Ramses II: il Faraone più Grande

3300 anni fa il Faraone Ramses II inizia ad Abu Simbel, ai confini meridionali del regno, la costruzione di un grande tempio in onore del dio Ra e di sé stesso, a dimostrazione della sua grandezza. Il sovrano non può immaginare che quell’opera gigantesca, insieme al tempio più piccolo dedicato alla moglie Nefertari, sarebbe stato oggetto, millenni dopo, di un’audace quanto straordinaria impresa ingegneristica. La costruzione della diga di Assuan, a metà del ‘900, richiede lo spostamento dei monumenti, masso dopo masso, pur di garantirne la conservazione che, in un certo senso, si avvicina al concetto di immortalità, almeno per quanto riguarda la memoria storica.

Il grande Faraone immagina la sua opera come eterna, tanto da far incidere nella facciata: … la casa dei milioni di anni, nessuna costruzione simile è mai stata scavata. Eppure quei templi nei secoli vengono abbandonati e la sabbia, come una coltre protettiva, li ricopre. Nel corso del tempo se ne perde la memoria, e solo nel 1813 il grande viaggiatore svizzero Johann Ludwig Burckhardt (lo stesso che scopre la città di Petra) si accorge di un fregio che spunta da una collina di sabbia. Sarà poi il suo amico Giovanni Battista Belzoni, al quale racconta della sua scoperta, a liberare l’ingresso del Tempio Maggiore, nel 1817.

I templi di Abu Simbel sono la dimostrazione dell’origine divina di Ramses e della sua potenza. Viene ricordato come Ramses il Grande, il faraone dell’età dell’oro egizia, capace di diventare leggenda mentre è ancora in vita. Leggenda che il sovrano si impegna costantemente ad alimentare nel corso del suo lunghissimo regno, straordinario sotto molti punti di vista, per le sue vittoriose campagne militari, per lo sviluppo che imprime al paese, per le grandiose opere architettoniche, per il numero di figli generati – oltre 150 – e, non ultimo, per la sua longevità. Il faraone muore infatti quando ha oltrepassato i 90 anni, un’età che all’epoca era difficile da raggiungere.

Il periodo che precede la nascita di Ramses è difficile e tumultuoso: ha avuto inizio il Nuovo Regno, grazie ai faraoni della XVIII dinastia che hanno scacciato gli Hyksos, sovrani considerati “stranieri”. Poi la situazione si complica, per via della contrastata rivoluzione religiosa messa in atto da Akhenaton, il faraone che introduce una sorta di pseudo-monoteismo, dove le pratiche di culto sono riservate al dio sole Aton. Per questa riforma, mai accettata dalla casta sacerdotale, Akhenaton subisce, dopo la sua morte, la damnatio memoriae. La XVIII dinastia si estingue, almeno dal punto di vista della stirpe, con il cosiddetto “faraone bambino”, Tutankhamon, anche se dopo di lui regnano altri due sovrani, l’ultimo dei quali è Horemheb, che muore intorno al 1292 a.C.

 Nascita e giovinezza

Ramses II nasce all’incirca nel 1303 a.C., in una famiglia dalla nobiltà recente. Il nonno, Ramses I, non è di stirpe reale ma viene designato da Horemheb come suo successore, per le sue spiccate capacità militari e diplomatiche, che già gli erano valse la nomina a visir. La XIX dinastia inizia con lui e prosegue con il figlio Seti I, che a sua volta designa come principe ereditario Ramses II, quando è ancora molto piccolo.

Il nome egizio del faraone è in realtà l’altisonante Usermaatra Setepenra Ramess(u) Meriamon, ossia “Colui che mantiene l’equilibrio e l’armonia, potente è la giustizia di Ra, eletto di Ra”. I greci poi lo abbrevieranno in Osymandias, mentre i faraoni successivi lo chiameranno “Grande Antenato”, ma oggi è, per tutti, Ramses il Grande.

E “grande” lo è davvero, con il suo metro e ottantacinque di altezza, misura davvero fuori dal comune all’epoca, come i capelli rossicci, che i suoi sudditi associano a una caratteristica del collerico Seth, dio del deserto e delle tempeste, del disordine e della violenza. Non per niente i faraoni condottieri della XIX dinastia, con un capostipite divenuto sovrano proprio grazie al suo valore militare, riportano in auge il culto di Seth e si pongono sotto la sua protezione. Tanto è vero che il nome Seti, imposto alla nascita al padre di Ramses, significa proprio Uomo di Seth.

Il titolo di principe ereditario conferito a Ramses, unito a un’educazione di tipo militare, comporta numerosi impegni, che al giorno d’oggi non sarebbero ritenuti adatti a un bambino: oltre a seguire il padre nelle sue visite ufficiali e nelle ispezioni ai numerosi cantieri di monumenti in costruzione, già a 10 anni Ramses diviene comandante di una squadra di soldati e forse partecipa a una campagna condotta dal padre contro alcune tribù libiche che avevano violato il confine occidentale. Quando ha circa 20 anni, probabilmente il principe ereditario si occupa di reprimere, senza la presenza del padre, una ribellione scoppiata in Nubia. Ma l’ipotesi di una co-reggenza di Seti I e Ramses II, ritenuta attendibile fino a qualche anno fa, viene oggi respinta da diversi storici: il giovane principe ha numerosi titoli e un palazzo fatto costruire apposta per lui a Menfi, oltre a un harem dove vivono mogli e concubine, ma non è associato al trono. Gli anni del suo regno cominciano ad essere contati solo dopo la morte del padre.

L’ascesa al trono

Ramses diviene faraone, a 25 anni, nel 1279 a.C., il 31 maggio o nei primi giorni di giugno, almeno secondo la cronologia riportata dallo storico ebreo Giuseppe Flavio intorno al I secolo d.C., ritenuta affidabile.

Il sovrano mostra subito di che pasta è fatto, con numerose campagne militari volte a riconquistare territori perduti e a sedare rivolte, ma non prima di aver compiuto il viaggio di rito lungo il fiume sacro, il Nilo, durante il quale visita i santuari più importanti dell’Egitto. Ad Abydos, città sacra per eccellenza, ordina la ripresa dei lavori al tempio funerario del padre, voluto da Seti I per commemorare la propria memoria, ma anche per venerare gli antenati ancestrali: incisa su un muro c’è infatti una lunghissima lista dei re precedenti, che costituisce oggi una ineguagliabile fonte cronologica dell’avvicendamento dei faraoni. Ramses II lascia una traccia di sé anche nel tempio del padre, dove fa incidere un suo panegirico. Questa di lasciare una traccia di sé in ogni monumento che fa costruire o restaurare è una costante del faraone, che coltiva un culto della personalità mai riscontrato fino ad allora: il suo nome è attestato ovunque, cosa che contribuisce alla sua notorietà, sia nell’antico Egitto sia in tempi moderni.

Le campagne militari

La fama di Ramses è tuttavia legata, sopra ogni altra cosa, al suo valore militare: riconquista territori che Nubiani ed Ittiti avevano strappato all’Egitto, sconfigge i pirati Shardana, conduce svariate campagne in Cananea, un territorio oggi diviso tra Libano, Israele, Siria e Giordania. Al di là delle sue capacità di condottiero, la forza di Ramses risiede nel suo esercito, forte di circa 100.000 uomini, un numero sconfinato per l’epoca, e decisivo per i suoi successi. Successi che arrivano, come abbiamo visto, ben prima di diventare sovrano. La storica Susan Wise Bauer scrive: “A 25 anni il nuovo faraone conduceva già una vita adulta da almeno un decennio. Si era sposato per la prima volta quando aveva all’incirca quindici anni e da allora aveva generato come minimo sette figli. Aveva inoltre combattuto assieme al padre in almeno due campagne militari nelle terre semitiche occidentali, e non aspettò molto prima di intraprendere lo scontro con il nemico ittita”.

Quando Ramses sale al trono i misteriosi popoli del mare sono già un flagello che imperversa nel Mar Mediterraneo e che, all’incirca un secolo dopo, sarà una delle concause del collasso dell’età del bronzo. E’ un’epoca di regni fiorenti, come quelli di Micene e Creta, e di grandi imperi, come quello egizio, ittita, babilonese e molti altri. Sono popoli in grado di costruire, già da secoli, città organizzate e densamente popolate, con incredibili palazzi e tombe monumentali, di tenere resoconti di imprese belliche e dei loro commerci su vasta scala. Assiri, Babilonesi, Egizi, Ittiti, Mitanni, Micenei e Minoici, hanno stretti legami diplomatici e commerciali, come dimostrano le Lettere di Amarna, una preziosa documentazione trovata in Egitto, che testimonia i rapporti tra quegli stati. Alcuni storici moderni li hanno definiti “Club delle Grandi Potenze”, per gli scambi commerciali e culturali che consentono la prosperità di tutte quelle nazioni mediterranee e del Vicino Oriente. Alla base di tanto benessere e sviluppo c’è un’economia “globalizzata”, che porta con sé lo svantaggio della dipendenza reciproca di tutti quei popoli che vivono in un’area estesa dall’Italia alla Turchia, dall’Afghanistan all’Egitto.

Ai tempi di Ramses II i popoli del mare non hanno ancora dimostrato appieno la loro forza dirompente, ma rendono instabile la situazione nei mari Egeo e Mediterraneo, lungo le rotte commerciali. Il faraone non può permettere che l’economia del paese sia messa a rischio dai pirati che, tra l’altro, compiono incursioni anche nelle città costiere. Ad attaccare l’Egitto è un popolo chiamato Shardana, dalle origini incerte: forse arrivano dall’Asia Minore o, come cercano di dimostrare da tempo diversi archeologi italiani, da Sardegna e Corsica. Secondo gli Egizi, sono “il popolo delle isole che stanno in mezzo al grande verde [il Mediterraneo], ma il pericolo che rappresentano è assai più importante della loro provenienza. Ramses II però li sconfigge, nel suo secondo anno di regno, in una battaglia che si sviluppa sia per terra sia per mare, probabilmente vicino alle foci del Nilo, dove il faraone li coglie di sorpresa e li cattura tutti. A ricordo della vittoria, farà incidere una stele che recita: “… Il vincitore dei guerrieri del mare, che lascia il Delta (sicuro) e tranquillo […] colui la cui fama attraversò il mare […] i ribelli Shardana che nessuno ha mai saputo come combattere, arrivarono dal centro del mare navigando arditamente con le loro navi da guerra, nessuno è mai riuscito a resistergli. Ma egli li piegò con la forza del suo valido braccio e li portò in Egitto…”. Gli Shardana, oltre che pirati e predoni, sono anche mercenari, e Ramses II, anziché renderli schiavi, trova più conveniente sfruttare le loro capacità militari arruolandoli nel suo esercito. Ma non solo, 520 di loro entrano a far parte della sua guardia personale, come si desume dal testo di una stele a Tanis, e da alcune rappresentazioni dove guerrieri Shardana, a fianco del sovrano, si riconoscono per il particolare abbigliamento e gli elmi cornuti che indossano. Il bellicoso popolo del mare risulta determinante anche nella battaglia di Qadeš, considerata – a torto – la più importante vittoria di Ramses II. La conquista di Qadeš e del confinante regno di Amurru è quasi un’ossessione per il faraone, che vuole strapparlo agli Ittiti proprio come aveva fatto suo padre anni prima, anche se per breve tempo. Quei territori erano tornati presto sotto l’influenza ittita, sia per motivi di prossimità fisica, sia per la mancanza di una guarnigione egizia a difesa della conquista, o forse per un trattato di pace tra i due imperi rivali. Ramses, nel 4° anno di regno, riprende le ostilità con gli Ittiti, si spinge nella terra di Canaan e conquista il regno di Amurru, oltre a prendere in ostaggio diversi principi cananei, dopo averne saccheggiato i territori. Le mire di Ramses appaiono chiare agli Ittiti: vuole conquistare la Palestina e soprattutto l’attuale Siria, vero nodo del contendere. Il controllo di quella regione è fondamentale per due motivi: per la sua importanza strategica nelle rotte commerciali tra oriente e bacino del Mediterraneo, e per la grande ricchezza del territorio, sia mineraria sia agricola. In quest’ottica, la città di Qadeš è di vitale importanza, perché si trova nell’attuale Siria, proprio al confine tra i territori controllati dagli Ittiti, a settentrione, e dagli Egizi, a meridione. Insomma, a ben guardare – allora come oggi – ci sono sempre ragioni di predominio economico e commerciale a muovere qualsiasi conquista, e non certo la ricerca di una gloria personale.

In vista di una decisiva offensiva, Ramses II si preoccupa di rendere più efficiente possibile il suo esercito e di stringere alleanze che garantiscano un aiuto militare. Decide di costruire una nuova capitale, Pi-Ramses, in un sito già usato dal padre, forse come residenza estiva, e comunque nei pressi della città da cui proveniva la sua famiglia, Avaris. Al di là di un motivo che si potrebbe definire “affettivo”, Ramses fa questa mossa per ragioni geo-politiche: la nuova capitale è molto più a nord rispetto a Tebe, proprio sul delta del Nilo, e dunque prossima all’area che in quel momento interessa al faraone, Canaan e il confine con gli Ittiti. Tutte le attività legate all’imminente campagna militare, sia diplomatiche sia di spionaggio, ne sono quindi avvantaggiate, senza contare che avere l’esercito acquartierato a Pi-Ramses consente una veloce mobilitazione in caso di attacco a sorpresa o di semplici azioni di disturbo da parte degli Ittiti, ma anche dei bellicosi pastori nomadi chiamati Shasu, che scorrazzano nella regione.

A Pi-Ramses si costruiscono le armi e i carri necessari per la guerra imminente e quando finalmente si sente pronto, il faraone decide di attaccare il nemico più temibile che abbia mai affrontato, Muwatalli II, imperatore degli Ittiti. Corre il 5° anno del regno di Ramses. Il faraone ha  20.000 uomini, divisi in quattro armate chiamate ognuna con il nome di un dio: Amon, Ra, Seth e Ptah. In verità, c’è anche una quinta armata costituita da truppe alleate, poco menzionata nei racconti successivi: la propaganda reale preferisce esaltare il valore e il coraggio dell’esercito egizio, numericamente assai inferiore a quello ittita. Tanto è vero che nelle fonti egizie si trova scritto, a proposito del nemico: “…nessuna terra mancò di inviare i suoi uomini…, moltitudine grandissima e senza uguali, che copriva le montagne e le vallate come locuste. Il re degli Ittiti non aveva lasciato oro o argento nel suo regno, lo aveva radunato e donato a ogni paese con lo scopo di trascinarlo con sé nella battaglia…”. Sempre secondo gli egizi, Muwattali può contare su 40.000 uomini e ben 3700 carri da guerra, grazie alle forze coalizzate di 17 paesi, tra i quali figura anche la città di Wilusa, ovvero la leggendaria Ilio dei poemi omerici, che oggi noi conosciamo come Troia.

Ramses si dirige verso Qadeš, la città che non è solo un fronte di guerra, ma, la descrive così Susan Wise Bauer: “una sorta di pendolo simbolico che oscillava tra un impero e l’altro”. Dopo circa due mesi dalla partenza, la divisione “Amon”, comandata personalmente da Ramses, si accampa nei pressi di Qadeš, in attesa del resto dell’esercito, rimasto indietro a qualche ora di marcia. Durante quell’attesa vengono sorprese due spie beduine, che rivelano a Ramses la posizione dell’esercito ittita: è molto lontano, addirittura a quasi 200 chilometri di distanza. La notizia induce il faraone ad avvicinarsi ancor di più alla città di frontiera, proprio sotto la roccaforte. La successiva cattura di due soldati ittiti svela la trappola orchestrata da Muwattali, che è proprio lì, al di là del fiume Oronte, pronto ad attaccare. E difatti, dopo aver attraversato il fiume, gli Ittiti attaccano la divisione Ra, che viene subito sbaragliata. Le altre due compagnie sono lontane e Ramses deve affrontare il nemico con la sola Amon. Il faraone è al centro della mischia e uccide – secondo la leggenda – migliaia di nemici, ma sa bene che non può farcela da solo. Invoca il dio Amon, che lo rassicura: “Sono con te, sono tuo padre e la mia mano è con te, io sono più potente di migliaia di uomini. Sono io il padrone della vittoria”.

In realtà, le sorti della battaglia vengono risollevate dall’arrivo della divisione Ptah e degli alleati, a cui si uniscono i sopravvissuti della Ra. Gli Ittiti sono costretti a rifugiarsi nella roccaforte di Qadeš, mentre gli egizi festeggiano la vittoria. Al di là del racconto epico della battaglia, che glorifica il faraone nel “Poema di Pentaur”, a Qadeš non vince nessuno: si arriva a una sorta di pari e patta, perché il giorno successivo Muwattali propone un armistizio, che Ramses accetta, e poi se ne torna in Egitto. E’ però lecito presumere una cosa: la vista di Ramses che combatte come un leone al centro del campo di battaglia, ha certamente infuso forza e volontà ai suoi soldati, che non arretrano davanti a forze tanto superiori. D’altro canto, c’è da dire che l’imperatore ittita non si mette alla testa dei suoi uomini, non entra nella mischia, e addirittura non manda in campo tutto l’esercito di cui dispone, per motivi rimasti sconosciuti. Nonostante il risultato di parità e il fatto che Ramses non abbia riconquistato Qadeš, né tantomeno la Siria, l’epica battaglia viene raffigurata nei templi di tutto il paese come una grande vittoria del faraone.

Una terza campagna in Siria porta conquiste poco durature e, in sostanza, riesce solo a ristabilire l’autorità di Ramses sui territori cananei, che nel frattempo si erano ribellati. Visto questo contesto alcuni storici, sia antichi sia moderni, hanno identificato Ramses come il faraone senza nome citato nel libro dell’Esodo della Bibbia, a proposito della fuga degli ebrei dall’Egitto, guidata da Mosé. In realtà non esistono, ad oggi, prove convincenti che confermino questa teoria, alimentata più che altro da opere letterarie e cinematografiche che non hanno certo pretese scientifiche.

Il primo trattato di pace della storia

Poco dopo la battaglia di Qadeš, Muwattali muore. La lotta per il trono tra suo fratello Hattusili e suo figlio Mursili, vede vincitore il primo, che deve affrontare gli Assiri, seriamente intenzionati a conquistare l’impero ittita. La situazione è grave, tanto che Hattusili propone un’alleanza all’antico nemico. E’ il 1258 a.C., 21° anno di regno di Ramses, quando tra Egizi e Ittiti viene concluso un trattato di pace – il primo ad essere riportato dalla storia – redatto sia in geroglifico sia in alfabeto cuneiforme. I sovrani giurano, per sé stessi e per i loro discendenti, di mantenere buona pace e fraternità, oltre che aiuto reciproco in caso di necessità. A suggellare il trattato si celebra, tredici anni dopo, il matrimonio tra Ramses e una delle figlie di Hattusili, principessa che prende il titolo di grande sposa reale.

Nefertari, “signora di grazia”

Al di là del titolo, la sola grande sposa reale veramente importante per il faraone è un’altra, l’amatissima Nefertari, “la più bella delle donne”, “colei per cui il Sole risplende”. La nobile consorte, ed è un caso rarissimo all’epoca, non brilla di luce di riflessa, ma vanta il titolo di “sovrana di tutte le terre”, esattamente come Ramses è il “sovrano di tutte le terre”. Nefertari nasce, verosimilmente, in una famiglia aristocratica, visto il suo livello di istruzione non comune: è in grado di leggere e scrivere addirittura i geroglifici, un tipo di scrittura considerata sacra e dunque riservata alla casta degli scribi. La sua cultura le consente di svolgere compiti diplomatici, come dimostrano delle tavolette in alfabeto cuneiforme ritrovate nella capitale ittita, Hattusa: la regina scambia lettere e doni con Hattusili e sua moglie Puduhepa, per rafforzare il trattato di pace stipulato tra i due imperatori. Di lei non sappiamo molto di più, se non che sposa Ramses prima che diventi faraone, e concepisce con lui almeno sei figli, quattro maschi e due femmine. Muore quando ha all’incirca quarant’anni, forse durante o subito dopo il lunghissimo viaggio in Nubia, compiuto per inaugurare i templi di Abu Simbel. La fama di Nefertari oltrepassa comunque i secoli, grazie alla sua sontuosa tomba nella Valle delle Regine e alle sue raffigurazioni nei templi di Karnak e Luxor. Ma è soprattutto il grandioso monumento che il marito le dedica ad Abu Simbel a restituirci l’immagine di una regina potente e amatissima.

Abu Simbel

Quando si avvicina il suo primo giubileo, che corrisponde a 30 anni di regno, Ramses inizia ad Abu Simbel la costruzione del Tempio Maggiore che, tra i tanti monumenti da lui voluti, è considerato il più grandioso. Quattro colossali statue di Ramses spiccano sulla facciata del Tempio, interamente scavato nella roccia (come il Tempio Minore), mentre altre più piccole, che rappresentano la madre, la sposa reale e i figli, fanno da contorno. All’interno ci sono altre statue di Ramses e una serie di rappresentazioni delle vittorie del Faraone, ma è nel Santuario che si definisce meglio il significato della costruzione: Ramses viene raffigurato come una divinità, seduto tra il dio Ptah, Amon-RA e Ra-Harakhti. Il Faraone fa poi costruire il tempio dedicato alla moglie e ad Hathor, dea legata al culto dell’amore e della maternità. Sulla facciata dell’edificio spiccano sei statue, quattro di Ramses e due di Nefertari, e altre più piccole dei figli. Si tratta di un’opera che non ha eguali, perché è l’unica dove una regina viene rappresentata al pari di un faraone.

Quando i due templi trovano la loro nuova collocazione, dopo la costruzione della diga di Assuan, vengono allineati secondo il progetto degli antichi architetti egiziani, che non lasciavano nulla al caso: solo il 22 ottobre e il 22 febbraio i raggi del sole nascente illuminano le statue poste nel santuario del Tempio Maggiore, ad eccezione di quella di Ptah, dio dell’oltretomba e quindi dell’oscurità. Le due date dovrebbero coincidere (ma non è certo) con quelle del giorno del compleanno e dell’incoronazione di Ramses II. I lavori di ricostruzione dei templi si concludono il 22 settembre 1968, ma gli ingegneri che hanno studiato il riposizionamento aspettano con ansia l’alba del 22 ottobre. Il sole sorge e illumina i volti di Ramses, Ra e Amon, ma non quello di Ptah: un grande successo, anche se ai tempi del faraone le date dovevano essere altre, perché tremila anni hanno cambiato molte cose, anche in campo astronomico.

Oltre ad Abu Simbel e alla città che porta il suo nome, Ramses fa costruire molti altri monumenti, come il Ramesseum, un tempio grandioso che lo storico greco Diodoro Siculo, nel I secolo a.C., descrive come la “tomba di Osymandias”. In realtà il monumento non è destinato ad ospitare il corpo del faraone, ma è piuttosto un tempio dove viene venerato come divinità, dopo la morte.

La vecchiaia e la morte

La fine terrena di Ramses arriva tardissimo, a circa novant’anni d’età e dopo 66 anni di regno. Un record che gli consente di celebrare ben 14 giubilei, perché dopo il primo, quello dei 30 anni, i festeggiamenti avvengono ogni due o tre anni. Il faraone, che è certo orgoglioso della stabilità e della ricchezza garantite al Paese, vede morire tutte le sue grandi spose reali e un gran numero delle sue figlie e dei figli. Per i maschi, il faraone prevede una sistemazione mai pensata prima: una tomba che li ospiti tutti insieme, vicino alla sua. Indicata dagli archeologi come KV5, la struttura è “come una piovra”, nei cui tentacoli si aprono almeno 150 stanze.

Negli ultimi anni del suo regno, Ramses soffre di gravi patologie che probabilmente lo riducono in uno stato vegetativo, almeno secondo l’opinione di chi ha partecipato al restauro della sua mummia, in Francia. Il sovrano muore, nella sua capitale, nel 1213 o 1212 a.C. Mentre i sudditi si disperano e temono catastrofi, le cerimonie funebri che gli tributa il figlio Merenptah, erede al trono, sono grandiose. Ramses, dopo i consueti riti religiosi, viene sepolto nella Valle dei Re, con un ricco corredo funebre che viene saccheggiato già nell’antichità. Le ripetute prefazioni della tomba e della mummia stessa inducono il sommo sacerdote di Amon, intorno al 1060 a.C., a traslare il corpo, insieme a quelli di altri faraoni, in una tomba sotterranea a Dei el-Bahari, dove Ramses finalmente riposa in pace per 2800 anni. Nel 1881 la mummia di Ramses viene nuovamente disturbata, quando l’archeologo tedesco Émile Brugsch scopre la tomba multipla. Nel 1886 i resti del faraone vengono sbendati e lui, qualche anno dopo, si prende una piccola rivincita, come racconta lo scrittore francese Pierre Loti: Un giorno, d’improvviso, con un gesto brusco, in mezzo ai guardiani che fuggivano urlando di paura ha alzato la mano che è ancora levata e non ha voluto più abbassarsi”. Dopo diversi restauri, che portano il defunto Ramses a viaggiare fino in Francia, nel 2021 la mummia viene traslata dal vecchio Museo Egizio del Cairo al nuovo Museo nazionale della Civiltà egiziana. La grandiosa parata deve aver soddisfatto l’ego smisurato del faraone, se ha avuto modo di guardarla dal Campo dei Giunchi, là dove vivono le anime dei giusti, quelle che sono leggere come piume di struzzo.

I popoli del mare: sul finire dell’età del bronzo una confederazione di popoli che arrivano dall’Europa meridionale invadono l’Anatolia e poi il Levante. Anche se per molti versi ancora misteriosi, riguardo la loro provenienza e la storia pregressa, i popoli del mare certamente contribuiscono al collasso d’età del bronzo: intorno alla fine del XII secolo, intere civiltà vengono spazzate via e scompaiono per sempre, mentre le altre – come quella egizia – segnano un netto regresso. Una delle concause è il cambiamento climatico, responsabile di siccità e carestie che avevano indotto i popoli del mare alla migrazione, insieme a una tempesta sismica che aveva provocato una serie ravvicinata di terremoti.

Il destino dei popoli:

Gli Ittiti: solo dopo la scoperta delle rovine di Hattusa, nel 19° secolo, archeologi e storici trovano conferma dell’esistenza degli Ittiti, fino ad allora conosciuti solo per qualche citazione nella Bibbia e quindi considerati una leggenda. La splendida capitale viene distrutta nel XII secolo a.C., e nessuno sa che fine fanno i suoi abitanti. Comunque gli Ittiti scompaiono dalla storia tra il 1200 e il 1150 aC., a seguito del “collasso dell’età del bronzo”.

Shardana: loro sono uno dei popoli del mare, citati già nei documenti relativi alla XVIII dinastia come pirati e mercenari. Ai tempi di Ramses II vengono cooptati nell’esercito, ma sono comunque ricordati anche nelle invasioni successive, durante i regni di Merenptah e Ramses III, che prima li sconfigge e poi li autorizza a stabilirsi nel suo regno, dove probabilmente si integrano con la popolazione locale, fino a perdere la loro identità specifica.

Shasu: sono un popolo di origine semitica, dedito alla pastorizia nomade e al brigantaggio, diviso in clan guidati da un capo tribù. Di loro si sa pochissimo, se non che sono presenti in Transgiordania, Palestina, Siria e anche Egitto, tra la fine dell’età del bronzo e l’inizio dell’età del ferro. Pur se in grado di mettere in difficoltà diversi faraoni, scompaiono dalla storia dopo l’arrivo dei popoli del mare. Qualche storico, in base a un toponimo in geroglifico a loro riferito, Yhw, che corrisponde all’ebraico Yahweh, ipotizza che gli Shasu fossero una delle prime tribù israelitiche stanziate in Canaan.

 


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