Romilda: la duchessa Longobarda che fu impalata dal proprio marito

Siamo intorno al 610. I “barbari” longobardi hanno ormai da qualche decennio conquistato gran parte dell’Italia, e Alboino, il primo re d’Italia, ha diviso il territorio in diversi ducati. Alla sua morte la situazione si complica: ci sono duchi in lotta tra loro che, per motivi di convenienza, talvolta stringono alleanze con l’imperatore romano d’oriente, ancora a capo dei pochi territori italiani rimasti in mano ai bizantini. Il ducato del Friuli, tra i più importanti del regno longobardo, attraversa tutte queste complicate fasi di alleanze e di incerte successioni. Sappiamo comunque per certo che, intorno al 590, diventa duca del Friuli Gisulfo II che, almeno dai primi del 600, si allea con il nuovo re dei longobardi, Agilulfo. 

Gisulfo è sposato con Romilda, figlia di un duca di Baviera, con la quale ha messo al mondo otto figli, quattro maschi e quattro femmine. 

Nel 610 deve affrontare un’invasione degli Avari, calati da nord-est, forse chiamati proprio da Agilulfo, che teme una ribellione del duca, fomentata dai bizantini. Il più conosciuto storico longobardo, Paolo Diacono, si limita a raccontare di una strenua e valorosa difesa del duca, riuscito a radunare in tutta fretta una sparuta compagine di guerrieri, che soccombono agli Avari. Gisulfo muore in battaglia insieme a molti dei suoi, mentre i pochi scampati si rifugiano nella capitale, Cividale, insieme a Romilda. La duchessa subisce l’assedio della sua città insieme ai suoi figli, a donne, bambini, anziani e quei pochi guerrieri superstiti, al pari delle altre città del Ducato. La possibilità di resistere a lungo è pressoché nulla, e dunque Romilda deve aver preso in considerazione una resa, magari mettendo come condizione la salvezza dei suoi sudditi. Paolo Diacono però racconta la storia in un altro modo, infangando per sempre l’onore della duchessa. Mentre il re degli Avari, Cacamo, si aggira intorno alle mura le città, per valutarne i punti deboli, “Romilda, che guardava dall’alto delle mura, vedendolo nel fiore della giovinezza, lo desiderò – meretrice infame – e subito gli mandò a dire che, se lui la prendeva in matrimonio, gli avrebbe consegnato la città con tutta la gente che vi era dentro”. Il re barbaro accetta, ma una volta entrato in città la saccheggia e la mette a ferro e fuoco, prendendo come schiavi i superstiti. Cacamo comunque mantiene la promessa: sposa Romilda e trascorre la notte con lei. Al mattino però, il risveglio sarà molto molto brusco: il neo-sposo consegna la donna a dodici dei suoi uomini, che la torturano e la violentano ripetutamente. Non soddisfatto, l’irriconoscente sovrano ordina che la duchessa venga impalata, apostrofandola così: “Questo è il marito che ti meriti”. Lo storico commenta: “Così di tale morte finì la funesta traditrice della patria, che aveva guardato più alle proprie voglie che alla salvezza dei cittadini e dei parenti”.

Paolo Diacono tesse invece le lodi dei quattro figli maschi di Romilda, miracolosamente scampati alla devastazione degli Àvari e alla prigionia. Riescono infatti a riprendersi il ducato del Friuli, anche se due di loro saranno poi assassinati per ordine dell’esarca bizantino, Gregorio I. A quel punto, i due fratelli superstiti riparano presso il duca di Benevento che, alla sua morte, lascia a loro il titolo perché il suo unico figlio maschio è affetto da problemi psichici. 

 

Paolo Diacono riscatta anche l’onore delle donne della famiglia di Gisulfo, raccontandoci come le quattro figlie femmine riescano a sottrarsi alla violenza carnale della soldataglia àvara con uno stratagemma: sotto ai vestiti nascondono pezzi di carne cruda che, con il calore del corpo, va presto in putrefazione. L’orribile puzza che emana riesce a tenere lontani i possibili violentatori e così le ragazze si salvano. Lo storico poi conclude la vicenda affermando che le due sorelle di cui lui ha notizie, faranno matrimoni degni del loro rango, una con il sovrano degli Alamanni e l’altra con quello dei Bavari. 

Paolo Diacono, che è longobardo, scrive la sua Historia Langobardorum tra il 787 e il 789, a quasi due secoli di distanza dall’invasione degli Àvari. L’intera opera contiene diversi errori sia cronologici sia di narrazione degli eventi, e forse la responsabilità della distruzione di Cividale viene addossata a Romilda per salvaguardare l’onore dei guerrieri longobardi, anche per un motivo strettamente personale: il bisnonno di Paolo, Lopichis, partecipa a quella guerra ed è all’interno della città assediata. Sarà fatto prigioniero e portato via dal Friuli, anche se poi riuscirà a scappare e a tornare nella sua terra. Paolo, oltre alle opere di storici precedenti, probabilmente si rifà anche a racconti della tradizione orale, magari non proprio aderenti alla realtà, meno gloriosa di quanto il narratore voglia far apparire. La disfatta e la morte di Gisulfo è dovuta anche a un poco coraggioso comportamento dei guerrieri, che abbandonano il duca cercando scampo nei castelli fortificati. Una disdicevole vigliaccheria, che certo non può entrare a far parte della storia del fiero popolo longobardo. Meglio trovare un capro espiatorio, nella persona di Romilda, che si macchia della terribile colpa di tradimento, e per un motivo considerato, fin dall’antichità, tipicamente femminile: la libidine. È plausibile che la duchessa, fresca vedova, abbia sacrificato la città per le sue voglie? Difficile da credere, anche in virtù del fatto che i suoi otto figli sono lì con lei. Detto ciò, non si può escludere a priori che le cose si siano svolte più o meno come raccontato da Paolo Diacono, ma una riflessione è d’obbligo: da quando la vestale romana Tarpea tradisce la sua città per amore, questo tipo di crimine è spesso addossato alle donne in considerazione della loro stessa, debole, natura. E tutte, in ogni tempo e in ogni luogo, fanno sempre una brutta fine.


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