Per introdurre questa storia, prendiamo in prestito l’incipit di un’altra.

Alfio Caruso, un eccellente scrittore di thriller d’impegno e di fatti storici controversi, inizia così il suo “Noi moriamo a Stalingrado”, in cui narra la vicenda di 77 militari italiani dell’Armir, neppure appartenenti ai reparti combattenti, che un giorno del 1942 partirono per una semplice consegna di legname e si ritrovarono prigionieri di un inferno dal quale tornarono vivi solo in 2:

Il più vecchio andava per i trentacinque anni, il più giovane ne aveva venti. La moneta volò per aria, da una parte c’era scritto morte, dall’altra vita. Uscì morte”.

La mattina del 1° ottobre 1977, mentre Roberto Crescenzio si sta preparando a uscire, nell’appartamento in cui vive con i genitori a Torino, zona Vanchiglia, la stessa moneta vola in aria per lui:

Anche stavolta esce la faccia della morte

Questa è una delle storie più dolorose degli anni di piombo, forse la più dolorosa in assoluto. Ma anche una delle più dimenticate, al di fuori della città che ne fu teatro. Perché la memoria storica non nasce mai obiettiva, e la sua costruzione deriva innanzitutto dal confronto tra le diverse fonti originali, tutte orientate a una lettura strumentale dei fatti. I nomi che ci vengono proposti da esempio con le etichette di “eroi” o addirittura di “martiri” sono tali solo per chi scrive e spesso lo sono diventati loro malgrado, perché se avessero potuto scegliere avrebbero preferito mille volte continuare a vivere. Non di rado accade che la canonizzazione postuma di qualcuno coinvolga perfino quelli che, da vivo, gliene avevano sempre dette di tutti i colori (caso esemplare quello di Giovanni Falcone). La regola sembra essere sempre quella del giornalismo di bassa lega, quello che vende copie (e oggi ottiene click e like) eccitando i più bassi istinti del lettore: un morto è come il porco, non si butta via niente. Sempre che però la sua morte sia funzionale al tipo di propaganda che si vuole portare avanti.

Se esistesse una vera giustizia, la damnatio memoriae dovrebbe colpire i criminali, cancellandone l’odioso ricordo. Invece, la regola è che colpisca le vittime innocenti, quanto più sono innocenti. Perché chi è veramente innocente, chi è veramente estraneo a tutti i tipi di logica criminale, non può essere rivendicato da nessun contendente, e quindi nessuno avrà interesse a ricordarlo. Questo significa soltanto che, a oltre quarant’anni di distanza, ricordare Roberto Crescenzio non significa solo scrivere un articolo più originale della media, ma soprattutto adempiere a un preciso dovere civile.

Roberto e la sua storia

Roberto, nato a Torino il 15 luglio 1955, è un ragazzo con la testa sulle spalle, che ha ereditato dagli antenati, contadini veneti, un’operosità instancabile. Diplomato perito chimico, si è messo presto a lavorare come assistente tecnico nella stessa scuola in cui ha studiato e, visto che gli rimane spesso il pomeriggio libero, svolge anche un altro lavoro per un’industria cosmetica. A volte aiuta anche il padre, Giovanni, che ha un’attività di decoratore. La sera, poi, va a seguire i corsi per studenti lavoratori dell’Università, Facoltà di Farmacia, corso di laurea in Chimica e Tecnologie farmaceutiche. Insomma, che siano poche o tante le occasioni che la vita gli metta davanti, non vuole sprecarne nessuna. Di politica si interessa poco, al punto che nessuno ricorda le sue opinioni al riguardo. È fidanzato da tempo e sta già pensando di mettere su famiglia. Ma prima di tutto c’è da superare lo scoglio dell’inevitabile servizio di leva. Perciò quell’anno non ha fatto il rinvio universitario e si prepara a partire, meglio togliersi presto il pensiero. Deve presentarsi in caserma il 3 ottobre. Due giorni prima, approfittando di una mattinata libera, va a tagliarsi i capelli, così si troverà una cosa già fatta.

Tornando a casa, passando per via Po, incontra un amico, Diego Mainardo. I due scambiano qualche chiacchiera e decidono di andare a prendere un caffè al bar. Il bar più vicino, in cui si infilano, è un locale che la sera funge anche da discoteca, “L’angelo azzurro”. Quando entrano, sono gli unici clienti. Insieme a loro ci sono il proprietario, Luigi De Maria, sua moglie Maria Benedetta Evangelista, e il barista Bruno Cattin.

Lasciamoli un attimo lì, in quello che sarà l’ultimo momento di serenità della loro vita, e parliamo di ciò che sta succedendo intorno a loro, che ne sono del tutto ignari. Farne una sintesi è veramente molto difficile, trattandosi di un periodo quanto mai controverso.

Il 1977 è un anno particolarmente “caldo” per quanto riguarda la politica italiana. È riesplosa la contestazione globale come quella del ’68, ma è molto meno rivoluzionaria e molto più violenta di quella del ’68. Se allora si usavano slogan come “L’immaginazione al potere” o “Una risata vi seppellirà”, gli slogan del ’77 sono estremamente truculenti e inneggiano alla lotta all’ultimo sangue contro praticamente tutti. Dalla furia dei nuovi contestatori, che si dichiarano appartenenti alla sinistra extraparlamentare, non si salva nessuno, nemmeno la Cgil e il PCI che sono anzi tra i bersagli privilegiati. Uno dei fatti più simbolici della stagione è la “cacciata di Lama”, che avviene il 17 febbraio di quell’anno, quando a Luciano Lama, segretario della Cgil, intervenuto per convincere gli studenti a sgomberare alcune facoltà dell’Università La Sapienza di Roma, occupate per protesta in seguito a una serie di violenze da parte dei neofascisti, viene impedito di parlare da un gruppo di militanti del gruppo “Autonomia operaia”, che prima copre la sua voce con il rumore e poi prende a sassate il palco, costringendolo alla fuga.

Enrico Berlinguer definisce senza mezzi termini i contestatori del ’77 “squadristi rossi” e “untorelli”, chiudendo a ogni possibilità di dialogo con essi e sollecitando le istituzioni alla loro repressione. Anche se la scelta di Berlinguer appare obbligatoria per un rappresentante della democrazia parlamentare, questa avrà (almeno, secondo l’opinione di Alberto Asor Rosa, un intellettuale di gran peso nel PCI del tempo) successive conseguenze molto pesanti.

“Autonomia operaia”, che era nata come un movimento operaista non marxista, addirittura rivendicando (per mezzo di uno dei suoi fondatori, Toni Negri) una matrice ideologica cattolica simile a quella della Solidarnosc’ polacca, finisce per diventare una fucina di terroristi sanguinari, protagonisti della più efferata stagione di delitti delle Brigate Rosse. La stessa cosa succede a “Lotta continua”, un movimento simile ma di stampo più dichiaratamente marxista. Nel tempo, man mano che la situazione degenera, molti membri dei due movimenti prenderanno le distanze dalle ali più violente di essi e proseguiranno l’attività politica tramite i mezzi d’informazione o facendosi eleggere tra le file di qualche partito, ma questo è ancora di là da venire.

In quello scorcio di autunno del 1977, “Autonomia operaia” e “Lotta continua” sono in pieno fervore. Perché non bisogna dimenticare che, nello stesso periodo, l’Italia è soggetta anche alle frequenti azioni criminali del terrorismo nero, quello di stampo neofascista, che non contesta apertamente nessuno, ma colpisce nel mucchio ferendo e uccidendo chi capita, portando avanti quella “strategia della tensione” che, nelle intenzioni, dovrebbe portare alla fine a un golpe e all’instaurazione di una dittatura militare. Un terrorismo che gode di parecchie protezioni e collusioni presso i rappresentanti delle istituzioni, specie nella pubblica sicurezza. L’escalation delle violenze neofasciste a Roma porta, alla fine di settembre del 1977, prima al ferimento di una ragazza colpita in strada da revolverate sparate da un’auto di passaggio, poi all’uccisione del giovane militante di “Lotta continua” Walter Rossi, 20 anni, sparato alla testa durante un volantinaggio di protesta per questo episodio, davanti a una sede del MSI. Questo delitto appare particolarmente significativo in quanto verificatosi nonostante la presenza sul posto di alcune camionette di polizia, con gli agenti che non solo non disarmano i neofascisti armati ma ne coprono la fuga e ostacolano l’arrivo dei soccorsi.

Immagine dalla manifestazione del 1° Ottobre:

Il giorno dopo, 1°ottobre, “Lotta continua”, “Autonomia operaia” e altre organizzazioni minori chiamano a raccolta iscritti e simpatizzanti per manifestazioni di protesta in tutta Italia. La principale è quella organizzata a Torino, cui partecipano circa 3000 persone. La protesta parte subito male, con lanci di bulloni, sanpietrini e bottiglie molotov contro sedi dell’MSI o del suo sindacato (la Cisnal) e la polizia schierata a difesa di queste. Seguono alcuni scontri con la polizia, che però coinvolgono solo alcuni manifestanti. Il grosso del corteo si dirige verso Palazzo Nuovo, dove è in programma un’assemblea. Per fare questo, deve attraversare via Po.

Torniamo al bar dove Roberto e Diego sono entrati a prendere un caffè. “L’angelo azzurro”, al numero 46 di via Po, è un bar discoteca che ha sempre ospitato una clientela di ogni genere. Ma le dicerie volano e sono tempi in cui quasi nessuno perde tempo a verificarle. Qualche mese prima, un giovane esponente dell’estrema destra lo ha affittato per tenerci una fastosa festa di compleanno.

Tanto è bastato perché si spargesse la voce che il locale è “un covo di neofascisti”

Mentre quasi tutto il corteo prosegue verso Palazzo Nuovo, circa dieci manifestanti, con il volto coperto da passamontagna, si staccano da esso e attaccano il bar. Entrano all’interno, cominciano a spaccare tutto e aggrediscono i presenti. La coppia di proprietari e il barista, protetti dal bancone, hanno il tempo di scappare dal retro. Non così i due clienti. Diego viene pestato duramente, trascinato fuori e pestato ancora. Roberto, prima di essere preso, scappa nel bagno e si chiude dentro. A quel punto, l’ottusa ferocia criminale degli assassini si scatena nella sua forma peggiore. Escono fuori e lanciano all’interno delle bottiglie molotov. Tra la benzina, l’alcol delle bottiglie spaccate e la moquette infiammabile, il bar diventa un inferno di fuoco. Roberto capisce che deve andarsene ma non trova una via d’uscita. Con un incredibile sforzo di volontà attraversa il bar in fiamme, con gli abiti che bruciano anche loro. Alcuni passanti sbigottiti lo vedono spuntare fuori dal locale distrutto, ridotto a una torcia umana, e lo soccorrono. La foto che lo ritrae seduto su una sedia in mezzo alla strada, quasi carbonizzato, in attesa dell’arrivo dell’ambulanza, farà il giro del mondo accompagnata da un fremito di orrore.

Non c’è la minima speranza di salvarlo. Le ustioni coprono il 90% del corpo. Assistito dai genitori e dalla fidanzata, cessa di vivere all’ospedale CTO il 3 ottobre. Durante l’agonia sarà sempre lucidissimo, come attestato anche dal sindaco comunista Diego Novelli, che va a visitarlo e si sorprende che sia ancora vivo in quelle condizioni.

Per Torino è uno choc. I funerali, nella Chiesa di San Giulio in Orta, a spese del Comune di Torino (sarà invece la Regione Piemonte a risarcire i proprietari dei danni), vedono un’enorme partecipazione popolare, specie di ragazzi e studenti, parecchi dei quali iscritti alla FIGC. Molti non ci stanno più a contestare, se questi devono essere i risultati. Dalle colonne dello stesso giornale di “Lotta Continua” arrivano prese di posizione che si dissociano da questo tipo di violenze. Però nessuno fa i nomi di chi è stato e non arriva nessuna rivendicazione ufficiale.

Per poterne sapere di più, occorre aspettare il “pentimento”, tre anni dopo, di un terrorista delle BR, Roberto Sandalo, precedentemente espulso da “Lotta continua” per la sua condotta troppo violenta. Arrestato nel 1980, Sandalo vuota il sacco su parecchie questioni e fa i nomi di due che erano presenti al fatto pur non partecipandovi direttamente, Roberto Vacca e Daniele Sacco Lanzoni, che gli avrebbero raccontato tutto. I due confermano e la loro testimonianza permette di condannare (sia pure a ridicole pene tra 3 e 4 anni per omicidio colposo) i militanti di “Lotta Continua” Stefano Della Casa (oggi famoso critico cinematografico, imputato del solo “concorso morale” e sempre proclamatosi innocente), Angelo Luparia, Alberto Bonvicini, Angelo Di Stefano e Francesco D’Ursi.

Il fatto che si sia basato su testimonianze come quella di Sandalo (forse mentalmente disturbato: uscito dalle BR, entrò sotto falso nome nella Lega Nord, da cui fu espulso dopo essere stato riconosciuto da Mario Borghezio; allora fondò un’organizzazione terroristica anti-islamica che compì alcuni attentati presso le moschee di Milano, Abbiategrasso e Brescia, per i quali fu arrestato e condannato di nuovo: è morto in carcere nel 2014 a 56 anni) ha fatto dire ad alcuni che non si trattò di un processo regolare. Ma il fatto che un imputato poi assolto, il medico Silvio Viale, abbia sentito il bisogno di scrivere in una lettera aperta ai giornali, nel 2002, “È giusto chiedere pubblicamente perdono alla madre di Roberto Crescenzio. Lo faccio per chi non può più farlo.”, indica che evidentemente la verità era proprio lì o poco distante, e che i condannati, se davvero innocenti, avrebbero potuto benissimo liberarsi facendo i nomi dei veri responsabili.

Il Comune di Torino ricorda Roberto Crescenzio intitolandogli una strada nei pressi di via Guido Reni e una porzione del Parco Dora, chiamata appunto “Parco Crescenzio”, vicino alla casa in cui era cresciuto. Nel 2017, l’apposizione di una targa alla sua memoria da parte dell’Associazione vittime del terrorismo (di cui ha fatto parte sua madre Elvira fino alla sua scomparsa, nel 2014. Il padre Giovanni si ammalò e morì poco dopo il fatto, da cui non si era più ripreso) ha scatenato una stucchevole polemica sulla dizione che riporta, in quanto secondo alcuni, la dizione “vittima del terrorismo” fa pensare che fosse proprio Crescenzio l’obiettivo dell’azione criminale, e dunque sarebbe molto più corretto scrivere più genericamente “vittima della violenza politica”. Ma c’è anche chi ha obiettato che sarebbe ancora più sensato scrivere “vittima del caso”, se questo non suonasse assolutorio verso i suoi assassini.

Categorie: Attualità

Roberto Cocchis

Roberto Cocchis

Barese di nascita, napoletano di adozione, 53 anni tutti in giro per l'Italia inseguendo le occasioni di lavoro, oggi vivo in provincia di Caserta e insegno Scienze nei licei. Nel frattempo, ho avuto un figlio, raccolto una biblioteca di oltre 10.000 volumi e coltivato due passioni, per la musica e per la fotografia. Nei miei primi 40 anni ho letto molto e scritto poco, ma adesso sto scoprendo il gusto di scrivere. Fino ad oggi ho pubblicato un'antologia di racconti (“Il giardino sommerso”) e un romanzo (“A qualunque costo”), entrambi con Lettere Animate.