L’arcipelago delle Andamane, nel Golfo del Bengala, è un paradiso di sabbie bianche e acque cristalline, ancora abitato, in alcuni isolotti, da tribù indigene come i Jarawa e i Sentinelese, che rischiano l’estinzione a causa delle malattie portate dai turisti.

Quartier generale della Colonia penale di Ross Island – 1872

Altri ceppi, come gli Onge e i Grandi Andamanesi furono quasi completamente sterminati durante la colonizzazione britannica. Gli Inglesi, che volevano sfruttare la posizione geografica delle isole, tra India e Birmania, trovarono popolazioni ostili che spesso uccisero i marinai approdati sulle loro spiagge.

Fonte immagine: Tejasi Vashishtha via Wikimedia Commons – licenza CC BY-SA 4.0

Ciononostante, visto il vasto numero di isole disabitate, l’amministrazione britannica del Bengala, già nel 1789, costruì un penitenziario nelle Grandi Andamane, che fu abbandonato dopo pochi anni, a causa dell’alto tasso di mortalità per malaria registrato nell’insediamento, dovuto alla vicinanza con una palude salata.

Fonte immagine: Biswarup Ganguly via Wikimedia Commons – licenza CC BY-SA 3.0

Poi, quando nel 1857 la “grande ribellione” indiana fallì, gli inglesi si ritrovarono con un enorme numero di prigionieri da collocare. Le isole Andamane furono nuovamente prese in considerazione per stabilirvi una colonia penale, dove i prigionieri politici che non furono impiccati morirono di fame, malattie o per le torture subite.

Fonte immagine: Biswarup Ganguly via Wikimedia Commons- licenza CC BY-SA 3.0

Nel 1858 la colonia penale britannica ebbe come sede principale Ross Island, una piccolissima isola sulla quale fu inizialmente portato un gruppo di 200 prigionieri, costretti a un duro lavoro di disboscamento della fitta giungla e poi di costruzione di capanne che costituivano l’unico rifugio per loro stessi, e di posa delle strade. I forzati, che dovevano lavorare incatenati, anche con collari di ferro, morivano come mosche a cause delle malattie: malaria, dissenteria, polmonite uccidevano oltre 700 prigionieri ogni anno.

Sotto, 3 statue ricordano i detenuti di Ross Island nel museo dedicato alla Colonia Penale:

Edificio in rovina:

Fonte immagine: Biswarup Ganguly via Wikimedia Commons – licenza CC BY-SA 3.0

Un ispettore inviato sulle isole per indagare sull’eccessiva mortalità, trovò le condizioni dei detenuti “oltre la comprensione”: mancavano cibo, ripari adeguati e indumenti.

Fonte immagine: Biswarup Ganguly via Wikimedia Commons – licenza CC BY-SA 3.0

Nella colonia penale, paragonabili solo ai lager nazisti, venivano condotte sperimentazioni mediche (sul chinino) e test sulla risposta a nuove torture.

Fonte immagine: Jnanam Shah cia Wikimedia Commons – licenza CC BY-SA 4.0

“Kalapani”, che tradotto significa “acqua nera”, era il nome dato a quel luogo di dolore e morte, dal quale non c’era possibilità di ritorno, perché, come ben sapevano gli inglesi, il “kalapani” era un antico mito indù secondo il quale attraversare il mare significava separarsi dalla propria anima, e di conseguenza dal proprio credo e dalla propria comunità.

Fonte immagine: Biswarup Ganguly via Wikimedia Commons – licenza CC BY-SA 3.0

La fuga era impossibile: coloro che ci provarono furono uccisi dai nativi ostili, oppure impiccati dopo l’inevitabile ritorno alla colonia: il 13 maggio 1858, il famigerato Dottor James Pattison Walker (che fu rimosso solo quando propose di far marchiare a fuoco i prigionieri sul braccio) fece impiccare 81 detenuti che avevano tentato di scappare, ma erano stati costretti a tornare indietro per non finire nelle mani delle tribù indigene.

Fonte immagine: Biswarup Ganguly via Wikimedia Commons – licenza CC BY-SA 3.0

La morte era sospirata dai prigionieri, in particolare da coloro che subivano la sperimentazione del chinino, che induceva, tra l’altro, alla depressione. Quei poveri disperati arrivavano a ferirsi a vicenda per farsi impiccare. Gli inglesi invece introdussero una pena diversa: la fustigazione e una dieta ridotta (!!), con le ore di riposo da trascorrere in una gabbia.

Sotto, al locale museo viene mostrata una pena per fustigazione:

Edifici in Rovina:

Fonte immagine: Stefan Krasowki via Flickr

Ma non furono solo i prigionieri a soffrire per la presenza della colonia penale: nel giro di una ventina d’anni, la popolazione di nativi di tutto l’arcipelago era più che dimezzata, uccisa dalla sifilide (trasmessa durante uno stupro collettivo), dal morbillo, dall’influenza, e poi dal tabacco e dal whisky.

Fonte immagine: Biswarup Ganguly via Wikimedia Commons – licenza CC BY-SA 3.0

Quando la colonia penale allungò i suoi artigli anche su altre isole, Ross Island divenne il paradiso privato degli ufficiali britannici di alto rango e delle loro famiglie, tanto da essere soprannomina la “Parigi dell’Est”: bei palazzi con mobili d’antiquariato, prati curati e campi da tennis, negozi, panifici, una chiesa, un impianto di depurazione dell’acqua, tutto costruito col sangue dei detenuti.

Fonte immagine: Biswarup Ganguly via Wikimedia Commons – licenza CC BY-SA 3.0

Nel 1939, quando le notizie sugli orrori della colonia penale cominciarono a circolare anche in Gran Bretagna, il grande “carcere cellulare” dove erano stati radunati tutti i detenuti, a Port Blair, fu svuotato e i prigionieri rimpatriati.

Fonte immagine: Biswarup Ganguly via Wikimedia Commons – licenza CC BY-SA 3.0

Come nella famigerata colonia penale di Devil’s Island, nella Guyana francese, attorno alla prigione non c’erano alte mura, perché tanto non c’era nessun posto dove poter fuggire…

Fonte immagine: Biswarup Ganguly via Wikimedia Commons – licenza CC BY-SA 3.0

Nel 1941, le Andamane furono occupate dai giapponesi, che usarono la colonia penale come campo di prigionia per gli inglesi… finché, nel 1945, l’arcipelago divenne il primo territorio indiano a rendersi indipendente dalla Gran Bretagna.

 Fonte immagine: Stefan Krasowski via Flickr

I Britannici usarono poi la tattica del campo di concentramento qualche anno dopo durante la Seconda Guerra Boera in Sudafrica, di cui rimane a simbolo la drammatica fotografia alla bambina Lizzie Van Zyl. A differenza delle barbarie naziste o giapponesi degli anni ’30 e ’40, furono le critiche interne, i reportage giornalistici e l’opinione pubblica inglese a decretare la fine delle pratiche disumane in periodo di guerra da parte del proprio governo.


Annalisa Lo Monaco

Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.