei papaveri” di Paolo Pedote (Area51) e la graphic novel “In Italia sono tutti maschi” di Luca De Santis (Oblomov Edizioni).

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A ricordare quell’intermezzo che ebbe luogo sull’isola al largo del Gargano anche uno spettacolo teatrale dal titolo “L’isola degli invertiti” scritto da Antonio Mocciola e diretto da Marco Prato.

Antonio Pagliuso

Appassionato di viaggi, libri e cucina, si occupa di editoria e giornalismo. È vicepresidente di Glicine associazione e rivista, autore del noir "Gli occhi neri che non guardo più" e ideatore della rassegna culturale "Suicidi letterari".