Nel 1960, Marc Garanger, un soldato di leva di 25 anni di professione fotografo, sbarcò a Kabylia, nel piccolo villaggio di Ain Terzine, un centinaio di chilometri a sud di Algeri. Prese parte contro la propria volontà al drammatico conflitto Franco-Algerino, combattuto fra il 1954 e il 1962, che portò a proclamare l’indipendenza del grande stato africano. Il generale Maurice Challes, a capo dell’esercito francese, attaccò alcuni villaggi di montagna occupati da circa due milioni di persone, alcuni dei quali si unirono alla resistenza algerina, l’FLN.

Per privare i ribelli dei loro contatti con gli abitanti del villaggio, il militare francese decise di distruggere gli insediamenti e trasferire la popolazione in villaggi di raggruppamento, un eufemismo per definire i campi di concentramento, “inventati” dagli inglesi in Sudafrica quasi 100 anni prima e usati anche dagli italiani durante le campagne di colonizzazione in Africa. I prigionieri dovettero dotarsi di carte d’identità, recanti la fotografia del viso della persona.

Naturalmente le donne algerine portavano il velo, e sicuramente non erano ben disposte a toglierlo per farsi fotografare da un soldato francese

I ritratti di queste donne sono un esempio di un tipo “diverso” di violenza psicologica della guerra. In molte zone del Medio Oriente e dell’Africa il velo è come una seconda pelle per le donne, e può essere tolto soltanto all’interno del segreto delle mura, tra donne o tra marito e moglie, ma mai pubblicamente con altri uomini. I soldati francesi obbligarono, mitragliatrice in spalla, le donne di queste fotografie a mostrare il volto, rendendo pubblici i propri tatuaggi rituali e i capelli arruffati a uomini europei. Le donne allineate si sedevano su uno sgabello all’aperto davanti a un muro bianco, in fila per essere fotografate.

La rigidità della loro posa e l’intensità del loro sguardo evocano i primi dagherrotipi dell’800

Raccontando la contestata serie fotografica, Garanger disse: “Realizzai circa 2.000 ritratti in 10 giorni, 200 al giorno. Le donne non potevano opporsi, e l’unico modo di protestare era attraverso il loro aspetto“.

I ritratti di Garanger simboleggiano la collisione di due civiltà, quella islamica e quella occidentale, e fungono da metafora appropriata per la drammatica e ingiusta violenza della colonizzazione Europea in Africa.

L’aspetto ribelle delle donne può essere considerato un “occhio malvagio” che lanciano per maledire i propri nemici

L’Algeria proclamò la propria indipendenza dalla Francia il 5 Luglio del 1962, dopo aver vinto una guerra che vide la tortura, il controllo armato della popolazione e la deliberata uccisione di civili fra gli orrori principali perpetrati dai francesi.

Per molte di queste donne, alcune delle quali vennero uccise durante il conflitto, il ritratto di Garanger costituì l’unica fotografia mai scattata durante la propria vita.

Donne Algerine senza Velo#6:

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Fonte: Time.

Matteo Rubboli
Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine. Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...