Roma 1849: una Repubblica prima dell’Unità d’Italia

Non si è trattato solo di una nuova forma politico-istituzionale, ma di una vera e propria avventura: attorno alle vicende della Repubblica Romana del 1849 si snodano giochi di potere, calcoli politici, sentimenti di solidarietà, vite coniugali, amicizie e inimicizie.

Inserito all’interno di un quadro vivace di avvenimenti politici e sociali, l’esperimento romano diventò il nucleo di un’italianità forte, sede di un primo sentimento nazionale e del fior fiore di patriottismo trasportato sul piano dell’azione.

L’Europa stava uscendo dall’annus horribilis dei moti del Quarantotto, una sedimentazione di istanze politiche impastate con ideali culturali e democratici che incrinò l’assetto geo-politico stabilito a Vienna poco più di trent’anni prima. La “primavera dei popoli” rappresentò una dura e spesso violenta stagione di moti insurrezionali scaturiti da fattori di lunga durata, di stampo economico, sociale e nazionale.

In Italia, sin dagli anni ’30, nuove suggestioni e messaggi incendiari erano stati lanciati nel panorama politico, declinabili in espressioni come nazione, libertà, indipendenza. Giuseppe Mazzini, attraverso l’associazione Giovine Italia, aveva creato il clima risorgimentale, senza però riuscire a far insorgere la penisola. Uno solo dei due filoni del pensiero mazziniano avrà esito felice e non prima degli anni ’60 dell’Ottocento: la creazione di un’Italia unita e indipendente dal giogo straniero, ma monarchica, non repubblicana. Un Paese frastagliato affacciato a un balcone, a osservare il treno del progresso che attraversava la maggior parte delle nazioni europee, lasciandolo vergine. Un’Italia con una modernizzazione passiva, che accoglieva le innovazioni e gli sviluppi provenienti dal resto del continente – e anche con un notevole ritardo – senza riuscire a imporne di propri.

In territorio romano, il cardinale Consalvi aveva aperto il governo della cosa pubblica anche alla gestione dei laici, senza però mettere in discussione la centralità del pontefice e del Collegio Cardinalizio, uno dei tre bracci titolari della potestà legislativa che, secondo lo Statuto Pontificio del 1848, avrebbe dovuto tenere provvisoriamente le redini del governo in caso di sede vacante.

Papa Pio IX (1871)

Fotografia di George Peter Alexander Healy di Pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Di lì a nove mesi, il corso degli eventi sarebbe precipitosamente degenerato. Il 15 novembre 1848, sulle scale del Palazzo della Cancelleria, il detestato ministro dell’interno e delle finanze Pellegrino Rossi venne ucciso con un colpo di pugnale alla gola. Dopo l’assassinio, la pretesa dei reazionari di formare un nuovo governo non venne accolta dal pontefice Pio IX, che decise di fuggire, camuffato da sacerdote, la notte del 24 novembre, alla volta di Gaeta.

Un sovrano che abbandona il suo Paese: l’accelerazione della crisi in uno stato oramai acefalo portò al radicalizzarsi di sentimenti di volta in volta sempre più patriottici, provenienti dai Circoli popolari delle province. Il Consiglio dei deputati e la classe liberal moderata non riuscirono a ricucire lo strappo con il papa, che da Gaeta lanciava proclami avvilenti, definendo gli eventi romani guidati da una “fazione di tristi”, un’orda di settari illegittima.

Davanti alle incertezze del Sacro Collegio, una Giunta di Stato provvisoria si riunì nel dicembre dello stesso anno, ma il grido che si levava dalle periferie era ormai ben nitido: assemblea costituente.

Resta difficile capire a noi, uomini e donne del XXI secolo, la forza virulenta di quell’espressione, lanciata in una realtà che aveva conosciuto solamente costituzioni ottriate, statuti concessi dall’alto (con un lemma rassicurante, quello di statuto, di stampo medievale, che tutelava le titolarità di un potere esecutivo ancora molto forte). La parola assemblea costituente richiamava alla mente gli eventi rivoluzionari di fine Settecento: la Rivoluzione americana prima e quella francese poi.

I confini degli stati italiani nel 1848

Fotografia di F. W Putzger (1814–1913) di Pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Le elezioni per l’assemblea, indette per il 21 gennaio 1849, saranno segnate da una novità epocale per la storia italiana: furono le prime a suffragio universale diretto (maschile) e porteranno alle urne 250mila cittadini, nonostante la scomunica emessa dal papa il 1° gennaio per tutti coloro che avessero partecipato alla votazione.

All’interno degli spazi politici non si contarono grandi personalità: la maggior parte dei neo-eletti non aveva esperienze di governo alle spalle, ma tutti i deputati rifiutavano di rinchiudersi dentro schemi ideologici precisi, amalgamandosi invece nel comune riconoscimento dei principi innovatori del Settecento, quali libertà, giustizia, indipendenza umana ed estensione dell’istruzione primaria.

Sarà l’inizio di una sfida proveniente dallo Stato più conservatore d’Europa, per la quale verranno coinvolti molti protagonisti dello scacchiere europeo. Dalla proclamazione della Repubblica, il 9 febbraio 1849, si avvicendarono sulla scena sia politico-istituzionale che militare personalità come Giuseppe Mazzini, Giuseppe Garibaldi, Aurelio Saffi, Carlo Pisacane e Carlo Armellini. Famose sono diventate le tre parole del telegramma con cui Goffredo Mameli richiamò Mazzini nella Capitale: “Roma, Repubblica, venite!”.

Giuseppe Mazzini

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Fotografia di Sconosciuto di Pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Eletto a fine marzo triumviro assieme a Saffi e Armellini, l’avvocato genovese scorse nell’esperimento romano il cominciamento utile per realizzare un’unione di carattere sovraregionale, e perseguire il riscatto della nazionalità italiana attraverso la liberazione della penisola che partisse da una repubblica unitaria e indipendente. La “Roma del popolo” sarebbe stata un lume per l’Italia intera, in grado di rinfocolare i già presenti slanci indipendentistici e spiriti di insurrezione antiaustriaca.

La chiamata alle armi pubblicata il 19 febbraio dal papa, ancora ritirato a Gaeta, porterà Francia, Spagna, Austria e Regno delle Due Sicilie a gravitare attorno alle vicende della neonata Repubblica.
Le sorti di Roma saranno legate a doppio filo con quelle della Francia: lì, il governo Cavaignac aveva fatto approvare dalla Costituente il progetto di una restaurazione dell’autorità papale. Perfezionando la stessa linea, lo spregiudicato Luigi Napoleone Bonaparte (il futuro imperatore Napoleone III), desideroso di accattivarsi il consenso dei clericali nelle future elezioni politiche, attuò una strategia attendista e una “politica del doppio volto” che portarono Roma a dipendere pericolosamente dal legame con la Seconda Repubblica francese.

Napoleone III

Fotografia di Franz Xaver Winterhalter di Pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Il Corpo di spedizione del Mediterraneo, guidato dal generale Oudinot, avrebbe dovuto impedire l’intervento austro-napoletano e riportare l’armonia tra il pontefice e il suo popolo. Rimane un retrogusto epico nella risposta che Mazzini diede agli inviati transalpini circa la richiesta di accogliere i contingenti militari:

“No, noi non vi riconosciamo come amici”.

Dopo un primo sbarco a Civitavecchia tra 25 e 26 aprile, la mattina del 30 aprile venne ordinato ai francesi di operare un attacco su Roma. I cartelli che accolsero gli invasori alle porte della città recitavano sardonicamente l’art. 5 della Costituzione francese del 1848 “Essa (la Repubblica) rispetta le nazionalità straniere così come intende far rispettare la propria, non intraprende nessuna guerra a fini di conquista e giammai impiega le sue forze contro la libertà di alcun popolo”.

Nonostante l’inadeguata preparazione militare, i romani riuscirono a respingere gli attacchi, forti anche del genio militare della levatura di Giuseppe Garibaldi. Alla volontà di questi di inseguire i francesi lungo l’Aurelia antica, fece da controcanto il veto di Mazzini, che anzi ordinò nei giorni successivi addirittura il rilascio dei prigionieri francesi, in nome di una superiorità della ragione e dell’empirismo politico sulla foga patriottica di una guerra prettamente offensiva sostenuta invece dal nizzardo. Si venivano così accrescendo incomprensioni e idiosincrasie tra le due personalità italiane più in vista del momento.

La strategia garibaldina non fu sufficiente per reggere la seconda ondata di attacchi francesi alla città, dopo una tregua durata due settimane. Roma era nel frattempo stata accerchiata: le truppe austriache, da Nord, espugnavano città come Ferrara, Bologna e Ancona – la quale diede prova di una straordinaria fedeltà alla causa della Repubblica Romana, sopportando l’assedio dei corpi del generale von Wimpffen per quasi un mese – mentre i contingenti borbonici di Ferdinando II, provenienti da sud, furono incalzati in ritirata verso il Regno dopo la celebre battaglia di Palestrina.

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L’assedio di Roma era oramai interamente nelle mani della Francia che, dopo alterne vicende, riuscì ad aprirsi una breccia nella cinta muraria e a occupare i punti strategici della città. I romani, raccontano le cronache del tempo, si affacciavano al proprio destino con dignità, compostezza e sentimento di coralità. Per le ferite riportate durante gli scontri, Goffredo Mameli morirà di setticemia il 6 luglio, a neppure ventidue anni. Il 4 luglio le truppe francesi invadevano la sede dell’Assemblea Costituente. Il giorno prima era stato promulgato il frutto di una gestazione lunga cinque mesi: la Costituzione.

La proclamazione della Repubblica Romana in Piazza del Popolo

Fotografia di stampatore Rossetti di Pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Testimonianza di ordine storico e giuridico (di fatto non sarà mai messo in atto), il testo costituzionale romano si presentava come un ibrido in grado di recepire le tradizioni democratiche e liberali europee, rielaborandole però con una propria maturità politica. I principi democratici in essa contenuti, che valicano i confini dei semplici spazi politico-giuridici, e l’assenza di forme partitiche a guidare la sua stesura ne fanno un documento di eccezionale modernità per la sua epoca. L’articolo III contenuto nei “Principii fondamentali” in apertura dichiara che “colle leggi e colle istituzioni” è promosso “il miglioramento delle condizioni morali e materiali di tutti i cittadini”, impegno da leggersi anche attraverso il legame che la Repubblica aveva intrattenuto con l’estensione del suffragio universale. La garanzia dello svolgimento di compiti di assistenza e di cura da parte delle istituzioni era però bilanciata dal rifiuto di qualsiasi forma di socialismo radicale sostenuto nell’articolo 3 al Titolo I, “Dei diritti e dei doveri de’ cittadini”, in base al quale persone e proprietà risultavano inviolabili.

Le cesure operate dal testo costituzionale riguardavano in particolar modo il nuovo rapporto che avrebbe legato Roma al pontefice. “Dalla credenza religiosa non dipende l’esercizio dei diritti civili e politici” (Principii fondamentali, VII), ma il capo della Chiesa cattolica, come discusso già in sede costituente e approvato nel Decreto Fondamentale nella seduta dell’8 febbraio, avrebbe avuto dalla Repubblica tutte le “guarentigie necessarie per l’esercizio indipendente del potere spirituale”. La separazione netta tra le due sfere, temporale e religiosa, era affrontata così senza troppi giri di parole: reciso anche l’inciso che dichiarava la fede cattolica come religione di Stato, laicità e cattolicità si sarebbero ritrovate a viaggiare su due binari paralleli ma non comunicanti, tuttavia necessari, entrambi, a completare le personalità dei cittadini.
Attraverso un delicato equilibrio raggiunto tra centralismo e federalismo, la Repubblica garantiva un’armonica composizione con i municipi periferici, uniti nella varietà al centro mediante le leggi di utilità generale dello stato: ogni misura, disposizione e regolamentazione avrebbe avuto esecuzione nella misura in cui l’interesse pubblico non fosse stato leso.

A oggi, la maggior parte delle letture della vicenda romana individua in essa l’esplosione mitica di una  gestazione di fermenti nazionali, che ha orientato le interpretazioni che nel tempo si sono date del Risorgimento.
Il catalogo di novità impresse dalla Repubblica Romana ispirerà anche i lavori per la nostra Costituzione nel secondo dopoguerra, la quale – pur partorita in un clima in cui si era già rafforzata la coscienza dei diritti, sul modello della più vicina Costituzione della Repubblica di Weimar – non mancherà di guardare alla parentesi romana come modello etico e morale.