Chissà cosa passò per la mente di Robert Wadlow, quel 27 giugno 1940 in cui fu misurato per l’ultima volta, facendo registrare l’altezza di 2,72 metri e diventando così a tutti gli effetti l’uomo più alto mai registrato nella storia. In febbraio aveva compiuto 22 anni, un’età in cui normalmente non si cresce più da tempo, mentre lui invece continuava a crescere, e il ritmo non sembrava rallentare rispetto agli anni precedenti.

Sotto, Roberto con un coetaneo, a 10 anni:

Nonostante i giornali pubblicassero la notizia in prima pagina e tutti gli States lo festeggiassero come una gloria nazionale, difficilmente Robert poteva sentirsi felice. La sua altezza non era un dono degli dei, ma l’effetto di una malattia, una iperplasia (crescita abnorme, spesso dovuta a un tumore benigno) dell’ipofisi, la ghiandola endocrina che regola i tempi e la velocità della crescita. E’ difficile anche oggi trattare un caso del genere, figuriamoci alla vigilia dell’entrata in guerra degli Stati Uniti nella Seconda Guerra Mondiale.

I giganti diventano tali per eccessiva produzione di ormone somatotropo (ormone della crescita) in età prepuberale, oppure in seguito a una condizione che insorge per le stesse ragioni in età postpuberale. I giganti del primo tipo (gigantismo ipofisario) crescono conservando una certa armonia nelle forme, perché la loro crescita comincia quando le ossa non sono ancora molto calcificate; quelli del secondo tipo (acromegalia) hanno invece uno sviluppo disarmonico, con alcune parti del corpo che crescono più di altre, perché le ossa già calcificate oppongono maggiore resistenza.

Robert Wadlow apparteneva al primo tipo: sin dalla più tenera età era stato molto più alto dei suoi coetanei, e già a 6 anni aveva superato i 170 cm. La soglia dei 2 metri era stata passata tra il decimo e l’undicesimo anno. Parallelamente, cresceva anche la sua massa fisica: a 22 anni pesava oltre 200 kg, anche se non appariva certo grasso.

La storia è piena di racconti tramandati per iscritto o a voce riguardanti l’esistenza di giganti e, a volte, alcune ossa ritrovate di uomini primitivi fanno pensare che siano appartenute a individui che superavano di parecchio i due metri, anche se le proporzioni antropometriche sono molto variabili ed è facile essere tratti in inganno. Le misurazioni scientifiche non potevano cominciare prima che fosse “inventato” il metro come unità di misura, e questo avvenne solo alla fine del XVIII secolo. Nel XIX furono misurati molti giganti e molte gigantesse, e spesso fecero la fortuna di impresari senza scrupoli esibendosi in circhi e altri spettacoli.

Anche quando guadagnavano bene con queste esibizioni, vissero comunque esistenze piuttosto infelici, segnate da continue malattie e dalla solitudine per l’impossibilità di trovare compagni di dimensioni adeguate. Una singolare eccezione fu quella della canadese Anna Haining (1846-88), alta 227 cm, che riuscì a sposarsi con un altro gigante, Martin Van Buren Bates, alto 219 cm. La coppia ebbe anche due figli, che però morirono entrambi dopo poche ore in seguito alla difficoltà del parto: il secondo, alto 71 cm e pesante 10,5 kg, è il neonato di maggiori dimensioni mai registrato.

Prima di Robert Wadlow, l’uomo più alto mai misurato era stato l’afroamericano del Tennessee John Rogan (1868-1905), alto 267 cm. Durante tutta la sua breve vita, Rogan aveva sempre sdegnato le esibizioni pubbliche, rinunciando a tutti i guadagni che queste gli avrebbero garantito, e si era mantenuto vendendo i propri quadri e disegni agli ammiratori, perché era molto versato nelle arti figurative.

Robert superò Rogan, ufficialmente, quando fu misurato per la penultima volta, nel giugno del 1939.

Eppure, la sua biografia appare quella di un ragazzo che avrebbe desiderato soltanto una vita normale. Primo di cinque figli, nato il 22 febbraio 1918 e sempre vissuto ad Alton, nell’Illinois, era stato un bravo studente, anche se era stato sempre necessario costruirgli dei banchi su misura. Si era ottimamente diplomato alla High School nel 1936 e, subito dopo, si era iscritto allo Shurtleff College, l’università della sua città, in cui aveva sede una rinomata scuola di Legge, con l’intenzione di diventare avvocato. Nel giardino della stessa università, oggi, è ricordato con una statua a grandezza naturale.

Era stato anche uno scout, e aveva provato a fare tutto ciò che normalmente facevano a quel tempo i ragazzi della sua età, almeno finché gli era stato possibile. Nel tempo, le sue enormi dimensioni gli avevano dato sempre più problemi, soprattutto le gambe che erano diventate lunghissime e rischiavano di non reggere il peso del busto. A differenza di altri giganti, non aveva ceduto alla tentazione della sedia a rotelle, e aveva preferito aiutarsi a camminare con un bastone o con dei tutori ortopedici.

Fu proprio uno di questi tutori ortopedici a provocarne la morte, poche settimane dopo quell’ultima misurazione

Una meraviglia come lui non poteva passare inosservata agli occhi dei pubblicitari del tempo, che infatti lo avevano ingaggiato come testimonial di diverse campagne, prima tra le quali quella della ditta di calzature che gli faceva le scarpe su misura. Con la pubblicità, guadagnava benissimo e ogni tanto doveva spostarsi per partecipare a degli eventi. Il 4 luglio 1940, festa dell’indipendenza, ne aveva uno alla Riserva Nazionale Manistee, nel Michigan, fondata da pochi anni e già ben conosciuta dagli escursionisti di tutto il Paese.

Perché restasse in piedi tutto il tempo necessario a esibirsi senza stancarsi troppo, gli furono montati dei nuovi tutori metallici sulle gambe. Uno di questi, sfregando sulla cute, gli provocò una profonda escoriazione alla caviglia. Robert non se ne accorse perché, in seguito alla crescita e al conseguente stiramento dei nervi, la sua sensibilità a livello delle estremità era alcquanto ridotta.

Il problema fu anche sottovalutato dagli specialisti, che gli applicarono e poi gli tolsero i tutori, la ferita si infettò e fu necessario il ricovero in ospedale, sempre a Manistee. Le terapie antibiotiche, a quel tempo, erano ancora in fase sperimentale; Robert fu trattato con un intervento chirurgico e delle successive trasfusioni di sangue. Ma qualcos’altro andò storto e, anziché guarire, sviluppò una reazione autoimmune (forse il sangue non era del tutto compatibile con il suo gruppo) e, dopo 11 giorni di agonia, il 15 luglio 1940, morì durante il sonno.

Fu trasportato ad Alton in una bara lunga quasi 3,5 metri e pesante oltre 450 kg, che 20 persone si avvicendarono a portare, durante una cerimonia pubblica cui parteciparono 40.000 persone. Fu l’ultimo addio a un ragazzo che avrebbe voluto soltanto essere normale e, prima ancora che essere una celebrità, era riuscito a farsi amare da chiunque lo avesse conosciuto: molto socievole e amichevole con tutti, protettivo con i bambini e chiunque gli apparisse debole, sempre pronto a scherzare o a mettersi in posa per una foto ricordo. Lo chiamavano “The Gentle Giant” (Il gigante gentile) e questo soprannome lo accompagna ancora oggi.

Gli States sono letteralmente disseminati di sue statue a grandezza naturale, spesso poste dentro o davanti qualche museo scientifico. Il celebre scultore inglese James Butler ne produce addirittura in serie, anche se hanno un costo elevatissimo.

Sotto, un video mostra Wadlow durante alcuni attimi di vita quotidiana.

Roberto Cocchis
Roberto Cocchis

Barese di nascita, napoletano di adozione, 54 anni tutti in giro per l'Italia inseguendo le occasioni di lavoro, oggi vivo in provincia di Caserta e insegno Scienze nei licei. Nel frattempo, ho avuto un figlio, raccolto una biblioteca di oltre 10.000 volumi e coltivato due passioni, per la musica e per la fotografia. Nei miei primi 40 anni ho letto molto e scritto poco, ma adesso sto scoprendo il gusto di scrivere. Fino ad oggi ho pubblicato un'antologia di racconti (“Il giardino sommerso”) e un romanzo (“A qualunque costo”), entrambi con Lettere Animate.