Sacrifici umani e antropofagia presso i Mexica

L’arrivo di Cortés a Tenochtitlan

8 Novembre 1519. L’esercito dei conquistadores entra a Tenochtitlan scortato dal sovrano Montecuhzoma e dal suo seguito. Siamo in quella che può essere definita la capitale del Regno dei Mexica, forse il centro più importante del nuovo mondo. Cortés la descrive come una novella Venezia per il fatto che sorge su una laguna di acqua salata soggetta al mutamento delle maree. Ma qualcos’altro deve aver colpito gli Spagnoli ben più profondamente rispetto a questa insolita somiglianza paesaggistica.

Sotto, il video racconto dell’articolo sul canale Youtube di Vanilla Magazine:

Lungo uno dei fianchi del Templo Mayor (chiamato da alcuni anche Gran Cú) sorgeva lo tzompantli, un imponente ossario che accolse i visitatori in tutta la sua orrida magnificenza.

Questa struttura consisteva in una sorta di recinto cerimoniale dove, sopra un’ampia piattaforma di pietra, sorgevano due torri costruite utilizzando malta e teschi umani. Secondo quanto racconta Francisco Lopez de Gómara, due soldati del seguito di Cortés, Andrés de Tapia e Gonzalo de Umbria, ne avrebbero contati addirittura 136 mila tra quelli presenti sui gradini e nelle travi, senza considerare quelli piazzati sulle torri.

I conquistadores si erano già imbattuti in sacrifici umani e cannibalismo durante il loro viaggio e avevano certamente ben presente la diffusione di tali pratiche nella zona, tuttavia molti di loro restarono certamente impressionati da uno spettacolo tanto macabro. Ma come si svolgevano questi rituali e qual era la ragione di una crudeltà apparentemente così insensata?

Il fondamento culturale dei sacrifici

Secondo la mitologia dei Mexica il mondo ed il sole sarebbero stati creati dalle divinità Quetzalcoatl e Tezcatlipoca, le quali originarono il creato dilaniando le membra del mostro Tlaltecuhtli. Questi Dei avrebbero quindi promesso allo spirito del mostro sangue umano per risarcirlo del danno causatogli.

Su questa base religiosa le popolazioni mesoamericane fondavano la pratica dei sacrifici umani. Si credeva infatti che se non si fosse offerta una quantità sufficiente di sangue al termine del ciclo vitale (ogni ciclo aveva la durata di 52 anni) il sole sarebbe morto e non sarebbe potuto più sorgere. I Mexica credevano che il mondo fosse già morto e rinato 4 volte dalla sua prima creazione, per cui una nuova fine era percepita come un rischio concreto.

Sacrificare un uomo significava quindi ritardare, almeno di qualche anno, l’apocalisse. A coloro che fossero morti in questi rituali sarebbe invece spettata un’importante ricompensa: avrebbero infatti avuto l’onore di dimorare per l’eternità nella casa del Dio al quale fossero stati immolati, mentre il resto della popolazione sarebbe stata destinata a una sorta d’inferno nell’attesa della fine dei tempi.

Gli spagnoli attribuirono la diffusione dell’antropofagia in America Centrale al fatto che queste popolazioni non disponessero di bestiame. Proprio per tale ragione Cortés ordinò l’introduzione del maiale, nella speranza che la disponibilità di carne animale contribuisse a disincentivare il cannibalismo. Secondo alcuni studiosi un’altra ragione del successo di questi rituali potrebbe risiedere invece nella loro efficacia quale deterrente per la criminalità, nonché come strumento di monito nei confronti delle comunità sottomesse.

Lo svolgimento del rituale

Gli individui scelti per essere immolati agli Dei erano solitamente prigionieri di guerra, oppure schiavi appositamente acquistati da coloro che non partecipavano alle operazioni belliche, tuttavia nemmeno le donne e i bambini erano esclusi dai sacrifici. Questi ultimi, ad esempio, erano infatti immolati nel mese di atlcahualo in onore di Tlaloque, divinità della pioggia. Tali pratiche erano percepite dal senso comune come talmente necessarie da indurre i sovrani locali ad indire campagne militari, le cosiddette “guerre dei fiori”, al solo scopo di procurarsi prigionieri da immolare alle divinità. Questo tipo di cultura ebbe, in un certo senso, l’effetto di agevolare i conquistadores nelle loro battaglie, in quanto i loro avversari combattevano non con l’intento di ucciderli bensì di catturarli vivi, finendo quindi per limitarne le perdite e favorirne le vittorie.

Per capire come i rituali sacrificali venissero svolti può essere utile affidarsi ai racconti che chi vi assistette e ne diede una descrizione al frate Bernardino de Sahagún, il quale la riportò nella propria cronaca:

“Quando i signori portavano i loro schiavi al tempio, dove sarebbero stati uccisi, li trascinavano per i capelli; e quando facevano salire loro i gradini del Cú, alcuni svenivano e i loro padroni li trasportavano, sempre tirandoli per i capelli, fino al ceppo in cui erano destinati a morire. Una volta giunti lì, ovvero a una pietra alta tre palmi o poco più e larga due, o quasi, li facevano sdraiare supini, tenendoli fermi in cinque: due per le gambe, due per le braccia e uno per la testa. Quindi arrivava un sacerdote incaricato di ucciderli, il quale li colpiva con entrambe le mani in pieno petto, usando una pietra focaia, di forma simile alla punta di una grossa lancia, e dall’apertura praticata strappava loro il cuore con le mani, poi lo offriva al sole e infine lo metteva in un vaso (cuauhxicalli). Dopo aver versato il sangue in una tazza che veniva data al padrone del morto, il corpo era fatto rotolare giù dai gradini del Cú, fino a una piazzetta, in basso; lì veniva recuperato da alcuni vecchi chiamati quaquacuíltin, che lo portavano via per smembrarlo e mangiarlo. Prima di smembrare il corpo dei prigionieri, levavano la loro pelle, di cui si vestivano per fingere di lottare insieme ad altri giovani”.

Il francescano continua spiegando che:

“I corpi venivano portati al calpulco, dove il padrone del prigioniero aveva fatto il suo voto o la sua promessa; lì venivano divisi e si inviava una gamba a Montecuhzoma affinché la mangiasse, mentre il resto veniva ripartito tra gli altri notabili e parenti. Il pasto veniva consumato nella casa in cui viveva il padrone del morto. La carne era cotta con mais e ciascuno ne riceveva un pezzo in una ciotola o in un recipiente di coccio, insieme al brodo e al mais, e chiamavano questo piatto tlacatlalolli”.

Non si deve comunque cadere nell’errore di ritenere che l’antropofagia fosse praticata esclusivamente a scopo rituale, essa infatti consisteva di una importante componente che potremmo quasi definire “gastronomica”. A riprova di questo aspetto è la difficoltà che gli Spagnoli riscontrarono nell’estirpare questo tipo di cannibalismo. Lo stesso Cortés dovette subire pesanti accuse poiché non riuscì ad impedire che le tribù sue alleate si cibassero di alcuni dei prigionieri nemici durante le campagne di conquista.

Sebbene le cerimonie di maggior importanza venissero celebrate nei templi, parallelamente si svolgevano quotidianamente sacrifici anche in altri luoghi. Nonostante quasi tutte le uccisioni fossero sottoposte al crisma religioso, alcune di esse godevano anche di forte vena goliardica. Poteva accadere ad esempio che le vittime venissero legate con una caviglia attaccata ad una pietra e costrette a combattere, armate soltanto di un bastone ornato di piume colorate, contro guerrieri provvisti di asce affilate.

Un’altra pratica era lo Tlacaxipehualiztli, ovvero il rituale in onore del Dio Xipe Topec. Tale rito iniziava con la scelta di un uomo, il quale doveva indossare per 40 giorni abiti sfarzosi e gioielli. Al termine di questo periodo, in coincidenza con l’equinozio di primavera, il prescelto veniva ucciso e scuoiato insieme ad altre otto persone impersonanti differenti divinità. Le pelli delle vittime venivano infine tinte e indossate da alcuni giovani detti tototecti, i quali poi percorrevano a passo di danza le vie del mercato.

Vi era poi la motzontecomaiototía, un rituale dove il padrone dello schiavo ucciso ballava con i sacerdoti al ritmo di canti religiosi tenendo per i capelli la testa del morto.

A questi riti si aggiungevano inoltre le celebrazioni in onore di Xiuhtecutli, il Dio del fuoco, le quali variavano a seconda dell’occasione. Poteva capitare, ad esempio, che le vittime fossero legate e gettate sulle braci ardenti, per poi essere tolte prima che fossero morte, al fine di estrarre il cuore quando queste fossero state ancora in vita.

Fonti: Zhistorica, Sapere.it, Scena Criminis, Civiltà Precolombiane, Hyperborea, Amanti della Storia.

Bibliografia: J. Miralles; Cortés – L’inventore del Messico; Arnoldo Mondadori Editore; Milano; 2010.


Pubblicato

in

da