Da diversi mesi ormai si parla di una delle opere più famose attribuite al genio di Leonardo, il Salvator Mundi, venduto all’asta lo scorso anno per 450 milioni di dollari che secondo diversi esperti non sarebbe però opera del Genio di Vinci.

Di contro, è stata recentemente pubblicata la notizia dell’esistenza di un disegno a sanguigna appartenente a una coppia di collezionisti privati di Lecco che ci costringerebbe a riconsiderare l’identificazione del Salvator Mundi nell’opera di Leonardo.

Secondo l’esperta italiana Annalisa Di Maria, infatti, molti elementi farebbero presupporre che la sanguigna di Lecco sarebbe il vero Salvator Mundi, cioè la raffigurazione del Cristo, realizzato dalla mano di Leonardo e passato attraverso i secoli da una collezione privata all’altra e che ormai da un paio di anni, cioè da prima cioè che la notizia della sua esistenza rimbalzasse sui quotidiani di tutto il mondo, è oggetto di studi approfonditi. Oltre all’indagine stilistica, che secondo la studiosa Annalisa Di Maria ha mostrato una rilevante quantità di elementi che avvalorano la tesi della mano di Leonardo Da Vinci nella realizzazione del disegno, è stato naturalmente necessario procedere con indagini di tipo scientifico.

Nel mese di gennaio del 2021 sono arrivati i primi risultati positivi degli studi preliminari effettuati sull’opera, incrociando le indagini relative alla carta utilizzata con quelle di tipo storico, un tipo di indagine necessaria a stabilire in una prima fase la verosimiglianza dell’affascinante ipotesi della paternità Leonardesca del disegno.

Oggi abbiamo finalmente anche i risultati delle indagini diagnostiche effettuate da A.R.T. & Co. (Applicazioni di Restauro Tecnologiche e Conservative), uno spin-off  dell’Università di Camerino.

Sottoposta a minuziose analisi tramite diversi tipi di tecnologie, quali imaging multispettrale (infrarosso, fluorescenza ultravioletta, ultravioletto riflesso, luce radente, luce trasmessa, macrofotografia), fluorescenza di raggi x, spettrografia infrarossa, micoscopia ottica e pH metro, l’opera ha rivelato indizi che ancora una volta vanno nella direzione indicata da Annalisa Di Maria.

Se si confrontano i dati emersi da quest’ultima indagine diagnostica con quelli relativi al famoso Autoritratto Leonardesco della Biblioteca Reale di Torino infatti si scoprono elementi in comune: il foglio dell’Autoritratto presenta filoni distanziati di circa 27 mm, la stessa misura che si riscontra nel foglio del Ritratto di Lecco. Anche lo spessore dei fogli è simile, 230 micron nell’Autoritratto e 200 nel disegno a sanguigna di Lecco.

La composizione della carta è solo parzialmente differente: canapa e lino nell’Autoritratto, cotone e lino nel disegno di Lecco.

Grazie all’esame della fluorescenza ai raggi x è stata inoltre rilevata la presenza di calcio, ferro, rame e zinco. La sorpresa è arrivata con gli spettri acquisiti in corrispondenza  del pigmento, in cui, oltre alla predominante presenza di ferro si è riscontrata la presenza di piccole tracce di titanio, il che indicherebbe che il pigmento è composto da ematite ma anche da ilmenite, un minerale, quest’ultimo, che in Italia è presente solo in tre zone: in Trentino Alto Adige, in Piemonte e nelle province di Sondrio e Vicenza. Questo elemento è di estrema rilevanza poiché supporterebbe la tesi della datazione dell’opera intorno al 1492, momento che coinciderebbe, secondo le fonti storiche, con il passaggio del Maestro da Vinci nelle zone della Valsassina, Valchiavenna e Valtellina.

È possibile supporre che proprio durante questi suoi spostamenti in quest’area, Leonardo abbia preso ispirazione  per realizzare la sanguigna oggi oggetto di studi con materiale recuperato in Valtellina di ritorno da Milano, territorio che già in precedenza, nel 1486, lo aveva ispirato per La Vergine delle Rocce, con la Grotta di Laorca di Lecco e il Massiccio  della Grigna Meridionale, utilizzato per lo sfondo del celebre capolavoro.

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Pertanto al momento l’indagine scientifica porterebbe nella stessa direzione dell’indagine storica e di quella stilistica. Gli elementi che abbiamo a disposizione sembrano confluire nell’ipotesi affascinante di un volto di Cristo disegnato da Leonardo che finora non conoscevamo. Probabilmente altri studi verranno effettuati sull’opera per la sua definitiva attribuzione e speriamo che il mondo possa presto ammirare dal vivo un nuovo enigmatico volto del Salvator Mundi leonardesco.

Barbara Giannini
Barbara Giannini

Ho studiato Archeologia medievale a La Sapienza di Roma, dopodiché ho intrapreso la strada dell’editoria lavorando per una casa editrice romana come editor e correttrice di bozze. Sono stata co-fondatrice nel 2013 di un’agenzia letteraria per la quale ho continuato a lavorare come editor e talent scout, rappresentando autori emergenti in Italia e all’estero. Attualmente sono iscritta al secondo anno di Lingue e Letterature Straniere all’Università Roma Tre e nel frattempo mi occupo di politiche ambientali. Sono appassionata di letteratura, arte, storia, musica e culture straniere.