Raccontare Ravenna è, per me, parlare di casa. Un vantaggio certo, perché si tratta di una realtà che conosco bene, ma anche uno svantaggio, perché corro il rischio di rendere troppo personale il racconto. Che magari non è un male, poi mi farete sapere nei commenti.

Ravenna è conosciuta soprattutto per i suoi mosaici di epoca bizantina, una città d’arte dunque, a vocazione turistica. E a questo proposito salta fuori un aspetto un po’ strano dei ravennati, che fino a pochi decenni fa sembravano quasi indifferenti al patrimonio artistico della loro città, come fosse un aspetto di poco conto. Tanto è vero che, dal boom economico in poi, lo sviluppo turistico ha puntato tutto sui lidi, sulle spiagge, e molto poco sui monumenti, che insomma, sono invece il punto di forza della città. Perché? Difficile dirlo, anche se un po’ la spiegazione sta nel carattere non proprio espansivo dei ravennati, trasmesso forse da chi, fin dall’antichità, ha dovuto fare i conti con un territorio davvero particolare. Perché Ravenna è stata per molto tempo quasi un’isola, una città d’acqua, anche se oggi è difficile immaginarlo per chi visita solo l’area urbana. L’acqua del Mare Adriatico, certo, ma anche l’acqua salmastra delle pialasse, delle paludi, e l’acqua dei tanti fiumi che un tempo la attraversavano, compreso un ramo del Po’, che nel VI secolo scompare, forse a causa di un devastante terremoto che devia il corso del fiume. Le origini di Ravenna sono incerte: tra le molte ipotesi – Sabini, Greci, Veneti – prevalgono quelle che vedono come fondatori gli etruschi, poi raggiunti dagli Umbri. Gli abitanti costruiscono altissime palafitte su isolotti (forse cinque) che si trovano alla foce dei fiumi, collegati tra loro da ponti. Siamo nel V secolo a.C., e Ravenna è già un porto importante per gli scambi commerciali con i mercanti greci dell’età pre-classica, ed è un porto sicuro, perché chiunque voglia attraccare ha bisogno delle “guide” locali, per non impantanarsi nell’infida laguna. La città ha fama di essere imprendibile, proprio per il luogo dove sorge, tanto è vero che gli umbri rimangono tranquilli fino al III secolo a.C.: nemmeno i Galli ci provano a prenderla, ma si limitano a scambi commerciali con i lagunari dal carattere un po’ ostico, sempre impegnati a combattere con l’acqua, che allaga e distrugge, con i frequenti terremoti, e perfino con il “respiro di Plutone”: fontane di acqua e fuoco insieme, che all’improvviso sgorgano dal terreno che, tanto per non farsi mancare niente, si adagia su “cuscini” di metano.

I Romani invece non si fanno intimidire, perché Ravenna è in una posizione strategica troppo importante per loro: è la “porta dell’impero” verso oriente, è una città “caput aquarum” (Strabone), è imprendibile anche se non ci sono mura a difenderla. All’inizio c’è solo un’alleanza tra Ravenna e Roma, ma nel I secolo la città diventa “municipium” della Repubblica romana. Quando Giulio Cesare è lì che pensa se lanciare o meno il dado e attraversare il Rubicone – che significava guerra civile – si trova proprio a Ravenna. E mentre cerca di raggiungere il fiume del destino, nel gelido mese di gennaio del 49 a.C., si perde nelle campagne del ravennate, dove allora come oggi la nebbia inganna e nasconde. Ma siamo già fuori dai confini della città e questa di Cesare è davvero un’altra storia. Poi le cose vanno male per lui, la Repubblica diventa un impero guidato da Ottaviano Augusto, che nel 27 a.C. fa costruire a poca distanza da Ravenna il Porto di Classe, base della flotta militare del settore orientale. E’ il più grande porto dell’Adriatico, capace di ospitare 250 navi, che significa migliaia di persone che vivono a Classe, tra soldati, marinai, schiavi, artigiani e prostitute. Senza dimenticare che tra Classe e Ravenna c’è un piccolo insediamento, Cesarea, dove sorge una scuola di gladiatori, all’epoca conosciuta in tutta Italia.

 Andando avanti veloce nei secoli, Ravenna inizia a decadere nell’epoca tardo-imperiale, quando il porto di Classe è ormai interrato, vittima della subsidenza: eh sì, Ravenna sprofonda inesorabilmente, insieme al litorale emiliano-romoagnolo. Comunque, l’imperatore Costantino trasferisce la flotta a Costantinopoli. Ma non è l’inizio della fine per la città, è solo una parentesi prima che diventi, nientemeno, la capitale dell’impero romano d’oriente. Come si arriva a questa scelta? L’imperatore Teodosio I, che muore nel 395, divide l’impero romano in due parti (solo a livello amministrativo): la parte orientale va al figlio Arcadio, mentre quella occidentale va al suo terzogenito, Onorio, che nel 402 trasferisce la capitale dell’impero da Milano a Ravenna. Perché? Perché Milano non è più una città sicura, pressata dai barbari, mentre Ravenna mantiene le sue caratteristiche di “imprendibilità”. Diciamolo, Onorio non è sto gran politico, anzi: lo storico Gibbon lo ha definito “l’imperatore indifferente”, perché lui se ne sta al sicuro a Ravenna mentre Roma viene saccheggiata dai Visigoti, nel 410. Anche perché Onorio aveva pensato bene di far ammazzare, nel 408, il più valido dei suoi generali, comandante supremo dell’esercito, Stilicone, che viene giustiziato proprio a Ravenna. Comunque, in quegli anni, Ravenna prende l’aspetto di una grande capitale, con edifici sontuosi, un po’ alla moda orientale, perché è al centro di continui scambi con la fastosa Costantinopoli. Alla morte di Stilicone segue un periodo molto complesso, di lotte e trattative con i visigoti, nel quale spunta la figura di Galla Placidia, sorella di Onorio, che ha una vita complicata, ma alla fine viene riconosciuta Augusta e reggente del figlio Valentiniano III, che diventa imperatore nel 425 e si distingue, anche lui, solo per aver fatto ammazzare il più valoroso dei suoi generali, Ezio. Nonostante Galla Placidia sia stata una protagonista attiva degli eventi di quegli anni, oggi la ricordiamo quasi solamente per quel gioiello che è il suo Mausoleo. Che forse non è davvero il suo monumento funebre, ma è sicuramente un gioiello d’arte, con quel cielo blu come la notte, illuminato dall’oro delle stelle. Un posto magico e irreale, che trascina fuori dal tempo e dallo spazio. Nessun visitatore può rimanere indifferente al fascino esercitato dai mosaici che ornano il mausoleo, testimonianze preziose di un’epoca difficile eppure ricca di suggestioni. Arriviamo al 476: sul trono d’occidente siede, da pochi mesi, il giovanissimo Romolo Augustolo, che è tradizionalmente indicato come ultimo imperatore romano. In quel 476 Odoacre, re degli Eruli, mette fine alla millenaria potenza di Roma, in realtà esaurita già da tempo. Finisce anche la potenza di Ravenna? In realtà no, perché nel 493 arriva Teodorico, re degli Ostrogoti, che dopo un lungo assedio – quasi tre anni – conquista Ravenna, ma a caro prezzo, perché la malaria fa strage di soldati e di tutti quelli (anche donne e bambini) che li seguono. Gli assediati non se la passano meglio. I ravennati, che sono quasi immuni alla malaria, patiscono invece la fame e scambiano i roghi dei morti nel campo nemico per succulenti arrosti di carne… Alla fine la città si arrende, perché non sa che il nemico è allo stremo, e Teodorico, come di prassi, fa fuori Odoacre e tutta la sua famiglia. Ravenna diventa così la capitale del suo regno. Anche se i fasti orientali sono lontani, la città mantiene la sua magnificenza grazie ai tanti monumenti costruiti da Teodorico, che lascia  l’impronta ariana nella città. Impronta testimoniata dal Battistero degli ariani e dalla Basilica di Sant’Apollinare Nuovo. Un altro gioiello conosciuto in tutto il mondo per i suoi mosaici. La basilica viene costruita proprio per ordine di Teodorico, anche se poi, con i bizantini, tutti i mosaici a tema ariano vengono sostituiti da altri legati al culto cattolico. Oltre agli edifici sacri e alle opere civili, Teodorico si fa costruire un imponente mausoleo. E’ di pietra bianca, massiccio e misterioso, per l’enorme cupola costituita da un unico monolite, che pesa all’incirca 230 tonnellate. Come è stato portato sopra l’edificio? Ancora non c’è una risposta certa, e forse non ci sarà mai, ma la crepa che l’attraversa ha fatto nascere qualche leggenda tra le tante che aleggiano intorno a Teodorico, in particolare sulla sua morte. Perché pare che Teodorico sia stato tormentato, nei suoi ultimi anni, da incubi e rimorsi per aver fatto uccidere il suo consigliere Boezio e il senatore Simmaco. Comunque, il corpo di Teodorico non riposa a lungo nel suo mausoleo. Perché? Forse sono i suoi sudditi Goti a sottrarre il corpo, per impedire che i cattolici lo profanino, o forse c’entrano i Bizantini, che occupano Ravenna nel 540. I nuovi arrivati si accaniscono contro la memoria di Teodorico, cercano di cancellarne ogni traccia, tanto è vero che di lui non rimangono testimonianze iconografiche, se non una minuscola moneta d’oro. Perché i Bizantini ce l’hanno tanto con Teodorico? Intanto perché lui è ariano, e quindi eretico, e poi forse perché era un po’ troppo avanti per la sua epoca, per le sue idee di tolleranza religiosa e di integrazione di popoli diversi. Su Teodorico, il suo regno, la sua grandezza visionaria, ci sarebbe molto da dire, ma noi siamo già arrivati ai Bizantini. E non si tratta certo di personaggi meno importanti, perché parliamo dell’imperatore Giustiniano e di sua moglieTeodora, che in realtà a Ravenna non sono mai stati, ma insomma, qui in città sono di casa, con le loro immagini che spiccano nella chiesa più conosciuta di Ravenna, la Basilica di San Vitale. Succede che nel 535 la figlia di Teodorico, Amalasunta, finisce assassinata dal cugino, tale Teodato, che lei stessa aveva associato al  trono. Giustiniano, da poco diventato imperatore, decide di vendicare Amalasunta – questa è la motivazione ufficiale – e dà inizio alla ventennale guerra gotica. Perché, già che c’è, pensa bene di riprendersi i territori occupati dai barbari. Non viene però di persona, ma manda i suoi generali, che fanno un bel lavoro, visto che nel 553 la guerra si conclude con la vittoria dei Bizantini. Intanto a Ravenna, nel 532 era iniziata la costruzione della Basilica di San Vitale, che viene terminata nel 547, quando la città è già stata conquistata dai Bizantini. La Basilica è un capolavoro assoluto dell’architettura romano-bizantina, con un tripudio di simboli religiosi, colori, luce e bagliori d’oro. 

La guerra gotica è un flagello, per tutta la penisola: morte e distruzione accompagnano le conquiste, e per sovrappiù scoppia un’epidemia di peste accompagnata da una carestia.

Giustiniano, almeno in parte, riunifica l’Impero, ma ad un prezzo altissimo: le città sono spopolate e in rovina, Roma non conserva nulla dell’antico splendore, abitata da appena 30.000 persone, rispetto ai 100.000 di prima. E Ravenna? Ravenna, in effetti, patisce meno di altre città, perché diventa la capitale dell’Esarcato d’Italia, ovvero i territori della penisola governati dall’impero romano d’oriente. La città rimane un importante crocevia tra occidente e oriente, con il porto che ancora funziona, nonostante gli annosi, e mai risolti, problemi di dissesto idrogeologico. Sotto Giustiniano, grazie al fedelissimo vescovo Massimiano, Ravenna diventa un centro culturale-religioso che non ha nulla da invidiare a Roma e Bisanzio. Tanto è vero che la sua arcidiocesi conquista il diritto di amministrarsi da sé, e nel 666 ottiene la giurisdizione su tutta l’Emilia-Romagna. Intanto, già nel 568 in Italia erano arrivati i Longobardi, ma l’Esarcato resiste fino al 751, quando il re longobardo Astolfo conquista Ravenna, che è ormai solo il simbolo del potere bizantino, in declino da molti anni. In realtà le vicende di longobardi e bizantini di Ravenna si sono già intrecciate fin dall’arrivo dei “più barbari tra i barbari”: la prima regina d’Italia, Rosmunda, quella costretta a bere dal teschio del padre, si rifugia a Ravenna dopo aver ucciso il marito Alboino. E poi c’è un duca longobardo, Droctulfo, che forse segue la regina e arriva a Ravenna, intorno al 572, e da longobardo si fa bizantino, perché rimane folgorato dalla bellezza della città, una bellezza che non ha mai visto prima, e che lo conquista. Comunque, i longobardi non rimangono a lungo a Ravenna, perché nel 754, grazie all’intervento dei Franchi, la città viene ceduta al papato, almeno formalmente. In realtà, mantiene una certa autonomia, perché gli arcivescovi sono molto potenti e hanno l’appoggio della nobiltà. 

Adesso sì che, dopo secoli di splendore quasi ininterrotto, la città inizia a decadere. Ci si mette anche un terremoto, che la devasta, e i suoi magnifici edifici vengono usati come cava di materiali. Politicamente, Ravenna prende sempre le parti dell’Impero, nato con Carlo Magno, quello che poi prenderà il nome di Sacro Romano Impero. Almeno fino a quando, dopo la nascita del Comune, una delle famiglie di antica nobiltà, i Traversari – che esercitano quasi una signoria – passano dalla parte del papa, dopo essere stati per lungo tempo sostenitori dell’imperatore. Decidono di cambiare bandiera quando l’imperatore è Federico II, che nel 1240 mette sotto assedio la città, la occupa e si porta via anche due colonne della basilica di San Vitale, che finiscono a Palermo. I Traversari vengono cacciati dalla città, che nel 1275 diventa una signoria della famiglia Da Polenta, fedele al papato. I Da Polenta contribuiscono molto alla rinascita della città, anche se in realtà viene ricordato solo Guido da Polenta, che ha il merito di aver ospitato Dante Alighieri negli ultimi anni del suo lungo esilio da Firenze. 

Dante arriva a Ravenna nel 1318, o 1319. L’ospitalità di Guido, poeta lui stesso e mecenate, consente a Dante di finire l’ultima cantica del Paradiso. Giusto in tempo, perché il sommo poeta muore nel 1321. E, in un certo senso, la colpa è anche un po’ di Guido, che lo aveva mandato come ambasciatore a Venezia, perché tra le due città soffiavano venti di guerra. La missione ha successo, ma il viaggio attraverso le paludi è fatale per Dante, che contrae la malaria e muore a Ravenna il 13 o il 14 settembre 1321. La permanenza di Dante a Ravenna è quindi breve, ma la sua presenza è ancora viva e sentita in città, dove c’è appunto la “zona dantesca”. Qui c’è la chiesa di San Francesco, dove si sono svolti i funerali del poeta, i chiostri francescani e il magnifico Quadrarco di Braccioforte. E poi, naturalmente, la Tomba, costruita nel 1782 in stile neoclassico, dove oggi sono custoditi i resti del poeta, contesi per lungo tempo da Firenze. Tanto è vero che nel 1519, su ordine di papa Leone X, una delegazione fiorentina si presenta a Ravenna per prelevare le ossa di Dante, che all’epoca erano in un sarcofago all’esterno della chiesa di San Francesco.

I fiorentini rimangono con un palmo di naso, perché trovano il sarcofago vuoto: i frati hanno preso le ossa e poi le tengono nascoste fino alla costruzione della Tomba. Ma è destino che i resti di Dante non trovino pace, perché i frati francescani sono nuovamente costretti a nasconderli, nel quadrarco di Braccioforte, per impedire che Napoleone Bonaparte se ne impossessi. Passano gli anni, la storia riprende il suo corso dopo la Restaurazione del 1815, ma delle ossa di Dante nessuno si ricorda più. Spuntano fuori nel 1865 quando, durante dei restauri, un operaio trova una cassetta di legno murata nel chiostro. Lui sta per buttarla, ma per fortuna uno studente legge la scritta “Ossa Dantis” e salva i resti del poeta. Ma le vicissitudini delle ossa di Dante non finiscono qui, perché vengono spostate sotto un tumulo di terra, per evitare che possano essere distrutti durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale. Finalmente, il 19 dicembre 1945, i resti del poeta tornano nella Tomba e da lì non si muovono più, nemmeno quando i fiorentini chiedono di poterle onorare nella loro città anche solo per una settimana, in occasione dei 700 anni della morte. Quando si dice che i ravennati sono ostinati, non è tanto per dire…

Comunque, i venti di guerra tra Ravenna e Venezia non si placano, tanto che nel 1441 la città finisce sotto il dominio della Serenissima. E a Ravenna i veneziani devono essersi sentiti a casa, con tutti quei canali e i fiumi che ancora la attraversano. Non la tengono per molto, solo fino al 1509, ma fanno in tempo a lasciare un’impronta, non troppo visibile oggi, perché cancellata dai rifacimenti settecenteschi. Rimane la Rocca Brancaleone, fortezza costruita per esercitare il controllo sulla città e non per difenderla da nemici esterni. Il segno più tangibile è comunque nel cuore della città, Piazza del Popolo, dove sorge il Palazzetto veneziano, che risale al 1444. Non si può poi non menzionare la Loggetta Lombardesca, oggi sede del MAR, che ha subito molti rimaneggiamenti e destinazioni d’uso, ma mantiene intatto il chiostro e la bellissima loggia a cinque archi che si affaccia su un’area verde.

Dopo la sconfitta dei veneziani, Ravenna passa sotto il dominio pontificio, e localmente alla famiglia Rasponi. Di questo periodo non si può non ricordare la cruenta battaglia di Ravenna, nel contesto delle Guerre d’Italia, che vedono contrapporsi i francesi e la Lega Santa. La battaglia, che si svolge nei pressi del fiume Ronco, dura circa otto ore, e vede la vittoria dei francesi. La città patisce il saccheggio, che non si discosta dal classico copione: tanti morti ammazzati, donne violentate, chiese depredate. A ricordare quella tragedia, nel 1557 viene eretto un pilastro, noto come “colonna dei Francesi”, che ancora oggi si trova sull’argine sinistro del fiume Ronco.

Sotto il dominio pontificio la città declina inesorabilmente, mentre i mai risolti problemi con l’acqua provocano ben quindici alluvioni, in meno di di 200 anni. Qualcosa si risolve deviando il corso di due fiumi, e aprendo il Canale Corsini, più conosciuto come Candiano, che collega la città, proprio alle spalle del centro storico, al mare Adriatico. Da diversi anni l’amministrazione comunale sta riqualificando quest’area post-industriale, così caratteristica per la presenza di vecchi magazzini riconvertiti e ingentiliti da opere di street-art.

Dopo la breve parentesi napoleonica, nel 1815 Ravenna torna alla Stato Pontificio, che i romagnoli non amano particolarmente. Sono dei ribelli, conquistati dalle nuove idee repubblicane e poi da quelle socialiste, in prima fila nella lotte sindacali degli anni ’20, almeno fino a quando i fascisti non devastano tutte le sedi di partiti rivali e delle cooperative. Sono un popolo di ribelli, molto attaccati alle loro radici, ma stranamente poco fieri di un passato glorioso. I monumenti paleocristiani tornano alla loro grandezza, dopo secoli di abbandono, solo nel 1897, quando viene istituita la prima soprintendenza ai monumenti d’Italia, sotto la direzione di Corrado Ricci, che cura i restauri di San Vitale, del Mausoleo di Galla Placidia, del cosiddetto Palazzo di Teodorico e della Basilica di Sant’Apollinare in Classe. Questa strana indifferenza è legata al luogo dove sorge Ravenna? Per i Romani era “Caput aquarum”, ma anche “Fossa dell’impero”, per quelle paludi adatte più agli insetti che agli uomini. Nel 487, il vescovo Sidonio Apollinare, in visita alla città, scrive un giudizio non proprio esaltante: “Palude in cui tutte le condizioni di vita sono rovesciate”, tanto che “gli eunuchi si danno alle arti della guerra e i mercenari barbari allo studio delle lettere e della filosofia”. Poi per fortuna passano per Ravenna molti altri personaggi, che se ne innamorano, come Lord Byron e Oscar Wilde. Per Herman Hesse, a inizio ‘900 “E’ una piccola città morta, ricca di chiese e di rovine”, mentre Gustav Klimt, nel 1903 la trova “misera” ma con “mosaici di incredibile splendore”, che saranno d’ispirazione per il suo cosiddetto “periodo d’oro”. Che dire ancora? Ravenna è molte cose: città con un passato incredibile, che vanta ben otto monumenti protetti dall’Unesco, ma che ha visto nell’industrializzazione la sua vocazione. E’ diventata il “Deserto Rosso” di Michelangelo Antonioni, ha costruito fabbriche che sono diventate le nuove cattedrali (così diceva Pasolini), ed è rimasta una città d’acque, dove gli irrisolti problemi idrogeologici (e ci fermiamo qui) hanno provocato le disastrose alluvioni degli ultimi due anni. Oggi però, finalmente, Ravenna è una città d’arte che accoglie visitatori da tutto il mondo proprio per il suo patrimonio artistico, senza dimenticare la sua vocazione di città industriale e portuale. Allora vale la pena ricordare uno dei cittadini ravennati che hanno fatto la storia dell’imprenditoria cittadina: Raul Gardini. 

Prima di Gardini, la più nota famiglia di Ravenna è quella dei Ferruzzi, che deve la sua ricchezza all’intraprendenza di Serafino. Serafino Ferrazzi inizia, negli anni ’50 e ’60, con il commercio di granaglie, e poi si espande in altri settori, come quello agricolo, logistico e chimico. Insomma, anche se il suo nome non è tra i più famosi d’Italia – d’altronde lui è uno schivo romagnolo- ,  Ferruzzi è in realtà uno dei maggiori industriali italiani, con interessi anche in Sud America e negli Stati Uniti. Serafino Ferruzzi muore in un incidente aereo nel 1979, e il suo posto viene preso dal genero Raul Gardini, già ai vertici dell’azienda. Gardini allarga ancora gli interessi del gruppo, e arriva ad acquisire Montedison, colosso petrol-chimico di quegli anni, perché sogna di produrre energia “verde”. Poi fallisce la fusione del gruppo Eni con Montedison, e da lì in poi le cose vanno male. Anche perché la famiglia Ferruzzi (eccetto la moglie Idina) non condivide la strategia di Gardini, che lascia l’azienda, dietro pagamento di una somma stratosferica. Quando scoppia “Tangentopoli” – siamo ai primi del 1992 -, e l’inchiesta Mani Pulite inizia ad occuparsi anche della vicenda Enimont e delle numerose tangenti pagate ai politici dal gruppo Ferruzzi, Gardini decide di uscire di scena: si suicida nel suo palazzo di Milano, il 23 luglio 1993, perché sa che a bravissimo sarebbe finito in manette. No, non è da lui rassegnarsi al carcere, lui, che era soprannominato “il contadino” (era figlio di un facoltoso agricoltore), ma amava il mare e la libertà di una barca a vela. Ritorniamo sempre all’inizio: terra e acqua che segnano i destini di questa città  e dei suoi abitanti. 

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