È un lunedì mattina ventilato e freddo, il 15 gennaio 1951. A Roma, sembra una giornata come tante altre. C’è la Celere a pattugliare le strade, perché di lì a due giorni ci sarà la visita del generale americano Eisenhower che discuterà con il governo italiano della nostra adesione alla NATO. Ma la polizia per le strade non è una novità.

Eppure, quella non sarà una giornata come tante altre.

Siamo nel pieno di quello che, successivamente, verrà definito il “miracolo italiano”, gli anni della crescita economica che sembra inarrestabile. In realtà, nel 1951, i vantaggi della crescita economica sono solo per chi ci mette i capitali. Chi sgobba a qualsiasi titolo comincerà a vedere qualche cambiamento solo a partire dal 1954.

Gli impiegati vanno in giro con gli abiti più volte rivoltati e le scarpe più volte risuolate; gli operai vivono francamente in povertà, ma quella povertà garantisce già qualcosa in più rispetto alla miseria in cui stanno i contadini, che infatti lasciano ogni volta che possono le campagne, per andare in città alla ricerca di un lavoro nell’edilizia o in fabbrica.

Gli incidenti sul lavoro sono tantissimi, le morti bianche un bollettino di guerra, ma sembra non importare niente a nessuno, perché per le prime legislazioni al riguardo si dovrà aspettare ancora molto. I tassi di criminalità sono spaventosi, i delitti violenti all’ordine del giorno.

Una commissione parlamentare sta percorrendo il Paese da un capo all’altro per redigere un rapporto ufficiale sulla povertà, che sarà pubblicato l’anno dopo e costituirà la base per i successivi interventi di contrasto alla stessa. Interventi che spesso e volentieri non saranno finanziati neanche dallo Stato, che evidentemente ha altre priorità.

Ad esempio la Cassa per il Mezzogiorno, a sostegno delle iniziative imprenditoriali nelle zone economicamente più depresse, che comincia la sua attività proprio in quel 1951, è finanziata con i prestiti della Banca Mondiale: un organismo creato nel 1945 per favorire la ricostruzione post-bellica, che ha scelto il Sud Italia per testare un modello di intervento economico specifico per lo sviluppo dei Paesi del Terzo Mondo.

Tutto questo è ancora di là da venire eppure, strano a dirsi, gli italiani, solo per essersi finalmente lasciati alle spalle la guerra con tutti i suoi orrori, vivono una fase di grande ottimismo, tanto è vero che il Paese, nonostante tutti i problemi, sta attraversando una fase di crescita demografica quale non si era mai vista prima, nemmeno ai tempi di Mussolini, che pure aveva basato molta della sua propaganda sugli incentivi alle famiglie numerose.

Le famiglie italiane danno il loro contributo al baby boom dell’Occidente che caratterizzerà gli anni dal 1946 al 1964, a volte anche con degli aspetti peculiari che non sono stati mai studiati a fondo, ad esempio il picco di madri ultracinquantenni che si verifica nel 1946-47 e che viene spiegato in vari modi. Ad esempio con l’allungamento dell’età fertile delle donne, che durante la guerra avevano patito tali privazioni alimentari da andare soggette ad amenorrea (non avevano più le mestruazioni perché non ovulavano); un’altra spiegazione è che diverse donne mature, all’anagrafe si intestino le maternità indesiderate delle figlie adolescenti, come peraltro è sempre successo, non solo in Italia. Probabilmente c’entrano tutti e due i meccanismi.

Torniamo però a quella tragica mattina.

Siamo in via Savoia, una salita tra la Salaria e il Viale Regina Margherita. È una strada dall’aspetto particolare, perché la sua parte bassa è abitata da famiglie operaie in case piuttosto fatiscenti, mentre quella alta presenta soprattutto ville nel tipico stile della Roma di inizio ‘900, spesso convertite in condomini borghesi.

In una di queste ville, al numero 31, un appartamento è stato affittato a uno studio commerciale dalla proprietaria, trasferitasi in Sud America. Per uno strano scherzo del destino, le tante cronache succedutesi nel tempo non hanno mai tramandato il nome del titolare. Si sa soltanto che era un ragioniere.

E questo ragioniere, cui non doveva mancare il lavoro, il giorno prima, 14 gennaio, ha pubblicato un trafiletto in mezzo agli annunci economici del quotidiano Il Messaggero.

C’è scritto: “Signorina giovane intelligente volenterosissima attiva conoscenza dattilografia miti pretese per primo impiego cercasi. Presentarsi in via Savoia 31, interno 5, lunedì ore 10-11 e 16-17”.

Non è esattamente una di quelle offerta da indurre ai salti di gioia.

Quel volenterosissima sta a indicare che il lavoro sarà pesante e la giornata lavorativa interminabile. Il miti pretese indica invece che lo stipendio sarà una miseria.  Però c’è quel primo impiego che attira lo sguardo di chi, essendo giovane e povera, non ha mai avuto nessuna possibilità di lavorare.

Il ragioniere pensava di cavarsela in due ore, invece, prima ancora che la portinaia apra il cancello esterno, c’è già una fila di ragazze in attesa. Alle ore 10 comincia puntualmente la selezione, basata soprattutto sulla prova di dattilografia. Intanto, di ragazze continuano ad arrivarne. Ce ne sono di un po’ tutte le estrazioni: piccolo-borghesi, di famiglia operaia, emigranti arrivate in città da pochissimo. Le più giovani hanno sui 16 anni, le più grandi hanno passato i 30. Tutte, per fare bella figura, indossano i loro abiti migliori, anche se, in molti casi, si tratta di abiti decisamente modesti.

Man mano che le ragazze vengono esaminate, quelle che le seguono si approssimano alla porta. L’ufficio si trova al primo piano e, per raggiungerlo, occorre salire due rampe di scale. Nessuno ha mai sottoposto queste due rampe a particolari verifiche statiche, sia perché la legislazione edilizia del tempo non era certo rigorosa come quella attuale, sia perché non c’è mai stato bisogno di verificarne la stabilità. Nessuno è mai andato a pensare che due rampe di scale e il pianerottolo di mezzo possano crollare solo perché c’è salita troppa gente sopra.

Invece è esattamente quello che succede. Poco prima delle 11, come si conterà successivamente, accalcate sulla scala ci sono circa 200 ragazze, e almeno altrettante stanno aspettando fuori. Non si sa bene cosa sia successo, i racconti sono confusi.

Il ragioniere ha sentito solo il rumore del crollo, le ragazze presenti sono rimaste sbalordite, quelle fuori non hanno visto quasi nulla. Sta di fatto che, senza alcun segno di preavviso, l’intera scala viene giù, le due rampe e il pianerottolo, con tutte le ragazze che ci stanno sopra. Non solo: sotto il peso del materiale crollato, cede pure il pavimento del piano terra, che apre una voragine sulla cantina.

La casa di Via Savoia 31

I soccorsi saranno tempestivi, ancorché improvvisati. Le ragazze che si riescono a estrarre dalle macerie vengono portare in ospedale con mezzi di fortuna, incluso un camion che era lì di passaggio per distribuire il latte. Per quelle che sono finite sotto le macerie, occorre attendere l’intervento dei vigili del fuoco e delle ambulanze. Per alcune ore si scava, fino a salvarle tutte. 77 di loro devono essere ricoverate per le ferite e le fratture, distribuendole tra tutti gli ospedali cittadini.

Nella notte, una di esse si aggrava e muore. Si tratta della ventiseienne Anna Maria Baraldi, figlia di un autista del Quirinale che è stato fatto anche Cavaliere per meriti di servizio. In realtà, è un vero miracolo che il bilancio non sia ancora più grave. Molte delle ricoverate passeranno attraverso vere odissee, lunghi ricoveri, interminabili riabilitazioni, invalidità permanenti. Oltre al danno, ci sarà la beffa di dover pagare il conto dell’ospedale, perché la sanità pubblica gratuita per tutti deve essere ancora inventata: esiste ancora il vecchio sistema delle casse mutue per cui chi lavora è assistito e chi non lavora no. Una botta per le famiglie della ragazze che, quasi sempre, tra il crollo e il successivo trambusto, hanno già perso le scarpe e le borse, e si sono irrimediabilmente rovinate cappotti, giacche e soprabiti. Ancora a distanza di decenni, quelle intervistate nelle commemorazioni se ne ricordano amaramente.

La vicenda sarà presto dimenticata dall’opinione pubblica ma colpisce la fantasia degli artisti. Giuseppe De Santis, il regista del leggendario “Riso amaro”, decide di farne un film che sia realistico almeno quanto il suo capolavoro. Tra i suoi amici c’è un giovanissimo redattore dell’Unità, Elio Petri, e De Santis lo manda in giro a intervistare le sopravvissute, le loro famiglie, i testimoni. La straordinaria inchiesta di Petri (che sarà poi a sua volta un regista di primo piano del cinema italiano, premio Oscar al miglior film straniero nel 1971 per “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”) sarà pubblicata in volume solo nel 2004 da Sellerio, e porterà lo stesso titolo del film, “Roma ore 11”.

Una scena di “Roma ore 11”

Immagine di pubblico dominio

“Roma ore 11”, che uscirà nel marzo del 1952, è un capolavoro pari a “Riso Amaro”, nato e cresciuto in un clima ostile di pressioni censorie, autorizzazioni negate e successivi boicottaggi. Sebbene la critica ne caldeggi l’invio al prestigioso Festival di Cannes, la sua partecipazione viene bloccata dai censori perché non si devono mostrare all’estero le nostre miserie, e al suo posto viene presentato un film che, dietro l’apparenza di una commedia di costume, è altrettanto spietatamente realista nel raccontare quelle stesse miserie, “Due soldi di speranza”, di Renato Castellani, che vince anche la Palma d’Oro del concorso, ex aequo con l’Otello di Orson Welles. Come a ribadire che i censori non capiscono niente, che l’ottusità ce l’hanno davvero nel DNA.

Scorrendo il cast di “Roma ore 11”, si resta sbalorditi dalla quantità di nomi di primo piano che vi hanno partecipato: Lucia Bosè, Carla Del Poggio, Lea Padovani, Delia Scala, Paola Borboni, Irene Galter, Elena Varzi, Raf Vallone, Massimo Girotti, Paolo Stoppa… un vero pantheon di grandi attori.

Non è però il solo film ispirato a questa vicenda.

Nello stesso anno, Augusto Genina, un regista già attivo ai tempi del muto, uno dei nomi di punta della cinematografia fascista grazie a pellicole come “Squadrone bianco” o “L’assedio dell’Alcazar” (che, al di là dei contenuti propagandistici, rappresentano ancora oggi momenti di grande cinema), e che aveva successivamente dato una singolare prova neorealistica con un biopic di Santa Maria Goretti intitolato “Il cielo sulla palude”, fa uscire un film drammatico composto da tre storie apparentemente distanti tra loro, ma che si intersecano quando le tre protagoniste si ritrovano sulla scala che crolla: “Tre storie proibite”.

Locandina della versione in inglese di Tre storie proibite

Immagine via Wikipedia/Giusto uso

“Tre storie proibite” non ha alcuna pretesa di raccontare la cronaca di quel giorno, ma resta un ottimo film drammatico nel quale, come hanno notato i critici, alla miseria economica di chi patisce la disoccupazione, evidenziata nel film di De Santis, è contrapposta la miseria morale di una piccola borghesia priva di qualunque principio o ideale.

Anche questo film mostra un cast di lusso: Eleonora Rossi Drago, Antonella Lualdi, Isa Pola, Mariolina Bovo, Gabriele Ferzetti, Gino Cervi e Roberto Risso sono i nomi di maggiore rilievo.

Roberto Cocchis
Roberto Cocchis

Barese di nascita, napoletano di adozione, 54 anni tutti in giro per l'Italia inseguendo le occasioni di lavoro, oggi vivo in provincia di Caserta e insegno Scienze nei licei. Nel frattempo, ho avuto un figlio, raccolto una biblioteca di oltre 10.000 volumi e coltivato due passioni, per la musica e per la fotografia. Nei miei primi 40 anni ho letto molto e scritto poco, ma adesso sto scoprendo il gusto di scrivere. Fino ad oggi ho pubblicato un'antologia di racconti (“Il giardino sommerso”) e un romanzo (“A qualunque costo”), entrambi con Lettere Animate.