Di fronte allo spettacolo di un film che lo emoziona profondamente, lo spettatore ingenuo può arrivare a identificare gli interpreti con i personaggi e credere che gli attori siano, nella vita reale, identici alle figure che portano sulla scena. Talvolta, se stiamo parlando di attori veramente bravi, più spesso accade esattamente il contrario, ossia che un attore/attrice dia il meglio di sé quando si impegna a dare vita a figure che sono diversissime da lui/lei, forse perché la recitazione consiste proprio nel calarsi nei panni di qualcun altro e di vivere brevemente dimenticando di essere se stessi. Le tecniche insegnate nei corsi di recitazione tenuti seguendo il metodo elaborato da Konstantin Stanislavskij (che fu il primo regista dei drammi di Cechov) presso il prestigioso Actor’s Studio di New York (quello in cui si sono formati tutti i più importanti divi di Hollywood, da Paul Newman a Marlon Brando a James Dean, ecc.) insegnano appunto a fare questo.

Non è raro quindi il caso di attori che si siano specializzati in un tipo di personaggio, scelti come caratteristi essenzialmente per la loro fisicità, pur essendo personalmente agli antipodi del cliché rappresentato dal personaggio stesso.

Il caso più estremo di questa eventualità è rappresentata da quello che è universalmente considerato uno dei più importanti attori di Hollywood tra gli anni ’40 e gli anni ’70 (secondo Martin Scorsese il migliore in assoluto), benché sia stato sempre snobbato dall’Academy Awards (una sola nomination all’Oscar come attore non protagonista). Stiamo parlando di Robert Ryan, interprete di almeno 73 pellicole tra il 1940 e il 1973.

Ryan si specializzò soprattutto in ruoli di “villain” ossia di “cattivo”, di antagonista rispetto a un protagonista “buono”. Sicuramente, contende all’inglese James Mason il titolo di “villain” più affascinante della storia del cinema. I due apparivano comunque molto differenti: sensuale e vagamente ambiguo Mason, atletico e virile Ryan, un gigante di 193 cm in confronto al quale anche un attore della prestanza di Robert Mitchum (185 cm), nei due film in cui i due si trovano di fronte, fa la figura di un ometto comune.

Sotto, James Mason:

In quei tempi caratterizzati da una censura eccessiva e non di rado paranoica, che interveniva pesantemente sulle sceneggiature e sulle produzioni, la scelta di un “villain” adatto poteva fare la differenza tra un film tutto sommato banale e uno dall’impatto rivoluzionario. Per quanto il “villain” potesse essere un personaggio negativo e destinato inevitabilmente a una brutta fine, il suo sex appeal non sarebbe comunque passato inosservato, specie agli occhi del pubblico femminile, al quale il finale “perbene” del film sarebbe suonato ben poco rassicurante. La stessa cosa accadeva frequentemente nei “noir” pieni di “dark ladies” di una bellezza mozzafiato e di una cattiveria senza fine, come Kitty (Ava Gardner) in “I gangsters” o Ellen (Gene Tierney) in “Femmina folle”: il film poteva finire in qualunque modo, ma nella mente degli spettatori sarebbero rimaste solo loro, splendide e irraggiungibili come frutti proibiti dal profumo irresistibile che induce chiunque a gustarli anche se si sa già che sono velenosi.

Sotto, Ava Gardner ne “I Gangsters”:

Robert Bushnell Ryan nasce a Chicago da una famiglia benestante (il padre è imprenditore edile) cattolica di origine irlandese, l’11 novembre 1909. Studia in un collegio di gesuiti, primeggiando nelle materie umanistiche. Frequenta il prestigioso Dartmouth College, vincendo il campionato studentesco di pugilato nella categoria pesi massimi per quattro anni di fila e laureandosi brillantemente il Letteratura inglese nel 1932.

Gli affari dell’impresa di famiglia non gli interessano, vuole fare lo scrittore, per la precisione il drammaturgo, visto che adora tutto il teatro, dal classico Shakespeare al contemporaneo Eugene O’Neill. Pensa allora che per scrivere gli occorra una adeguata esperienza di vita, così se ne va di casa e per qualche anno vive da vagabondo, mantenendosi con i lavori che gli capitano: fuochista su una nave mercantile, boscaiolo, cowboy. Quando proprio non ha alternative, fa il fotomodello, molto ricercato dai fotografi del tempo. Infine entra nella WPA, l’agenzia federale aperta da Roosevelt per trovare un qualsiasi tipo di lavoro ai disoccupati ereditati dalla grande crisi economica del 1929. Nella WPA si organizzano anche spettacoli di ogni tipo e, frequentando l’ambiente, Ryan comincia a proporsi come autore. Ma poiché di autori ce ne sono già parecchi, gli viene consigliato (dallo scrittore e regista Richard Brooks, suo grande amico) di tentare come attore.

Per questo, segue dei corsi di recitazione e, durante uno di questi, nel 1937, conosce Jessica Cadwalader, una ragazza nata nel 1914 che ambisce anche lei a diventare drammaturga.

Sotto, Jessica e Robert insieme:

Un uomo dell’avvenenza fisica di Ryan può avere tutte le ragazze che gli pare e, alla lunga, le belle donne gli sono venute a noia. Per tutta la vita, infatti, dedicherà le sue attenzioni solo a quelle intelligenti e di forte personalità. Jessica è una di queste: all’apparenza una ragazza senza nulla di speciale, è quacchera e animata da un forte senso di rigore morale per quanto riguarda i comportamenti pubblici, mentre invece è tollerante al massimo su quelli privati. Si sposano nel 1939. Lei è pacifista ma si rende conto che davanti alle mostruosità di Hitler non si può rimanere con le mani in mano, perciò gli permette di arruolarsi nel Marines nel 1941 (Ryan, comunque, non andrà mai al fronte, farà solo l’istruttore di reclute in California). Dopo la guerra, la coppia avrà tre figli: Timothy (1946) che sarà musicista, Cheyney (1948) che sarà docente universitario di Filosofia, e Lisa (1951) che lavorerà nel mondo dello spettacolo.

Alla fine della guerra, nonostante l’interruzione forzata dell’attività quando era sotto le armi, Ryan ha già girato 12 film, uno dei quali di grande successo, “Eravamo tanto felici” (1943) di Edward Dmytryk, nel quale è stato imposto dalla protagonista, l’ex stella del musical Ginger Rogers che, appena lo ha visto tra i candidati (non lo aveva mai conosciuto prima), ha ordinato ai produttori “Voglio quel ragazzo” senza nemmeno fargli il provino. Ma il film che lo lancia nell’Olimpo delle stelle di prima grandezza (ed è anche quello dell’unica nomination all’Oscar) arriva subito dopo: è “Odio implacabile” (1947) sempre di Dmytryk, un noir di ambiente bellico in cui Ryan fa la parte di Montgomery, un soldato razzista che, appena rimpatriato, ha ucciso in una rissa un povero cristo che non gli aveva fatto nulla, solo perché questo era ebreo, e che viene coperto da alcuni amici finché un coraggioso sottufficiale incaricato delle indagini (Robert Mitchum) riesce a smascherarlo.

Sotto, una scena romantica da “Eravamo tanto felici” di Robert Ryan e Ginger Rogers:

Il film è un successone e, da quel momento, le offerte di lavoro fioccano anche più di prima. I ruoli sono quasi tutti negativi, quelli positivi sono pochi e, comunque, corrispondono sempre a personaggi profondamente tormentati.

Durante la lavorazione di uno di questi, “Il treno ferma a Berlino” (1948), un ottimo film di spionaggio, Ryan prende una sbandata per la sua partner, Merle Oberon, e i due hanno una breve relazione. La Oberon, nata in India da padre inglese e madre cingalese nel 1911, era un’attrice dal fascino esotico e conturbante, divenuta celebre dopo aver recitato il ruolo di Cathy nella riduzione cinematografica di un classico della letteratura inglese, “Cime tempestose”, accanto a Laurence Olivier (1939). La storia si consuma piuttosto rapidamente e Ryan torna da Jessica.

Sotto, Merle Obernon, amante di Ryan:

L’anno dopo arriva quello che forse è il punto più alto della sua carriera, e sicuramente il suo film preferito: “Stasera ho vinto anch’io” del giovane e allora sconosciuto Robert Wise. Si tratta di un breve film (non arriva a 70 minuti) che è da sempre considerato il miglior film sulla “nobile arte” mai girato. Al centro della trama c’è la figura di un pugile maturo e perdente, Stoker Thompson, talmente scarso che il suo manager gli trucca gli incontri senza neanche dirglielo, tanto perderà comunque. Subito prima di un incontro, Stoker ha un duro scontro con la moglie Julia, che teme che lui si ammazzi a forza di prendere cazzotti, e gli annuncia che lo lascia. Lei va via ma lui è convinto che si tratti solo di uno sfogo, le lascia il biglietto nella stanza d’albergo che dividono e va a combattere. Il suo incontro è l’ultimo di una serata in cui salgono sul ring pugili delle più svariate origini, tutti come lui poveracci illusi i cui sogni si scontrano con la dura realtà mentre gli allibratori si ingrassano sulle loro spalle e gli scommettitori dilapidano fortune.

Intanto Julia va in giro come una disperata, senza meta, in una città da incubo (che paradossalmente si chiama “Paradise city”) piena di povertà e malavita. Finalmente arriva il momento in cui Stoker sale sul ring e, nel vedere vuoto il posto della moglie, si sente ancora più solo e disperato davanti alla folla urlante che chiede botte e sangue. L’incontro in realtà serve a mettere in mostra un astro nascente della boxe, Tiger Nelson, un ragazzo molto mediocre che però vince sempre perché dietro di lui c’è un boss della malavita, Sullivan, che gli trucca gli incontri. Stoker, secondo gli accordi, dovrebbe andare K.O. dopo poco, ma non egli lo sa e continua a battersi perché si è reso conto che può battere Tiger e sogna che questo successo rilanci la sua carriera. Finalmente, prima dell’ultima ripresa, il manager lo avverte della combine, ma a quel punto Stoker è talmente esaltato dal tifo del pubblico (è la prima volta che tutti tifano per lui) che non demorde ed è lui a mettere Tiger K.O. Dopo l’incontro, Sullivan e la sua banda lo aspettano fuori del palazzetto dello sport e tentano di catturarlo, inseguendolo in un vicolo e riuscendoci solo dopo che lui ha spaccato la faccia a Sullivan con un pugno. Allora lo “puniscono” con un pesante pestaggio, al termine del quale gli fratturano tutte le ossa della mano destra a mattonate. Mentre si trascina fuori dal vicolo, ferito e sanguinante, Stoker si imbatte però in Julia, che è tornata da lui e lo sta cercando dappertutto. La donna piange di gioia perché, nonostante tutto, lo ha ritrovato vivo.

Durante la lavorazione del film (che si svolge in tempo reale, come “Mezzogiorno di fuoco”: i 69 minuti della pellicola corrispondono a 69 minuti di azione), Ryan ottenne dal regista Wise il permesso di dirigere personalmente le sequenze del combattimento sul ring, forte della sua esperienza di campione universitario. Le sequenze in questione appaiono infatti di un incredibile realismo.

Un altro personaggio non negativo di Ryan è quello del poliziotto Jim Wilson, al centro del noir “Neve rossa” (1951), di Nicholas Ray, un altro regista giovane ed emergente. Wilson è finito nei guai per la sua brutta abitudine di massacrare di botte i fermati prima ancora di sapere se sono colpevoli di qualcosa e, per punizione, viene spedito in un piccolo paese di montagna. Qui è stata appena uccisa una ragazza e i sospetti si appuntano su un adolescente mentalmente ritardato, che è scomparso da casa. Tutta la comunità ce l’ha con la sola parente del ragazzo, una giovane donna cieca, e Wilson, costretto a difenderla, è così attratto da lei da decidere di salvare a ogni costo il ragazzo dal linciaggio che i paesani gli stanno preparando. Ma ogni sforzo sarà inutile perché, quando viene finalmente ritrovato, il ragazzo è già morto in seguito a una caduta. Il compito di Wilson è finito ma, mentre torna a casa, si rende conto che non riuscirà mai a togliersi la donna cieca dalla testa e, nonostante lei gli abbia chiaramente detto di non voler essere un peso per nessuno, fa dietrofront e torna al paese per prenderla e portarla via con sé.

Sotto, una clip dal film “Neve Rossa”:

Invece, un altro celeberrimo “vilain” di Ryan è il bandito Ben Vandegroat, che il cacciatore di taglie Howard Kemp (James Stewart) insegue nel western classico “Lo sperone nudo” di Anthony Mann (1953). Vandegroat è un tipo così repellente che, oltre a mettere uno contro l’altro i due compagni di Kemp promettendo loro una parte del suo malloppo, spedisce anche la sua donna Lina (Janet Leigh) a sedurre Kemp, in modo da scappare mentre questo è distratto. Anche l’altissimo (190 cm) James Stewart deve guardare Ryan dal basso verso l’alto.

Sono anni molto difficili per chi fa cinema a Hollywood. La Guerra Fredda è arrivata anche lì. Il senatore repubblicano Joseph McCarthy, ultraconservatore e ultranazionalista, ha lanciato una campagna contro gli intellettuali che rammolliscono il popolo con troppi dubbi e poco patriottismo e afferma che dietro di loro ci sono i comunisti al soldo dell’Urss. Molti cineasti di valore sono travolti in questo turbine di sospetti, delazioni, arresti, incarcerazioni e forse delitti (la morte accidentale ma sospetta dell’attore John Garfield e altre); alcuni ottimi registi come Dmytryk o Elia Kazan si giocano la dignità denunciando davanti alla “Commissione contro le attività antiamericane”, appositamente costituita, tutti i loro conoscenti sospetti di simpatie comuniste.

Alcuni artisti, come Charlie Chaplin e Bertolt Brecht, preferiscono tornare in Europa per non finire nel mirino della spietata CIA. Ryan la fa franca perché il suo nome non salta fuori e anche perché negli anni ’40, quando aveva più bisogno di lavorare per mantenere la famiglia, ha interpretato uno dei più paranoici film anticomunisti mai girati a Hollywood, “Lo schiavo della violenza” di Robert Stevenson (1949). Ma, come altri colleghi, non se ne sta con le mani in mano e organizza manifestazioni e cortei contro questi evidenti abusi di potere, cui partecipano personalità come Humphrey Bogart, Lauren Bacall, Joseph Cotten, John Huston e altri (Ryan accuserà anche McCarthy di viscido razzismo affermando di non essere stato accusato in quanto irlandese, ossia facente parte di un gruppo di elettorato troppo cospicuo per essere attaccato senza rischi).

Alla fine, McCarthy e i suoi principali collaboratori finiscono travolti da un enorme scandalo quando si scopre che sono tutti corrottissimi (una costante degli ultranazionalisti di ogni tempo e Paese) e l’ondata di paranoia collettiva si attenua. Ma l’impegno politico di Ryan non si ferma qui, perché subito dopo è attivo in prima fila nella lotta per il disarmo nucleare e, soprattutto, in quella contro le discriminazioni razziali, che entra nel vivo proprio tra gli anni ’50 e gli anni ’60, sempre sostenuto da Jessica.

Ammiratore di Martin Luther King, fonda insieme ad alcuni colleghi un sindacato interrazziale per sostenere i lavoratori di colore nel mondo del cinema. Uno dei colleghi che gli sono più vicini in questo periodo è Sidney Poitier. Proprio con Poitier, Ryan torna a lavorare con Wise, in un importante e misconosciuto capolavoro del noir, “Strategia di una rapina” (1959) in cui interpreta Earle Slater, un delinquente razzista che fa fallire una rapina a una banca, perfettamente congegnata da un ex poliziotto, per via dei suoi contrasti con il complice nero Johnny Ingram (interpretato proprio da Poitier).

Alla presentazione di questo film, Ryan parla espressamente ai giornalisti della difficoltà di interpretare continuamente personaggi diversissimi da lui.

Nel 1960, Ryan trova finalmente l’occasione di mettersi alla prova con la sua antica passione, il teatro. Una compagnia messa su da Katharine Hepburn vuole provare a portare in scena a New York (proprio la città in cui Ryan ha scelto di vivere con la famiglia: qui, ha fondato anche una scuola privata che educa i bambini al pacifismo e all’umanismo, di cui si occupa sua moglie Jessica, che intanto si è fatta anche un nome come scrittrice di narrativa per bambini. La famiglia ha anche acquistato un appartamento che negli anni ’70 sarà affittato alla coppia John Lennon-Yoko Ono) il repertorio shakespaeriano che lui ha sempre amato. In due diverse stagioni, la Hepburn e Ryan propongono, con enorme successo, prima “Coriolano” e poi “Antonio e Cleopatra”. Due personalità così forti, a contatto quotidiano, non potevano restare indifferenti l’una all’altra, e infatti i due avranno anche una storia, di cui si saprà solo dopo la morte di Ryan (la Hepburn era legata a Spencer Tracy, ma i due dividevano un rapporto molto aperto ed ebbero diverse relazioni senza mai lasciarsi: lei ne ebbe sia con uomini sia con donne, lui solo con altre donne) e poi resteranno sempre amici. In seguito, Ryan tornerà a Shakespeare interpretando un “Otello” per la televisione.

Nel 1962 se la cava benissimo anche come ballerino e cantante nel musical “Mr. President”.

Negli anni ’60, Ryan non trova più ruoli da protagonista ma lavora continuamente come caratterista al cinema e come guest star in televisione. Il suo diniego a entrare come interprete fisso in un cast televisivo lo porta a rifiutare anche il ruolo del commodoro Decker nella prima serie di “Star Trek”, che gli era stato offerto dagli autori.

Alla fine degli anni ’60, Ryan, che è sempre stato un forte fumatore, va a fare degli accertamenti e scopre di avere un tumore polmonare. Risponde molto bene alle terapie e, dopo un po’, può rimettersi al lavoro. In questo periodo (1968), anche se da fuori le cose sembrano andare bene perché i due vivono insieme e si comportano in modo sempre civile e amichevole, il suo rapporto con Jessica è arrivato al capolinea. Un’attrice di origine irlandese come lui, Maureen O’Sullivan, nata nel 1911 e nota per essere stata Jane accanto al Tarzan più celebre del cinema (l’ex nuotatore olimpionico Johnny Weissmuller), è innamorata di lui da tempo e, ora che stanno insieme, accetta di fare una vita appartata e discreta pur di continuare a stargli accanto (la O’Sullivan, ex moglie del regista John Farrow, è anche la madre dell’attrice Mia Farrow e dei 6 fratelli di questa).

Sotto, Maureen O’Sullivan:

L’ultima fase della carriera di Ryan è intensissima. Sembra che si sia reso conto di essere sul punto di morte e non vuole lasciare nulla in sospeso. Ma il destino gli fa uno scherzo orribile. Nel 1972, mentre la sua lotta contro la malattia sembra avere successo, viene diagnosticato un cancro anche a Jessica, che muore nel giro di poche settimane a soli 57 anni. Nonostante tutto, per Ryan, significa perdere la compagna di una vita intera, sono stati insieme per 35 anni e non hanno mai smesso di sostenersi a vicenda, nonostante gli amori di lui per altre donne.

Anche se i figli reagiscono bene, stringendosi accanto a lui e incoraggiandolo a portare allo scoperto la sua relazione con la O’Sullivan, questo choc e forse anche il superlavoro (nell’ultimo anno di vita gira ben 5 film, 4 dei quali usciranno postumi) contribuiscono a una ricaduta. Il 3 luglio 1973 viene ricoverato al New York Hospital e qui, dopo aver rilasciato una dichiarazione tramite il suo agente John Springer, con cui attribuisce la propria malattia al fumo, muore l’11 luglio, a 63 anni e mezzo, assistito dalla O’Sullivan che non si è mai allontanata dal suo capezzale. La O’Sullivan, che non ha mai smesso di recitare come guest star in tv e al cinema, morirà molto più tardi, il 23 giugno 1998.

Tra i quattro film interpretati da Ryan che escono dopo la sua morte, il più notevole è “The Iceman cometh” (“Arriva l’uomo del ghiaccio”), la versione cinematografica di un dramma del 1940, opera del premio Nobel Eugene O’Neill, uno degli autori che Ryan aveva amato di più quand’era ragazzo.

Sotto, l’ultimo monologo di Ryan al Cinema:

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Roberto Cocchis

Roberto Cocchis

Barese di nascita, napoletano di adozione, 53 anni tutti in giro per l'Italia inseguendo le occasioni di lavoro, oggi vivo in provincia di Caserta e insegno Scienze nei licei. Nel frattempo, ho avuto un figlio, raccolto una biblioteca di oltre 10.000 volumi e coltivato due passioni, per la musica e per la fotografia. Nei miei primi 40 anni ho letto molto e scritto poco, ma adesso sto scoprendo il gusto di scrivere. Fino ad oggi ho pubblicato un'antologia di racconti (“Il giardino sommerso”) e un romanzo (“A qualunque costo”), entrambi con Lettere Animate.