Rinascimento Nero: l’assassinio di Galeotto Manfredi principe di Faenza

Faenza. 31 maggio 1488. Nelle prime ore del pomeriggio, Galeotto Manfredi, signore della città, sta montando uno splendido frisone donatogli da Lorenzo il Magnifico e appena giunto nelle sue scuderie da Firenze. È attento a ogni movimento del destriero e nota un lieve squilibrio nell’andatura per cui si cimenta, per correggerlo, negli esercizi di addestramento con nervo, redini tese e colpi di tallone. Al trotto, poi un accenno di galoppo, quando il cavaliere viene chiamato da uno staffiere, accompagnato da un valletto personale della consorte. Con un balzo misurato Galeotto scende dall’arcione e si avvicina ai due servitori, i quali si inchinano con deferenza comunicandogli che è atteso da Madonna Francesca nei suoi appartamenti perché colta da indisposizione. Convocato mastro Lazzaro, sapiente e capace medico ebreo, il principe raggiunge celermente in sua compagnia gli appartamenti della moglie con l’intenzione di accorrere al suo capezzale.

Fuori il sole è alto nel cielo, ma all’interno del palazzo principesco la luce filtra fioca attraverso i pesanti tendaggi di broccato cremisi per non infastidire gli occhi della signora di Faenza, coricata nel sontuoso letto a baldacchino della camera padronale. Il principe si fa annunciare con al seguito il medico. Sulla soglia della camera Rigo, anziano servitore della signora, con un pretesto lascia fuori il cerusico, per togliere di mezzo un testimone scomodo di ciò che sta per accadere. Appena entrato nella camera da letto, Galeotto non ha il tempo di proferire parole di conforto alla moglie che dalla penombra lo agguantare come iene tre uomini e cercano di strangolarlo con un pannetto ritorto: sono Angelo Ronchi, Matteo Ragnoli e Mengaccio Vittori, i tre sicari assoldati da Madonna Francesca Bentivoglio per uccidere il marito.

Ebbene sì, la sua indisposizione è stata solo una messinscena per attirare Galeotto Manfredi in una trappola mortale

Galeotto, così aggredito, lotta come un leone, lui che è il primo dei Manfredi: riesce a divincolarsi dalla manovra di strangolamento, sfodera lo stocco che tiene sempre al fianco e ferisce al braccio Mengaccio Vittori, poi addenta con la furia della disperazione la mano di Angelo Ronchi. Potrebbe ancora farcela a scampare all’aggressione, quando Francesca scatta dal letto impugnando uno stiletto, che teneva ben celato tra le pieghe della veste da camera, con cui si avventa sul consorte e lo pugnala spietatamente alla gamba e al ventre.

Intanto chiede aiuto agli aguzzini per portare a termine lo scellerato uxoricidio, ricordando loro il giuramento fatto (secondo le cronache del tempo sembra che abbia urlato, fuori di sé, qualcosa come “Juratelo de amazare!”). Finalmente Mengaccio Vittori affonda il pugnale nel petto di Galeotto che cade a terra fulminato. Un fiotto di sangue schizza sul blasone della sua famiglia appeso al muro, e l’inquartato di blu e d’oro della Casata Manfredi è tinto drammaticamente di rosso. Dopo l’omicidio il Vittori cavalca a briglia sciolta a Bologna per informare dell’accaduto Giovanni Bentivoglio, in trepidante attesa. Non prima, però, di aver fatto scortare Francesca Bentivoglio e il figlio Astorre al sicuro nella rocca da altri due congiurati (il guardiano di Porta Imolese e lo squadrerio prima al servizio di Galeotto).

La terribile congiura, anche se si cercò subito esagerare il motivo passionale dell’omicidio (essendo notorio che Galeotto intrattenesse rapporti adulterini con più amanti, tra le quali spiccava la favorita Cassandra Pavoni, detta la Pavona, cortigiana ferrarese, da cui ebbe tre figli illegittimi e che tradizione vuole destinataria della decorazione delle maioliche faentine, riproducenti le piume di pavone), rientrava nei piani di espansionismo del signore di Bologna Giovanni II Bentivoglio, suocero di Galeotto, che intendeva profittare della contingenza per acquisire Faenza e i suoi territori sotto la sua influenza.

Lo scacchiere geopolitico delle città-stato italiane, che può coloritamente definirsi come “game of Signoriae”, si reggeva ormai da una trentina d’anni sul precario equilibrio stabilito con la Pace di Lodi del 1454 e mantenuto in particolare da quel genio politico che fu Lorenzo il Magnifico, signore di Firenze. Il matrimonio tra Galeotto e Francesca sarebbe stato caldeggiato dal Magnifico proprio nell’ottica di rafforzare un’alleanza manfredo-bentivolesca in funzione di argine ai territori pontifici.

Ma prima di continuare nella narrazione dei fatti, soffermiamoci brevemente sulla storia famiglia che teneva la signoria di Faenza da quasi un secolo e mezzo. Chi erano i Manfredi? Intanto si precisa che il cognome Manfredi è il patronimico latino che significa “di Manfredo” che potrebbe essere il nome proprio del capostipite. Si ha testimonianza di un Manfredo, nella seconda metà dell’VIII secolo, al seguito del Re dei Franchi Carlo all’assedio di Pavia, in occasione del quale sconfisse l’ultimo re Longobardo Desiderio e conquistò la corona ferrea. Tuttavia il primo documento attestante la presenza in città della famiglia risale al 1045, in cui Guido e suo figlio Manfredino, definiti “boni homines” faentini ossia personaggi degni di nota e rispetto nella comunità, testimoniano in ordine all’incendio di un archivio. Ciò significa che già dalla metà dell’XI secolo i Manfredi sono già considerati parte del ceto magnatizio cittadino, di quelle poche famiglie notabili che costituiranno l’élite del nascente comune cittadino. Non sembra trattarsi quindi di una famiglia di ricchi professionisti o mercanti poi nobilitatisi ma più probabilmente una famiglia dell’antica nobiltà di spada inurbatasi nel primo periodo di ascesa del fenomeno comunale. In seguito i Manfredi prenderanno parte alle lotte di fazione cittadine con le consorterie rivali, essendo espulsi dalla città e facendovi ritorno più volte.

Parteciperanno alle battaglie del Rio Sanguinario contro l’esercito Imolese nel 1138 e nella battaglia di Santa Lucia contro i forlivesi nel 1145, lasciando due loro esponenti sul campo. Quali fieri esponenti di parte guelfa, combatterono una ferocissima faida contro la famiglia ghibellina degli Accarisi. Degno di nota è il terribile eccidio della Castellina di Pieve Cesato, nel contado faentino, perpetrato da Frate Alberico Manfredi ai danni di suoi stessi congiunti, di cui fa menzione Dante nell’Inferno. Solo nel 1313 Francesco Manfredi riuscì a instaurare la propria signoria di fatto sul comune di Faenza, facendo entrare la casata nel novero delle grandi famiglie dell’età delle signorie.

Ritorniamo ora a quel pomeriggio di sangue del 31 maggio 1488. Il cadavere di Galeotto giace sul luogo del delitto fino a che alcuni membri del Consiglio degli Anziani non lo prelevano e lo portano in segreto nella chiesa di San Francesco, dove sarà sepolto prima della mezzanotte. I congiurati sono euforici, credendo di aver compiuto il colpo di stato, e vengono ben presto sostenuti dalle forze armate inviate dal Bentivoglio per occupare la città di Faenza. Nel frattempo Gian Battista Ridolfi, uomo fedele a Lorenzo il Magnifico, capeggiando i fedelissimi di Galeotto e gli uomini della Valle del Lamone, combattivi ed energici, riesce a riprendere Faenza sventando il tentativo di conquista da parte del signore di Bologna. Francesca Bentivoglio riesce a scappare da Faenza tra gli insulti della popolazione, mentre Mengaccio Vittori e il servo Rigo vengono condannati a morte come traditori, decapitati e squartati in quattro parti esposte in luoghi diversi della città.

Astorre III Manfredi, figlio di Galeotto, è il nuovo signore di Faenza, ma essendo ancora bambino, la reggenza del governo è assunta da un consiglio formato da 48 anziani faentini e 48 valligiani, abitanti della Valle del Lamone. Riuscirà tuttavia a governare per pochi anni, dato che, ancora in giovane età, non riuscirà a scampare agli artigli di un dragone che sottometterà la Romagna all’inizio del XVI secolo, il famigerato Cesare Borgia. Ma questa è un’altra storia del “Rinascimento nero”.


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