La centrale nucleare Lenin (conosciuta anche come “ЧАЭС-Chernobylska atomna elektra stanzia”, ovvero Centrale elettro-atomica di Chernobyl) fu costruita strategicamente nel territorio del Polesia, una vasta zona paludosa compresa tra il nord dell’Ucraina ed il sud della Bielorussia.

Fu scelta quell’area perché esattamente sul confine tra l’Europa e la ex URSS e perché non ancora economicamente produttiva. Il progetto era ambizioso:

Creare il più grande polo nucleare del mondo

Era prevista la costruzione di ben 12 reattori RBMK, di concezione sovietica. Questo avveniristico polo avrebbe reso l’Unione Sovietica una potenza indiscussa, e avrebbe permesso grandi affari vendendo l’energia elettrica alla confinante Europa.

Intorno a questo immenso polo nucleare sarebbe nata la città modello sovietica, Prypyat, costruita appositamente per i lavoratori della centrale e le loro famiglie. L’idea di una vita in una città fornita di tutto (persino del Luna park), con salari superiori alla media trovò il consenso di gran parte della popolazione.

Nel 1978 entrò in funzione il reattore #1, tre anni dopo il reattore #2, mentre nel 1982 il reattore #3 e nel 1984 il #4. Si trattava di reattori RBMK-1000, progettati inizialmente per la produzione di Plutonio a scopi militari. Si valutò che usando acqua per il raffreddamento attraverso l’utilizzo di barre di grafite e uranio naturale come combustibile, questi reattori avrebbero prodotto grandi quantità di energia a basso costo.

Altre due unità erano in cantiere, la #5 e la #6, la prima quasi terminata all’epoca dell’incidente all’unità #4, mentre della seconda rimangono visibili soltanto le fondamenta. Questa centrale nucleare, rispetto alle aspettative e ai progetti riposti su di essa, ebbe veramente vita breve. Al di là del noto e gravissimo incidente al reattore #4 che ne decretò la distruzione due anni dopo la sua messa in operatività, anche le altre unità non ebbero un gran futuro. La #1 venne “spenta” nel 1996, dopo un’avaria che contaminò gli addetti all’impianto. La #2 smise di essere operativa nel 1991, dopo un incendio che la danneggiò irreversibilmente.

La più longeva fu l’unità #3 che venne messa in shotdown definitivo il 15 dicembre 2000, in un clima di pessimismo e grande preoccupazione tra gli addetti rispetto ad un futuro incerto, senza la solida certezza di un ricco salario proveniente dal lavoro nell’ambito del nucleare. Molti addetti vestivano una fascia nera a lutto e fumavano nervosamente, durante le operazioni di spegnimento dell’impianto. Oggi, la centrale nucleare Lenin è in via di decommissionamento.

L’operazione richiederà decenni, considerando anche il fatto che mai nella storia ci si è trovati a dover decomissionare un reattore esploso, completamente scoperchiato. Oggi è racchiuso dal nuovo sarcofago, chiamato New Safe Confinement, che blocca la fuoriuscita di ulteriori radiazioni da quello che era il vecchio sarcofago, costruito frettolosamente dopo l’incidente, ma dopo trent’anni assolutamente malandato e inefficace.

Sotto a questo nuovo arco lavorano dispositivi ad alta tecnologia che monitorano la situazione. Durante le visite guidate all’interno della centrale nucleare grande spazio viene dato alla descrizione di questa importantissima opera ingegneristica, come tappa finale dopo circa due ore di percorso all’interno del cuore di questo tristemente famoso impianto.

Attraverso i famosi Golden Corridors (corridoi d’oro) si raggiungono le sale comandi dei quattro reattori. Sono visitabili solo quelle delle unità #2 e #3. Tuttavia nel 2015 ebbi la grande fortuna di poter entrare nella Control Room #4, quella da dove tutta questa storia iniziò. Negli anni questa stanza è stata letteralmente “murata”, costruendo tutto intorno spessi muri di cemento armato a scopo contenitivo, in quanto tutto l’ambiente è ancora oggi altamente contaminato. Per accedervi dovemmo toglierci i nostri abiti ed indossare tute, calze, scarpe, guanti, copricapo e mascherina fornita dagli addetti della centrale.

Al termine della visita dovemmo lavarci dalla testa ai piedi

Riuscire ad ottenere i permessi per visitarla è sempre stato molto difficile. Mentre comminavo lungo i Golden corridors pensavo alla grande opportunità che stavo avendo di ripercorrere i passi degli addetti protagonisti di questa pagina di storia, di cui negli anni ho imparato i nomi e i ruoli a memoria!

Il direttore dell’impianto, Viktor Bryukhanov, si trovava a casa quando alle tre di notte ricevette una telefonata da Alexander Akimov, capoturno alla sala controllo quella sera, colui che premette il famoso bottone AZ-5. Akimov morì due settimane dopo per sindrome acuta da radiazioni. Nell’esplosione perse la vita Valery Khodemchuk, addetto alla sala pompe. Il suo corpo non fu mai più ritrovato e a lui è dedicato un memoriale proprio nel profondo di questo impianto nucleare.

Leonid Toptunov, in turno al pannello di controllo con Akimov, cercò disperatamente di riportare il reattore a livelli nella norma, e anche lui perse la vita due settimane dopo a causa della dose di radiazione ricevuta.

In questa stanza si respira la tensione e l’ansia di quei momenti e di ciò che avvenne negli anni a seguire

E’ un luogo claustrofobico. Da qui sono cambiate le sorti della storia, sia dell’Unione Sovietica sia della salute dell’uomo e della natura, nel mondo intero. Ho impiegato anni ad elaborare le emozioni di quei cinque minuti che ho trascorso nella sala controllo, totalmente al buio e dove è stato difficile anche scattare buone fotografie, senza un piano di appoggio.

Il tempo di permanenza è stato breve per motivi di sicurezza per la salute

Il contatore segnava circa 18 microSievert/ora. I controlli di sicurezza si sono rivelati assolutamente ferrei tra perquisizioni e continui riconoscimenti attraverso il nostro passaporto. Anche la possibilità di scattare fotografie era sottoposta a divieti. Essendo un’area sottoposta a controllo militare e rappresentando ancor oggi un obiettivo sensibile di una centrale nucleare, in alcune aree vige il divieto assoluto di produrre fotografie. La sala controllo del reattore esploso è stata definitivamente chiusa alle visite da un paio d’anni.

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Francesca Gorzanelli

Fotografa, appassionata di luoghi dimenticati e dei percorsi geo-politici che portano tali luoghi all'abbandono. Da oltre tre anni Chernobyl è la mia seconda casa.