Si chiamava Roza. E, come il fiore di cui portava il nome, ebbe in sorte una vita breve ma straordinaria.

Quando venne al mondo, il 3 aprile del 1924, nessuno immaginava che quella bimba avrebbe collezionato medaglie sui campi di battaglia, guadagnandosi il timore dei nemici e il soprannome di “ terrore della Prussia”. Il suo destino sembrava molto banale: figlia di una lattaia e di un taglialegna, era nata in una fattoria vicino ad Arcangelo, una località nel nord della Russia europea. In quel periodo, l’Unione Sovietica stava consolidando il proprio potere e aveva disseminato il territorio di kolchoz, aziende agricole collettive a cui tutti dovevano contribuire, anche i bambini. Così Roza, ad appena sette anni, dovette destreggiarsi tra la scuola e il lavoro in un porcile. Non era una bambina sottomessa: La sua maestra la definì “pungente come un cespuglio di spine”, un “uragano a piedi nudi” pronto a lottare contro i prepotenti e a primeggiare nei giochi con i coetanei.

Un carattere di fuoco, dunque, ingentilito da una bellezza magnetica

Roza Shanina aveva capelli luminosi, un bel sorriso e un viso dai lineamenti delicati, in cui brillavano occhi freddi come l’acciaio. Il loro intenso azzurro lasciava trasparire una volontà indomabile, che non tardò a manifestarsi.

Mentre si occupava dei maiali, la ragazzina sognava gli allori della letteratura e una brillante carriera scolastica. Quando finì la scuola primaria, espresse il desiderio di continuare gli studi, ma i genitori le opposero un secco rifiuto: l’istruzione era destinata ai fratelli maschi, mentre lei sarebbe rimasta a lavorare nel porcile del kolkhoz. Era il 1938 e la ragazza, che aveva appena quattordici anni, decise di scappare di casa. Una gelida mattina si addentrò tra gli abeti della taiga, senza valigie né denaro, e camminò per oltre 200 km, fino a raggiungere il centro di Arcangelo. Qui, con l’aiuto del fratello Fyoder, ottenne l’iscrizione gratuita alla scuola secondaria e la possibilità di dormire in un collegio. Trascorsero due anni sereni, anche se il padre continuava a disapprovare la sua scelta. Il vento della guerra, però, era pronto a spazzare via quella felicità, così duramente conquistata.

Il 22 giugno 1941, le forze tedesche invasero il confine occidentale dell’Unione Sovietica, aprendo un fronte lungo centinaia di chilometri. L’economia russa ne fu devastata. L’istruzione secondaria gratuita fu interrotta e le borse di studio furono revocate.

Roza non si arrese: cominciò a lavorare in un asilo e usò lo stipendio per pagare gli studi, diplomandosi a pieni voti la primavera successiva. Un importante traguardo, adombrato però dalla terribile situazione della Russia. Il fronte, come una bocca famelica, continuava a divorare giovani vite; i tedeschi non accennavano ad arretrare. Tre fratelli di Roza, come diversi amici e conoscenti, persero la vita in battaglia. Questi lutti ferirono profondamente la ragazza, distogliendola dai suoi studi letterari. E forse fu questo dolore, insieme al desiderio di aiutare il proprio Paese, che la spinse a fare domanda per entrare nell’esercito. La richiesta fu rigettata, perché le donne non erano considerate idonee alla vita militare. Di lì a poco, però, le cose sarebbero cambiate.

Nel marzo del 1941, infatti, i capi militari sovietici decisero di aprire l’esercito anche alle donne. Essi ritenevano che i più alti livelli di grasso corporeo delle donne le rendessero resistenti al freddo e alla fame, e che la predisposizione al parto conferisse loro una naturale tolleranza al dolore. La loro capacità di cura le avrebbe rese medici eccellenti, mentre il loro temperamento paziente ne avrebbe fatto degli ottimi cecchini. Roza ripose i propri sogni nel cassetto, con l’intenzione di riprenderli a guerra finita, ed entrò nell’Accademia Femminile dei fucilieri. Mostrò fin da subito un talento micidiale: la mira precisa ed accurata, la volontà di ferro, l’assenza di paura la rendevano un perfetto angelo della morte.

Il 2 aprile 1944 entrò ufficialmente nell’Armata Rossa e cominciò le prime missioni

Ogni giorno, all’alba, doveva strisciare in una fossa fangosa, mimetizzandosi col terreno, per sorvegliare il territorio controllato dai tedeschi. Qui attendeva ore e ore in perfetto silenzio, come un serpente in attesa della preda. E da qui sparava i suoi colpi mortali, senza sbagliarne uno. Nel giro di pochi mesi, la sua fama divenne leggendaria. I racconti sulla sua astuzia rimbalzavano da un accampamento all’altro e facevano terrificare i soldati tedeschi.

Il racconto più frequente riguardava l’uccisione di un cecchino, il migliore dell’esercito tedesco, che era perfettamente nascosto tra le fronde di un albero. La tiratrice russa attese fino al tramonto, finché lo spazio tra i rami fu retroilluminato dalla luce solare e il nascondiglio del cecchino divenne visibile.

A quel punto, lo abbatté con un unico colpo

In breve, la ragazza bionda fuggita da una fattoria divenne l’incubo dei nazisti. Sul suo petto cominciarono a fiorire le medaglie.

Un quotidiano canadese descrisse Shanina come “il terrore invisibile della Prussia orientale”. Divenne la prima donna cecchino sovietica a essere insignita dell’Ordine della Gloria e, nel giugno del 1944, il ritratto di Shanina apparve sulla prima pagina del giornale sovietico Unichtozhim Vraga. Alla fine della guerra, le furono attribuite 59 uccisioni comprovate, senza contare le vittime morte in seguito alle ferite.

Roza indossò la gloria con noncuranza, come fosse un grembiule da lavoro. Voleva svolgere al meglio il proprio mestiere di soldato, superando il nemico in rapidità e intelligenza.

Aveva un senso del dovere, a tratti quasi ossessivo, che la rendeva un modello perfetto agli occhi dei sovietici

Sotto la ferrea scorza di eroina, però, Roza restava una ragazza di vent’anni, con le fragilità e i desideri tipici della sua età. Sognava l’amore, un matrimonio, dei bambini. Attendeva con ansia la fine della guerra, per riprendere l’università e diventare una brillante letterata.

Sfidando i divieti dell’Urss, che proibiva ai militari di tenere un diario, cominciò ad annotare gli avvenimenti e le impressioni di ogni giorno. A quelle pagine segrete, così come alle lettere per i parenti, affidò dettagliati resoconti militari, ma anche sentimenti di disagio, tenerezza e solitudine.

Il 10 ottobre 1944 scrive: “Non posso accettare che Misha Panarin non viva più. Che bravo ragazzo! [Lui] è stato ucciso… Mi ha amato, lo so, e io lui … Il mio cuore è pesante, ho vent’anni, ma non ho un fidanzato vicino “. Altrove, si chiede “perché in questa massa di maschi sono sempre sola”; in un altro brano, racconta le pesanti molestie subite da un militare ubriaco. Fra problemi e inquietudini, non mancavano momenti più spensierati. Diverse foto la ritraggono sorridente con le amiche e con gli altri militari. Era orgogliosa di “combattere per la felicità degli altri”, e pensava che la difesa dei più deboli fosse il suo compito più importante.

Emerge il quadro di una personalità complessa, capace di grande cinismo (come quando racconta, con freddezza, di aver finito alcuni nemici a colpi di baionetta) ma anche di tenerezza e di appassionati slanci di altruismo.

Nel frattempo, non smetteva di fantasticare sul futuro. E forse era piena di sogni anche quel giorno, quando fu colpita da un’esplosione, mentre cercava di proteggere un ufficiale ferito.

Fu trovata qualche ora più tardi, agonizzante, con il petto squarciato dal frammento di una granata. Era il 27 gennaio 1945, lo stesso giorno in cui l’Armata Rossa, vittoriosa, apriva i cancelli di Auschwitz. Mentre l’orrore nazista veniva finalmente spezzato, la ventenne esalò i suoi ultimi respiri.

Morì il giorno dopo e fu sepolta sotto un pero, vicino al fiume Lyn, insieme alle sue medaglie e ai suoi progetti mai realizzati

In seguito, la salma fu traslata nel comune rurale di Znamensk. Rosa non è scomparsa dal ricordo dei russi, come testimoniano monumenti e strade a lei intitolati. Resta difficile dare un giudizio netto su di lei:

Eroe in gonnella o spietata assassina?

Di certo, come tanti giovani della sua generazione, Rosa fu vittima di una sanguinosa pagina di storia, in cui il bene e il male si sono fatalmente mescolati.

Fonti: Rozas Diary, Fotografie Flickr condivise con licenza Creative Commons.

Categorie: Storia

Maria Elisa Zaniboni

Maria Elisa Zaniboni

Sono innamorata dei libri, delle isole e della brezza marina. Leggo per visitare nuovi mondi e per esplorare la realtà; mi piace scrivere per dare voce ai personaggi del passato, specie a quelli che non trovano posto nei libri di storia.