San Cristoforo Cinocefalo: la leggenda del santo con la testa di cane

Anche un santo può essere oggetto di discussione, non soltanto per la veridicità dei miracoli che avrebbe compiuto o delle pene patite e che gli sarebbero valsi la canonizzazione, ma talvolta anche per la condotta tenuta in vita e financo per le origini stesse dell’uomo poi divenuto santo.

Citiamo San Disma, conosciuto meglio come il Buon Ladrone, crocifisso alla destra di Gesù sul Golgota e oggi protettore di prigionieri e moribondi. Citiamo anche Sant’Agostino, oggi Dottore della Chiesa, ma che in vita fu ladro (famoso il suo “furto delle pere”) e amante di una donna dalla quale ebbe pure un figlio, e Santa Pelagia di Antiochia, nota per i suoi costumi, se non propriamente libertini perlomeno disinvolti, prima di convertirsi e morire da eremita in terra di Gerusalemme.

Sicuramente tra i santi più discussi, e dalla chiesa cattolica e da quella ortodossa, trova un posto di rilievo anche San Cristoforo, il santo protettore degli sportivi, dei pellegrini, dei viaggiatori, dei barcaioli e dei postini, che cela dietro la sua immagine celeste un passato decisamente oscuro:

San Cristoforo era un Cinocefalo.

La leggenda eretica di San Cristoforo Cinocefalo è una storia fondata su fede, antiche credenze e travisamenti storici. Proviamo, perciò, a mettere un po’ di chiarezza. San Cristoforo visse con tutta probabilità nel corso del III secolo d.C. (la sua morte è collocata dai più all’anno 250), tra il termine della Dinastia dei Severi e l’inizio di quella Valeriana, nel mezzo della cosiddetta Crisi del III secolo.

Dell’ultima fase della sua vita si sa che era in vita quando nel 249 Gaio Messio Quinto Traiano Decio diventò imperatore romano, succedendo a Marco Giulio Severo Filippo, finito assassinato dalle guardie pretoriane.

Il dominio di Decio durò appena due anni, ma furono bastevoli per attuare una sanguinosa persecuzione dei cristiani durante la quale sarebbe stato ucciso anche Cristoforo – altre tesi attribuiscono l’omicidio del santo invece all’imperatore successivo, Gaio Vibio Treboniano Gallo associato a Gaio Valente Ostiliano Messio Quinto, figlio di Decio.
San Cristoforo dunque sarebbe stato ucciso perché cristiano. Ma la sua vicenda è ben più arzigogolata: primo perché cristiano l’uomo non ci era nato, secondo perché leggendariamente Cristoforo non era nato del tutto neppure uomo, bensì, come detto, Cinocefalo.

San Cristoforo

Fotografia di Bernardo Strozzi di Pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Chi erano dunque i Cinocefali?

I Cinocefali (dal greco antico κυνοκἐφαλος, vale a dire “testa di cane”) rientrano tra i “popoli mostruosi”, quelle popolazioni che si incontrano nella mitologia occidentale greco-latina con le fattezze somiglianti agli uomini, ma diverse da questi per taluni aspetti. Tra i cosiddetti “popoli mostruosi” sono annoverati i Ciclopi, i Blemmi, gli Sciapodi e i Cinocefali. Questi ultimi erano raffigurati come esseri dall’imponente statura, dal corpo di uomo e la testa di cane, scura e pelosa. Sovente, specie in Oriente, erano poi rappresentati bardati con un’armatura, con in mano una lancia e una croce ortodossa.

L’origine del mito dei Cinocefali è incerta quanto variegata, essendo questi esseri presenti nelle narrazioni di ogni epoca, cultura e latitudine: dall’Età classica al Medioevo, dalla Tunisia alla Siberia passando per l’Etiopia e l’India. Possiamo, perciò, offrire soltanto un ritratto parziale di queste stravaganti creature.

A incontrare i Cinocefali, nel corso dei secoli, sono stati sia Marco Polo sia Cristoforo Colombo, ed essi compaiono anche nella Bibbia, il sacro testo dei cristiani, in cui vengono descritti come soldati iafetici (da Iafet, uno dei figli di Noè), unitisi ai selvaggi Gog e Magog, tradizionali nemici di Cristo, che finirono bruciati dall’Onnipotente.

Alcuni sostengono che i Cinocefali siano nati dall’unione tra delle amazzoni e dei cani, taluni appoggiano la tesi secondo la quale questi mostri discendano dal re greco Licaone, che fu trasformato dalla collera di Zeus in un lupo. Probabilmente, invece, anche il Cinocefalo deriva dal famoso dio egizio Anubi, metà uomo e metà sciacallo, custode delle necropoli e dei riti funebri.

Pittura parietale nella tomba dell’artigiano Sennedjem (TT1) raffigurante un sacerdote con la maschera di Anubi mentre termina la mummificazione.

Fotografia di Pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Le versioni delle religioni, però, differiscono in alcuni punti rispetto a quelle storiche e mitologiche. Per gli ortodossi, infatti, San Cristoforo sarebbe stato in origine un soldato e questo spiegherebbe la ragione per la quale veniva raffigurato con lance e corazze.

Il santo venerato dalla chiesa ortodossa russa Dimitri di Rostov incluse Cristoforo nella sua “Čet’i-Minei”, una grande raccolta in dodici volumi in cui compendiò le vite di alcuni santi. Secondo quanto scrisse Dimitri, il benedetto in origine sarebbe stato davvero un Cinocefalo cannibale di nome Reprev che si era recato in Nord Africa per pregare Dio di riconoscergli il dono della parola. Il Signore glielo concesse e la bestia si convertì al Cristianesimo e cominciò a servire i credenti della zona.

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La bizzarra notizia che un Cinocefalo cannibale si era diretto in territorio romano e dopo aver pregato il dio dei cristiani aveva ottenuto la parola, giunse alle orecchie dell’irascibile imperatore Gaio Messio Quinto Traiano Decio che spedì in Nord Africa una schiera di soldati perché prendessero il servitore di Dio e lo portassero al suo cospetto.
I soldati intercettarono il predicatore e lo condussero in Antiochia, antica città romana nel Vicino Oriente.

Durante il lungo cammino, quello che diventerà San Cristoforo cominciò a dispensare miracoli a destra e a manca: trasformò un bastone secco in un grande albero per ripararsi dal sole cocente e, sulle tracce del profeta Gesù, prese a moltiplicare i pani per sfamare se stesso e i militi che lo accompagnavano. Dinanzi a quei prodigi, va da sé che i soldati romani caddero ai suoi piedi e si convertirono in un lampo; approdati in Antiochia, infatti, andarono tutti in chiesa e qui il vescovo Babila li battezzò. Passò del tempo e il resoconto dei fatti raggiunse l’imperatore Decio che, facendo un viaggio e due servizi, come si suole dire, ripristinò l’ordine tra i sudditi che riflettevano sulla conversione e fece decapitare i suoi ex soldati, il vescovo Babila e chiaramente anche il Cinocefalo divenuto cristiano.

Cinocefalo da “Nuremberg Chronicle”

Fotografia di Hartmann Schedel di Pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Un po’ differente è la narrazione cattolica consegnata dal monaco Jacopo da Varazze (o da Varagine), oggi beato. Nella sua “Legenda Aurea” (1260-1298), Jacopo raccolse una serie di agiografie tra le quali compare anche quella del famigerato San Cristoforo che non sarebbe nato Cinocefalo, ma sarebbe stato molto più concepibilmente un gigante della Palestina, vissuto attorno al IV secolo, conosciuto con il nome di Offero.

Il gigante riempiva le sue giornate caricando sulle spalle i viandanti che erano interessati a guadare il fiume (probabilmente il Giordano, nelle cui acque fu battezzato Gesù di Nazareth).

Un giorno gli si avvicinò un bambinetto paffuto e gli domandò di aiutarlo a superare il corso d’acqua. Il gigante Offero accettò di buon grado, sollevando il bambino come fosse una piuma. A metà del fiume, però, lo scricciolo cominciò a diventare pesantissimo, tanto che Offero riuscì a raggiungere con grande sforzo l’altra sponda. A questo punto il bambino svelò la sua vera identità:

Era Gesù, figlio di Dio

Da quel momento il gigante decise di dedicarsi anima e corpo alla fede e si diresse in Antiochia. Qui si fece battezzare dal vescovo Babila e prese il nome di Cristoforo, letteralmente “il portatore di Cristo”.

Saputo ciò che stava accadendo in quella regione del suo vastissimo impero, l’imperatore Decio andò su tutte le furie (come possiamo constatare le molteplici versioni, in un modo o nell’altro, si congiungono in alcuni punti) e mandò degli emissari sulle tracce del gigante convertitosi al Cristianesimo. Lo pizzicarono in Licia, nell’attuale costa meridionale dell’Anatolia, lo arrestarono e rinchiusero in una cella.

Non lo lasciarono però da solo, al buio e a pane e acqua per meditare sull’errore compiuto, ma gli fecero pervenire la compagnia di due abilissime meretrici, con l’obiettivo di farlo scivolare nel gorgo del peccato. Cristoforo però si dimostrò incorruttibile e andò a finire che, anziché abbandonare lui la fede per dedicarsi a ben altri piaceri, furono quelle donne a uscire dalla cella convertite alla nuova religione.

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A questo punto l’imperatore romano prese il gigante e cercò di ucciderlo ficcandolo in un calderone bollente. Cristoforo sopravvisse anche a questa prova, l’ultima, sicché Decio, esasperato dalla solidità del cristiano, lo fece decapitare.

Cinocefali sul “Salterio di Kiev” (1397)

Fotografia di sconosciuto di Pubblico dominio condivisa via Wikipedia

In qualunque modo sia andata, fatto sta che da allora il santo martire è stato usualmente raffigurato con una testa canina.

Ma com’è che il santo si è ritrovato con quella testa da canide?

Una prima ipotesi vuole che Cristoforo sia uscito dal corpo della madre già con la testa canina, liquidando così ogni teoria e acrobazia mentale. Un’altra ipotesi, più intrigante, sostiene che il divino fosse un ragazzo corteggiatissimo dalle donne per la sua eccezionale bellezza e che si fosse rivolto a Dio per frenare quelle insopportabili avances. Per tutta risposta l’Altissimo gli trasformò la graziosa testa in quella di un cane; chiaramente tutte le sue spasimanti lo lasciarono dopo un istante.

Un’altra ancora – molto suggestiva e che smonterebbe totalmente il castello costruito nei millenni – vuole il santo originario di Kinos Kefali, nella regione greca della Tessaglia, e dal nome del villaggio, nel corso dei secoli a venire, si sarebbe tramandata, tra trascrizioni errate e fraintendimenti di ogni risma, l’idea che Cristoforo fosse un Cinocefalo.
Altra tesi che appare discretamente robusta è quella che riporta che San Cristoforo fosse semplicemente un barbaro della Cananea (“cananeus” in latino, molto vicino al termine “canineus” che significa canide) – una regione comprendente gli attuali Libano, Israele, Palestina e parti della Siria e della Giordania, grossomodo tra il fiume Eufrate e il mar Mediterraneo –, e che, per lo stesso principio di sopra, sarebbe approdato all’Età medievale con il fardello della testa di un cane.

Icona dei santi Ahrakas e Augani (XVIII secolo)

Fotografia di Ibrahim al-Nasih di Pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Passarono comunque i secoli e il culto del santo cinocefalo si estese finché tra il XVII e il XVIII secolo l’equivoco San Cristoforo fu gradualmente messo al bando. Nel 1667 il “Sobor”, il Grande Concilio di Mosca originato dallo scisma provocato dal patriarca “rivoluzionario” Nikon, dichiarò il santo, con il suo capo animalesco, “contrario alla natura, alla storia e alla verità stessa”. Con il Santissimo Sinodo del 1722, gli ortodossi cancellarono l’iconografia del Cinocefalo e ne vietarono ogni riproduzione e culto, ma in molti continuarono a venerare il particolarissimo santo.

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La maggior parte delle sue icone e affreschi è andata distrutta, ma alcuni si sono conservati come l’icona di San Cristoforo Cinocefalo visitabile nella Cattedrale dell’Arcangelo al Cremlino di Mosca e quella conservata al Museo bizantino e cristiano di Atene.

San Cristoforo Cinocefalo Icona bizantina (Museo bizantino e cristiano di Atene).

Fotografia di anonimo di Pubblico dominio condivisa via Wikipedia

In Italia, San Cristoforo, rappresentato con normali sembianze da Sapiens, è patrono di vari comuni tra i quali: Borghi, Canneto-Lipari, Fubine, Longiano, Mango, Ossona, Ozzano dell’Emilia, Passignano sul Trasimeno e Vallepietra.

Il suo culto, oggi solamente di caratura locale, è celebrato il 25 luglio, data scelta in riferimento al periodo della “canicola”, quello in cui l’alba e il tramonto della stella bianca Sirio, nella costellazione del Cane Maggiore, coincidono con quelli del Sole.

Questo articolo è stato ispirato dalla recente pubblicazione del romanzo “I cinocefali” di Aleksej Ivanov (Voland).

Antonio Pagliuso

Appassionato di viaggi, libri e cucina, si occupa di editoria e giornalismo. È vicepresidente di Glicine associazione e rivista, autore del noir "Gli occhi neri che non guardo più" e ideatore della rassegna culturale "Suicidi letterari".