Esistono doni speciali più di altri, che al proprio interno celano il seme di una missione. Ruth Coker Burks è probabilmente stata scelta per ricevere proprio uno di quelli, quando era ancora una bambina, del tutto ignara del destino che l’attendeva, e che l’avrebbe vista diventare pioniera della lotta all’hiv negli anni Ottanta.

Un Cimitero in Eredità

Un giorno tutto questo sarà tuo”. Così la madre di Ruth presenta alla figlia, allora solo una bambina, la sua futura eredità: un cimitero ad Hot Spring, in Arkansas, ospitante ben 262 loculi vuoti. Certo, non esattamente quel che ci si aspetta quando si parla di eredità. Tuttavia, proprio perché nulla è a caso, per Ruth non avrebbe potuto esserci lascito migliore. Ma sarà solo molto più tardi che il seme nascosto in quell’insolito dono deciderà di venire alla luce…

Sotto, Ruth Coker Burks in una recente fotografia:

1984: l’Inizio di una Missione

È il 1984 e la giovane Ruth, venticinquenne alle prese con la prima figlia, si trova ad assistere un amico affetto di cancro presso l’University Hospital di Little Rock, in Arkansas. Qui resta colpita da una grande sacca di colore rosso appesa fuori dalla porta di una delle camere. Incuriosita da quella stranezza, e dal fatto che medici e infermieri lanciassero una moneta per stabilire chi dovesse entrare nella stanza, decide di introdurvisi senza farsi notare.

Il sorteggio per chi deve entrare nella stanza immaginato nel film “Ruth” di Rose McGowan:

Dinanzi a lei, la scena è terribile. Un uomo ridotto a scheletro giace disperato sul letto, implorando di vedere sua madre prima di morire. L’uomo che Ruth ha davanti è malato di hiv e gli resta poco da vivere

Negli anni ’80, gli Stati Uniti prima, e il mondo intero di lì a poco, sono infatti drammaticamente colpiti dalla scoperta e conseguente epidemia del virus letale dell’AIDS, in un primo tempo conosciuto come GRID (gay-related immune deficiency), nell’erronea convinzione che venisse contratto e diffuso unicamente fra gli uomini omosessuali.

Sotto, un fotogramma dal film di Rose McGowan “Ruth”:

L’ancora pressoché nulla conoscenza di come trattare il virus e di come non rischiare il contagio, unita alla prepotente azione di drastici pregiudizi, fa sì che a coloro che si ammalano spetti un calvario di dolore, abbandono e totale isolamento sociale. Ruth, che ha un cugino gay, e teme per lui, in quel periodo non fa che documentarsi, leggendo molti degli articoli e dei testi a disposizione su quel male oscuro. Mai avrebbe immaginato che il suo destino sarebbe stato prendersi cura proprio di coloro che ne venivano colpiti…

Ruth: l”Angelo del Cimitero”

Sconvolta dalla sofferenza dell’uomo chiuso in una camera avvolta da plastica isolante ovunque, Ruth chiede all’infermiera di chiamare immediatamente i familiari del malato, ma ciò che le viene risposto è “Tesoro, non verrà nessuno. Quest’uomo è qui da sei settimane e nessun familiare si è fatto vivo”. Ciononostante, Ruth non desiste e decide di chiamare comunque la madre di quell’uomo abbandonato, ma la reazione è ancor più sconvolgente.

Mio figlio è un peccatore. Per me è già morto

Distrutta e incredula, pensa a cosa poter dire quando rientrerà nella stanza. Ed è allora che si delinea il piano che il destino ha in serbo  per lei.

Ruth al letto del moribondo nel film di Rose McGowan:

Mamma, sapevo che alla fine saresti venuta”, mormora l’uomo in delirio, che desiderava riappacificarsi con sua madre e andare via in pace. Ebbene, quell’ultima volontà si sta realizzando. Ruth, come un Angelo, si trasforma ai suoi occhi nella madre che l’aveva abbandonato, ma che ora è lì, gli tiene la mano e gli dimostra tutto l’amore negato per anni. “Gli sono stata vicino per tredici ore, fino a quando ha lasciato questo mondo”, racconta Ruth.

Non solo, l’Angelo del Cimitero, così come la Burks è stata nel tempo definita, scava con le sue stesse mani per seppellire quell’uomo nel cimitero di famiglia: “vicino a mio padre e ai miei nonni, che avrebbero vegliato su di lui”, perché nessun familiare ne chiede la salma, nessuno è interessato a dove sarebbe finito. E dopo di allora, scava per molti, moltissimi altri, arrivando a seppellirne più di cinquanta. Tutti uomini ripudiati dalle famiglie, che non si sono volute occupare neppure della cerimonia funebre.

Quando nessun altro l’avrebbe fatto

Negli anni Ottanta, nel momento massimo in cui l’HIV semina morte e terrore, dove perfino molti medici rifiutano di occuparsi delle cure dei malati per timore del contagio, questa donna, a tratti semi divina, con incredibile coraggio accompagna coloro che hanno contratto il virus nell’ultima e più dolorosa fase della loro vita.

Così, sparsasi la voce, sieropositivi e malati terminali la cercano, le chiedono disperatamente aiuto. E Ruth non si tira indietro, mai. Se ne prende cura, con parole di conforto, con vicinanza emotiva.

Li accarezza, li abbraccia, li tocca…Senza il filtro di guanti di protezione, senza timore, mossa solo da amore incondizionato e completa accettazione

Ruth li porta agli appuntamenti con i medici, arriva perfino ad aiutarli economicamente, pagando i loro farmaci o l’affitto, quando non sono più in condizione di lavorare. Per questo prova a chiedere fondi, ma perlopiù si autofinanzia. “Solo i locali gay mi hanno dato una mano. Ogni sabato le drag queen si esibivano al Discovery di Little Rock, offrendo il ricavato della serata per aiutare i malati”.

Ebbene, tra gli anni Ottanta e Novanta, in un’ instancabile opera senza sosta, Ruth vive a cavallo tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Accompagna nel trapasso l’anima di circa mille uomini che – come si scopre quando la scienza comincia a interessarsi a lei – vivono due anni più a lungo della media nazionale, e ne seppellisce più di cinquanta scavando con le sue stesse mani in quel famoso cimitero donatole quando era bambina, rivelatosi una vera benedizione.

Non so perché ma non avevo timore. Ho chiesto a Dio – Se è questo che vuoi che io faccia, allora fa sì che né a me né a mia figlia accada qualcosa di brutto. E lui lo ha fatto. Sono stata fortunata per aver potuto aiutare tutte quelle persone a ricongiungersi col Signore”.

Un modello di grazia, forza e amore incondizionato

Con la forza di una guerriera,  Ruth lotta per abbattere le mura del terrore, le fortezze degli stigma. Sfida il sentimento di rifiuto di chi per anni la considera “la pazza che non teme l’HIV”, e il disprezzo di chi non vuole offrirle un lavoro, né accettare da lei una semplice tazza di caffè o scrivere con la stessa penna che ha utilizzato.

Con le premure di una madre, accoglie fra le sue braccia e senza alcun giudizio migliaia di figli, facendosi rifugio e conforto, vegliando al loro capezzale fino al loro ultimo respiro.  Ricordandoli tutti, alcuni, come Billy, con ancor più dolore: “È stato il più giovane di cui mi sia presa cura. Era bellissimo, così aggraziato, e aveva solo vent’anni…

Una fotografia di Billy conservata da Ruth:

Uomini terrorizzati dinanzi a una morte così devastante, avvolti da spettrale solitudine, costretti a vivere in uno stato mentale di profonda angoscia, privati della possibilità di comunicare e condividere il loro dolore con i propri cari, conoscono la luce grazie al cuore d’Angelo di Ruth Coker Burks.

Quegli uomini non lasciano la terra con un urlo nero, di disperato e inaudito silenzio, ma, seppur nella difficoltà, con un sorriso di speranza. Avendo sperimentato, come non a tutti tocca, anche quando non si ha un male così terribile, quell’accettazione totale, devota e ricolma di amore incondizionato di chi ha saputo guardare all’Uomo come a una scintilla di luce. Fino alla fine, malgrado tutto.

Il desiderio di Ruth: fate questo in loro memoria

Ruth oggi ha quasi sessant’anni, ha superato un brutto ictus ed è nonna di tre nipotini, cui si è avvicinata trasferendosi a Rogers, nel 2013. Con loro si reca talvolta a passeggiare per i cimiteri, insegnando la solennità del luogo e il rispetto per i defunti. Durante gli anni della presidenza di Bill Clinton, suo compagno d’infanzia, è  nominata consultant on AIDS education alla Casa Bianca.

Il cimitero di Files ereditato da Ruth:

L’opera a cui si dedica con devozione e spirito di servizio tra gli anni ’80 e ’90 è stata dimenticata, anche perché molte delle persone che l’hanno conosciuta non ci sono più.

Tuttavia, Ruth ha un grande desiderio: che prima della sua morte possa venire edificato un monumento nel suo cimitero in ricordo delle anime che lì riposano e  in memoria di quel che è accaduto, di quella che è stata la sua missione. “Mi piacerebbe venisse scritto: Questo è quel che è accaduto. Cominciò nel 1984. Continuavano semplicemente a venire, e venire. E sapevano che sarebbero stati ricordati, amati, accuditi, e che qualcuno avrebbe detto una parola gentile alla loro morte”, dice commossa.

Di Ruth viene parlato nel film, da cui sono tratte alcune immagini di questo articolo, dal titolo “RUTH”, visibile su Vimeo.

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Cecilia Puca

Cecilia Puca

Non possiedo memoria di un tempo in cui lei non ci sia stata. Alleata, custode di pensieri e segreti, fonte continua di ispirazione... Per me la scrittura rappresenta da sempre una compagna sospesa a mezz'aria fra terra ed etere, grazie alla quale ho imparato a radicare, tanto quanto a volare, osservando con una lente preziosa tutte quelle parti di me di cui non avrei conosciuto l'esistenza, se non ci fosse stata lei a presentarmele. Sociologa di professione e ricercatrice per vocazione, sono da sempre affamata di storie, che amo ascoltare, vivere, immaginare. Raccontare... Così, scrivo perché non potrebbe essere altrimenti. Perché quello è l'unico luogo dove Io Sono. Ma posso anche non essere, essere qualcos'altro ed essere di nuovo e costantemente. Qui, ora, ieri e domani, in una sorta di linea eterna. Amo dare voce, forma e colore a storie che emozionano, curano, insegnano e tra queste ho edificato una stanza speciale per tutte quelle che hanno per protagoniste le donne. Entusiasta, vibrante e positiva, mi piace pensare che la mia missione sia accarezzare il mondo con le parole.