Richard Roose: il Cuoco Bollito a Morte per volere di Enrico VIII

Londra, 15 aprile 1531: una gran folla si raduna nell’ampia aerea di Smithfield per assistere a un’esecuzione pubblica. Non è la prima volta che accade, anzi. In quel luogo verde e ameno dove si svolgono allegre fiere e si tiene il mercato del bestiame, vengono anche giustiziati eretici, oppositori politici e ribelli. Proprio lì era stato impiccato, nel 1305, l’indipendentista scozzese Willliam Wallace, e nel 1381 si svolgerà l’esecuzione del ribelle a capo della rivolta dei contadini, Wat Tyler.

Mappa di Smithfield del 1561
Mappa di Smithfield del 1561

In quel giorno di aprile però, non è tanto la fama del condannato ad attirare la folla, quanto piuttosto la modalità dell’esecuzione, davvero terribile e non prevista fino ad allora (anche se talvolta usata) nel codice delle pene capitali. L’uomo non ha certo la levatura di Wallace e Tyler, non ha messo in atto una ribellione contro il re Enrico VIII, né attentato alla vita di nessun membro della corte. Anzi, guardando le cose da un’altra – anche se non provata – prospettiva, forse voleva fare un favore al sovrano, ma si sa, a fidarsi dei potenti c’è sempre da rimetterci

Il povero disgraziato destinato a quella fine terribile è Richard Roose, di cui non si sa nulla se non che di mestiere faceva il cuoco, tanto che viene talvolta chiamato Richard Cooke. L’uomo presta i suoi servizi nella casa londinese di John Fisher, vescovo di Rochester, o forse è solo un amico del cuoco.

Comunque sia Richard ha accesso alla cucina, ed è in questo ruolo che si consuma la sua personale tragedia: viene accusato di omicidio tramite avvelenamento. A morire sono Bennett Curwen, un gentiluomo che frequentava la casa del vescovo, e Alice Tryppyt, una povera vedova indigente che, come sempre, andava a chiedere gli avanzi della cena, insieme ad altri mendicanti.

Roose, per quel che si sa, ammette di aver messo qualcosa nella minestra, ma parla di un incidente, di uno scherzo finito male. In realtà della sua difesa non sappiamo praticamente nulla, perché viene condannato a morte senza processo, per espressa volontà di Enrico VIII, ed è sempre per ordine del re che la pena alla quale viene condannato è terribile:

Essere bollito vivo

Enrico VIII

Un giornale dell’epoca descrive in questo modo, piuttosto asetticamente, l’esecuzione: “Quest’anno un cuoco è stato bollito in un calderone a Smithfield, perché avrebbe avvelenato il vescovo di Rochester Fisher, con diversi suoi servi. E’ stato assicurato a una catena e tirato su e giù più volte con una forca [mobile] finché non è morto”.

Uno spettatore invece racconta l’evento con accenti più drammatici: “Urlava in modo forte e potente, e diverse donne che erano gravide si sentirono male alla vista di ciò che avevano davanti e furono portate via mezze morte; altri uomini non sembravano spaventati dall’ebollizione da vivo, e preferirono vedere il boia compiere il suo lavoro”.

La specifica accusa di omicidio per avvelenamento, la condanna senza processo, l’esecuzione per bollitura resa istituzionale per quel tipo di reato, rendono tanto particolare questo caso da aver alimentato dei sospetti sul motivo per il quale Enrico VIII in persona si sia occupato della sentenza e scelto un tipo di esecuzione poco comune all’epoca, anche se la sofferenza del condannato era comunque considerata parte integrante del supplizio.

Per comprendere la stranezza dell’ingerenza del sovrano in un crimine che coinvolgeva un umile cuoco e vittime non di rango elevato, bisogna considerare il travagliato momento storico dell’Inghilterra dell’epoca.

Enrico VIII non ha ancora mostrato la brutalità di cui è capace, è sposato con la sua prima moglie, Caterina d’Aragona, e fino a quel 1531 l’unico condannato “eccellente”, per l’accusa di cospirazione, era stato il terzo duca di Buckingham, decapitato nella Torre di Londra.

Caterina d’Aragona

La calma apparente del regno nasconde tuttavia qualcosa che provocherà sconvolgimenti epocali, e non solo in Inghilterra.

Enrico VIII si è innamorato della giovane Anna Bolena, che è più lungimirante delle tante amanti del re (sua sorella compresa) e per anni tiene sulle spine il sovrano, rifiutando di concedergli le sue grazie se non all’interno di un vincolo matrimoniale. Peccato che il sovrano sia sposato con Caterina, donna tanto tosta quanto sfortunata, che vede morire nella prima infanzia tutti i suoi figli e figlie (tranne Maria I, poi detta la sanguinaria). Quando la regina entra in menopausa non c’è un erede maschio per il trono.

Anna Bolena

Insomma, Enrico VIII è in posizione piuttosto scomoda: da un lato c’è la moglie legittima, non più in grado di generare figli, e dall’altra la giovane, affascinante e caparbia Anna Bolena, che non si accontenta di essere l’amante del re, ma vuole il pacchetto completo, corona compresa. Enrico tenta in tutti i modi di persuadere Papa Clemente VII a far dichiarare nullo il suo matrimonio con Caterina (perché la regina era stata brevemente sposata con il suo fratello maggiore, morto poco dopo le nozze), ma non ottiene nulla, anche per l’iniziale contrarietà di molti ecclesiastici britannici.

Papa Clemente VII, por Sebastiano del Piombo

E qui entra in gioco il vescovo John Fischer, che per puro caso poi non mangerà la minestra avvelenata da Roose, ma che presumibilmente era la vittima designata.

Il vescovo non è un prelato qualunque: è stato al servizio della nonna di Enrico VIII come cappellano, poi nominato vescovo dal padre (Enrico VII), e per i successivi vent’anni è considerato “il più grande teologo cattolico d’Europa, senza rivali”. Cosa che, a quanto pare, inorgogliva molto lo stesso Enrico VIII.

Nel 1531 le cose sono però cambiate: messo da parte l’orgoglio per il prestigio che dava alla corte, Fisher rappresenta ormai solo un problema per il re, che probabilmente avrebbe preferito un altro destino per il cuoco Richard Roose dopo la vicenda dell’avvelenamento.

John Fisher

Il motivo è semplice: quando Enrico prova a divorziare da Caterina Fisher diventa uno dei suoi più fieri oppositori, perché la faccenda non è solo politica o dinastica, ma riguarda anche questioni teologiche, e se il più grande teologo d’Europa si oppone, non possono che nascere guai. Non solo, Fisher è apertamente e clamorosamente dalla parte di Caterina d’Aragona (scrive ben sette libri in suo favore) e contesta la pretesa nullità del matrimonio, che lui ritiene perfettamente legale.

Non cede Fisher, né alle pressioni del re né a quelle dell’arcivescovo di Canterbury, e si rifiuta di firmare una dichiarazione di sostegno al re da parte del clero, indirizzata a Clemente VII.

Insomma, tra il 1529 e il 1531, tra opere scritte e prese di posizione in Parlamento, Fisher si oppone in tutti i modi alla strada che Enrico VIII sta gradualmente imboccando e che avrebbe portato allo scisma anglicano.

Nel gennaio 1531, Enrico VIII capisce che le cose non stanno andando per il verso giusto, almeno dal suo punto di vista: il papa gli ordina di allontanare Anna Bolena dalla corte e lo minaccia di scomunica se avesse osato sposarla prima di una sua decisione in merito al divorzio da Caterina.

A quanto pare intanto Fisher gioca col fuoco, tanto che l’ambasciatore del Sacro Romano Impero in Inghilterra, Eustace Chapuys, scrive al suo sovrano, Carlo V (nipote di Caterina), su quanto sia impopolare il vescovo, vittima di minacce e intimidazioni: a gennaio 1531 viene arrestato per aver infranto le nuove regole sul ricorso a un tribunale ecclesiastico, poi contrae una malattia misteriosa, e alla fine viene intimidito da Anna Bolena in persona, che gli suggerisce di non presenziare a una seduta del Parlamento – dove aveva intenzione di ribadire la sua posizione di condanna degli adulteri – perché in caso contrario avrebbe potuto “contrarre nuovamente qualche malattia, come già accaduto prima”. Inutile dire che il vescovo vada avanti per la sua strada…

E qui entra in gioco Richard Roose. Secondo uno dei primi biografi di Fisher, Roose era solo un amico del cuoco di casa Fisher, mentre altre testimonianze asseriscono che fosse lui ad occuparsi della cucina del vescovo. La cosa non è particolarmente rilevante perché, comunque stessero le cose, la cena finisce con l’avvelenamento di due persone. Caso vuole che quella sera il vescovo decida di non mangiare, forse perché sta osservando un digiuno o semplicemente perché è particolarmente stanco, oppure per lasciare la sua razione ai tanti poveri che abitualmente bussano alla sua porta. Fatto sta che Fisher non muore, mentre i sospetti si addensano immediatamente su Roose che, dopo una breve fuga, viene arrestato e poi torturato fino a farlo confessare di aver mescolato delle “polveri” nel lievito usato per la minestra, nella convinzione che si trattasse di un lassativo, aggiunto a cuor leggero per fare uno scherzo. Ovviamente nessuno gli crede, ma subito le chiacchiere iniziano a circolare per la città e arrivano alle orecchie del re, riportate dal suo cancelliere Tommaso Moro: in città si dice che Anna Bolena, insieme al padre e al fratello, non sia estranea alla vicenda. Enrico VIII commenta rabbiosamente che ormai la donna viene accusata di ogni cosa, compreso il cattivo tempo.

Tommaso Moro, dipinto di Hans Holbein il Giovane

Il sovrano capisce che le cose possono mettersi male e prende personalmente in mano la situazione. Impedisce all’accusato di difendersi, perché il caso non finisce in tribunale, come sarebbe stato logico e possibile. Per evitare che Roose finisca a processo presenta in Parlamento un decreto legge per il quale chi si fosse macchiato di omicidio per avvelenamento era da considerarsi colpevole di tradimento, reato che dal quel momento in poi sarebbe stato punito con la bollitura da vivo del condannato. Il disegno di legge viene approvato facilmente nonostante l’evidente e gratuita crudeltà della pena, ma non solo: Enrico VIII, col suo discorso in Parlamento, vuole mostrare il lato buono del suo governo, la costante preoccupazione per i suoi sudditi e per l’ordine da mantenere nel suo regno.

Il 15 Aprile del 1532 il povero Richard Roose finisce bollito per una legge usata retroattivamente, e per una colpa che forse non era del tutto sua. Viene calato nel calderone di acqua bollente per tre volte prima di accomiatarsi dalla vita terrena, una morte che definire atroce è certamente riduttivo.

Sotto, una ricostruzione dell’esecuzione, anche se storicamente errata perché non in pubblico:

Nel corso del tempo sono state fatte molte ipotesi sul possibile mandante dell’avvelenamento, da Enrico VIII in persona, come crede l’ambasciatore Chapuys, ad Anna Bolena, fino a un individuo sconosciuto che avrebbe agito, all’insaputa di Roose, per mera crudeltà. Fatto sta che il cuoco, neanche sotto tortura, fornisce un nome…

Ma la storia non finisce qui. Il vescovo Fisher, che dopo il matrimonio di Enrico VIII con Anna Bolena rifiuta di prestare giuramento di fedeltà al sovrano come nuovo capo supremo della Chiesa, viene prima arrestato e poi, di fronte alla sua fermezza, decapitato, il 22 giugno 1535. La sua testa viene messa in mostra su un palo del London Bridge, ma accade qualcosa di straordinario: più passano i giorni e più la testa assume un aspetto fresco e vitale. Una cosa che appare quasi miracolosa alla folla che si ferma sempre più numerosa a guardarla, fino a quando non si decide di gettarla nel Tamigi.

La pena dell’ebollizione per il reato di avvelenamento viene usata ancora una volta nel 1542, quando muore in questo modo disumano una donna, accusata di aver ucciso i suoi “padroni”. La bollitura viene cancellata già nel 1547, dopo l’ascesa al trono del figlio di Enrico VIII, Edoardo VI. Nessuno verrà mai più bollito vivo in un calderone, per nessun tipo di reato, né a Smithfield né in nessun altro luogo dell’Inghilterra, anche se in Europa la pratica non si ferma di certo, ricordiamo il povero studente Pomponio Algeri a Roma.

La storia di Anna Bolena, regina per tre anni prima di finire a sua volta decapitata, è nota a tutti, così come il triste destino di molte mogli di Enrico VIII. Sic transit gloria mundi, avrebbe forse commentato il vescovo Fisher, che sarà beatificato nel 1886 da papa Leone XIII. L’integrità a volte paga, anche se spesso non se ne godono i frutti su questa terra.


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