Salvador Puig Antich: l’ultimo Garrotato di Spagna

È il 2 marzo del 1974. Gli agenti penitenziari del Cárcel Modelo di Barcellona si recano nella cella 443 e prendono in consegna Salvador Puig Antich, un anarchico venticinquenne condannato a morte per aver ucciso un pubblico ufficiale. Alle 9 e 20, il prigioniero entra in un modesto magazzino del carcere e si accomoda su una sedia con dietro un palo, dove il boia Antonio López Sierra è lì che aspetta per giustiziarlo.

Nei suoi ultimi istanti di vita, Salvador sente una fredda fascia metallica che lo soffoca per ben 25 minuti e, quando alle 9 e 45, è tutto finito, insieme a Georg Michael Welzel, la cui esecuzione si è svolta a Tarragona quasi in contemporanea con la sua, Salvador è l’ultima vittima della Garrota.

La Garrota

La Garrota – detta anche vil Garrota, perché spettava solo alla plebe, mentre ai nobili era concesso “l’onore” di morire decapitati con la spada – traeva origine da un tipo di esecuzione, molto in voga nella Spagna medievale, in cui i criminali venivano legati a un palo e strangolati da dietro con una corda. La Garrota più moderna aggiungeva una sedia attaccata al palo e sostituiva la corda con una fascia metallica, che andava stretta attorno al collo del condannato attraverso una vite posteriore dotata di manovella.

Più la si girava, più la fascia si stringeva, fino a provocare la morte per soffocamento della vittima

Salvo rare occasioni in cui i più fortunati finivano uccisi per la rottura dell’osso del collo, la Garrota era una lenta e disumana agonia.

Quando la Spagna iniziò a utilizzarla si trattava di un macchinario di facile allestimento, una soluzione che sembrava più umana dell’impiccagione, il metodo di esecuzione capitale spagnolo fino al 1832, quando re Ferdinando VII la abolì in favore della Garrota. Da allora, rimase in uso fino alla fine della dittatura di Francisco Franco, conclusasi nel 1975 e, nel 1978, la Spagna abbandonò la pratica della condanna a morte.

Gli ultimi garrotati si chiamavano Georg Michael Welzel e Salvador Puig Antich. Quest’ultimo era un giovane anarchico vittima della repressione franchista, ma andiamo con ordine e raccontiamo la sua storia.

La militanza nel MIL e l’arresto

Salvador Puig Antich nasce a Barcellona il 30 maggio del 1948, terzo dei sei figli di un’umile famiglia della classe operaia. Ribelle fin dall’infanzia, a dodici anni viene espulso dalla scuola religiosa La Salle Bonanova, per aver picchiato un insegnante che maltrattava un suo compagno di classe. A sedici anni, inizia a lavorare come apprendista in un ufficio e continua gli studi frequentando dei corsi serali dell’Istituto Maragall, dove conosce alcuni ragazzi, che, anni dopo, si uniranno a lui nella lotta al franchismo.

Quando nel ’68 scoppiano i famosi moti studenteschi, Salvador si avvicina agli ambienti anarchici e, nel 1970, è costretto ad abbandonare l’università per svolgere il servizio dI leva. Torna a Barcellona nel 1971 ed entra nel Movimento di Liberazione Iberico, il MIL, un’organizzazione che mira a finanziare la lotta operaia attraverso il ricavato di furti e rapine.

Sono anni in cui la dittatura franchista ha allentato la morsa sulla popolazione. Non ci sono più le dure repressioni di un tempo e lo stesso Franco, ormai anziano e malato, nel 1973, lascerà il ruolo di Presidente del Governo di Spagna al suo uomo di fiducia Luis Carrero Blanco. Le autorità non danno molto peso ai reati del MIL e, per un anno, Salvador fa da autista per decine di rapine in banca. Nessuna conseguenza legale, nessuna caccia ai banditi…

Fino al 2 marzo del 1973

Quel giorno qualcosa va storto. Salvador guida fino alla filiale del Banco Hispano Americano di Barcellona. Jean Marc Rouillant, Josep Lluís Pons Llobet e Jordi Sol Sugranyes scendono ed entrano armati nell’edificio. All’improvviso si sentono in lontananza le sirene della polizia; Salvador corre ad avvisarli e scopre che hanno ferito gravemente un contabile.

Il gruppo scappa e le autorità si convincono che è necessario dargli la caccia con la famigerata task force della Brigata politico-sociale franchista. Il 24 settembre finisce in manette Santi Soler, un membro di spicco del Movimento di Liberazione Iberico, che, sotto tortura, confessa agli agenti di avere un appuntamento per il giorno successivo con l’anarchico Xavier Garriga.

La polizia decide di usare Soler come esca per una retata e, alle sei di sera del 25 settembre, cinque agenti in borghese si appostano nei pressi del bar El Funicular, in via Girona, dove avrà luogo l’incontro. Xavier, però, non è da solo e si presenta in compagnia di altri tre uomini, di cui uno è Salvador Puig Antich.

Appena Soler li vede arrivare urla subito “Polizia!” e, gli ispettori Rodríguez e Algar si fiondano su Xavier per arrestarlo. Gli altri militanti del MIL, invece, aggrediscono i poliziotti, che riescono a sottomettere Salvador, lo sbattono dentro un portone, gli sequestrano la pistola e iniziano a picchiarlo selvaggiamente.

Cosa sia successo in seguito è tutt’oggi un mistero

I misteri e le contraddizioni del processo

Nel giro di pochi minuti giunge sul posto un’ambulanza che scorta Salvador e il subispettore Francisco Anguas Barragán, entrambi con gravi ferite da arma da fuoco, all’Hospital Clínico di Barcellona, dove il primo si salva e il secondo muore.

Finito il congedo medico, il 2 ottobre del 1973, le autorità rinchiudono Salvador nel Cárcel Modelo e il suo caso viene posto sotto giurisdizione militare, ma l’avvocato Francisco de Condomines, incaricato di difenderlo, pretende che il processo sia trasferito a un tribunale civile e chiede una semplice condanna per omicidio in rissa con attenuanti.

La Corte Marziale non sembra in vena di indulgenze. Fra i tanti dubbi sul regolare svolgimento delle indagini c’è la grandissima fretta di imbalsamare il corpo del subispettore Barragán, per inviarlo in Andalusia e seppellirlo; per non parlare dell’autopsia, inspiegabilmente eseguita in una stazione di polizia.

Le prove sulla colpevolezza di Salvador si basano soprattutto sul verbale della Brigata, che lo indica come l’autore dei tre colpi di pistola che hanno ucciso Barragán. I giudici, però, decidono di ignorare le opinioni dei tre medici in servizio all’Hospital Clínico, che, al contrario, affermano di aver visto sul cadavere di Barragán ben cinque ferite da arma da fuoco.

Nella sua versione dei fatti, Salvador racconta che, mentre si trovava nel portone, gli agenti lo hanno aggredito e colpito ripetutamente alla testa col calcio delle pistole, ma quando stava per cadere all’indietro e perdere conoscenza, con un gesto istintivo, ha estratto una pistola che aveva nascosto dietro la schiena e ha sparato dei colpi senza mirare e senza voler ferire nessuno.

Viene appurato che la pistola di Salvador ha esploso solo tre colpi e, sul luogo dove si sono svolti i fatti, gli inquirenti rinvengono tre fori di proiettile, due nel muro e uno nel giardino attiguo al portone.

Per l’avvocato difensore, il mistero si infittisce

Se lo stesso Salvador dichiara di aver sparato solo tre colpi, e ci sono testimonianze che attestano la presenza di cinque proiettili nel corpo di Barragán, da dove sono arrivati gli altri due spari?

Un capro espiatorio

I colleghi del subispettore deceduto confermano la tesi in cui Salvador ha ucciso con tre colpi il collega e la Corte Marziale fa orecchie da mercante sulle argomentazioni della difesa. Il problema, però, è che la vicenda è ormai una questione politica, perché, mentre Salvador attende di conoscere il suo destino, Luis Carrero Blanco, il successore di Franco, muore in un attentato dell’ETA, acronimo di Euskadi Ta Askatasuna, un’organizzazione terroristica basco-nazionalista e indipendentista.

Anche se sono i suoi ultimi fuochi prima del ritorno alla monarchia, il regime dittatoriale vuole ristabilire il controllo assoluto sulla nazione e spostare indietro le lancette dell’orologio ai tempi in cui la repressione dei dissidenti era dura e spietata.

Ma le maniere forti non bastano, e serve un esempio da non imitare, un capro espiatorio, una vittima sacrificale.

Serve che Salvador muoia con l’infamia del terrorista

Francisco Franco – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Forse all’inizio il suo avvocato è convinto di potergli salvare la vita, nonostante sia chiaro che i giudici vogliano dichiararlo colpevole, ma con la notizia della morte di Blanco non c’è più nulla da fare.

Fra il 7 e l’8 gennaio del 1974, Salvador Puig Antich, a detta della Corte Marziale colpevole di omicidio a fini politici e terroristici, viene condannato a morte per mezzo della Garrota.

L’amicizia con Irurre e la morte

Nei suoi lunghi mesi di prigionia, Salvador è confinato in cella e può uscire nel cortile del Cárcel Modelo solo per due ore al giorno. A sorvegliarlo a vista c’è Jesús Irurre, un agente penitenziario che diventerà suo grande amico.

Tutto ha inizio in una mattina in cui Salvador raccoglie una palla da basket e comincia a fare dei tiri a canestro. Irurre lo tiene d’occhio e, quando la palla rimbalza vicino ai suoi piedi, la raccoglie e gliela restituisce. Entrambi si scoprono amanti del basket, ma Irurre resiste. Non può mica mettersi a giocare con un prigioniero. Il giorno successivo, però, accade la stessa cosa: la palla gli rimbalza vicino ai piedi e cede.

Toglie la giacca, via anche il berretto, e va a giocare con Salvador

Anche se è il suo sorvegliante Irurre si trova bene con Salvador; parlano delle iniquità del processo a suo carico, di sport, della politica… Poi arriva la sentenza e tutto finisce… nel peggiore dei modi.

Irurre non è d’accordo e pensa che la pena di morte, soprattutto via Garrota, sia una grande ingiustizia

Esecuzione per vil garrota nelle Filippine nel 1901 – Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

La stessa reazione di sdegno la condividono anche la Commissione Europea, il cancelliere tedesco Willy Brandt e la Santa Sede, che, insieme ad altre autorità internazionali, scrivono a Franco e lo esortano a graziare il giovane anarchico catalano.

La risposta del dittatore, per mezzo del suo entourage, è un no categorico e a nulla valgono le proteste dentro e fuori i confini spagnoli.

Salvador Puig Antich deve morire

La mattina del 2 marzo del 1974, Irurre e alcuni suoi colleghi prendono il condannato e lo portano alla Garrota. Irurre è sempre al suo fianco – non ha il coraggio di separarsi dall’amico – ma quando tutto è pronto per l’inizio dell’esecuzione sbotta in un accesso di rabbia.

Sa cos’è la Garrota, sa che Salvador ha avuto un processo ingiusto, macchiato dall’esigenza del regime di avere un capro espiatorio. Irurre non ci sta: inveisce contro il boia e tutto il sistema della dittatura iberica, si dimena e urla: «Franco, figlio di puttana». Alcuni agenti gli tappano la bocca con una mano e lo trascinano fuori.

L’esecuzione ha inizio

A Salvador occorrono 25 minuti per morire. 1.500 lunghissimi secondi di agonia. Un’eternità che lo ha reso un martire. L’ultimo garrotato di Spagna.

Sotto, il trailer del film del 2006:

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