Il modo più ipocrita di affrontare il tema della libertà di informazione è quello che chiama in causa una del tutto ipotetica “imparzialità” che dovrebbe caratterizzare l’informazione stessa. Infatti, l’informazione non può essere mai imparziale, perché a occuparsene sono esseri umani, naturalmente dotati di punti di vista soggettivi.

Nel riferire una notizia di cronaca, la deontologia impone giusto che si rispetti la regola delle “Cinque W” (Who? What? When? Where? Why?, ossia Chi? Cosa? Quando? Dove? Perché?) con l’aggiunta dell’eventuale “Come?”. In genere, questo basta a rendere attendibile una notizia e, non a caso, le fake news di cronaca si riconoscono spesso proprio dal mancato rispetto di questo schema, o da un suo uso disinvolto fornendo informazioni volutamente confuse.

Quando si tratta invece di notizie che richiedono un certo livello di specializzazione per essere divulgate o comprese, incluse quelle di tipo politico-economico, il concetto stesso di “imparzialità” diventa addirittura deleterio. Tali notizie, infatti, sono normalmente fornite da organismi ufficiali, che le hanno preventivamente filtrate ed elaborate, e qualsiasi mass media che si prestasse a riferirle senza fornire una propria interpretazione del loro contenuto si abbasserebbe al livello di un semplice portavoce del potere costituito. Ossia veramente il livello più basso di credibilità (e il più alto di servilismo) che si possa raggiungere.

Ovviamente, chiunque abbia mai svolto la professione giornalistica con un minimo di rigore e soprattutto di dignità personale, si è sempre tenuto alla larga da simili forme di ben retribuita prostituzione intellettuale.

Dunque, nel corso della Storia, quello del giornalista è sempre stato un mestiere molto pericoloso. Il numero di giornalisti morti vittime di delitti o di incidenti molto sospetti è sempre stato piuttosto alto, soprattutto in quelle aree del mondo in cui il potere non tollera alcun dissenso, oppure è in mano a gente che ha molti scheletri nascosti nell’armadio.

L’Italia non fa eccezione in questo campo: anche se, fortunatamente, dopo la Costituzione del 1946, uccidere i giornalisti e rimanere poi impuniti è diventato quasi impossibile. In effetti, negli ultimi decenni, da noi, solo il terrorismo politico e la Mafia si sono permessi di ammazzare qualche giornalista. O, almeno, questo è quanto affermano le verità ufficiali.

La situazione non era la stessa prima della Repubblica e, anzi, sotto i Savoia (quindi già ben prima del fascismo), fare il giornalista era una scelta molto rischiosa, che di solito portava a subire intimidazioni di ogni sorta, arresti arbitrari, processi farsa e dure condanne alla galera. La dettagliata storia dell’Italia umbertina (raccontata ad esempio in “Il Re ‘buono’” di Ugoberto Alfassio Grimaldi) è tutta un ininterrotto succedersi di sequestri di giornali e di processi a giornalisti. Se poi tutto questo non bastava, si andava anche oltre.

Oggi ne raccontiamo un esempio che ai tempi fu piuttosto clamoroso, ormai quasi del tutto dimenticato, benché sorprendentemente attuale. Dall’oblio in cui cadde nel giro di pochi anni, riemerse solo nel 1975 (in coincidenza con il centenario dei fatti), quando la Rai produsse e trasmise uno sceneggiato televisivo tratto dalla sua vicenda; e poi nel 2013, quando è stato finalmente pubblicato (26 anni dopo essere stato scritto) un eccellente e documentatissimo romanzo storico ispirato a quei fatti, opera di un drammaturgo (Roberto Mazzucco) molto stimato dai critici ma poco noto presso il pubblico, che conosce molto di più sua figlia (la scrittrice Melania G. Mazzucco), e morto prematuramente poco dopo averlo terminato. Questo libro si intitola “I sicari di Trastevere”.

Veniamo ai fatti.

È la sera del 6 febbraio 1875 e a Roma c’è un clima festivo, perché è sabato grasso. Al primo piano di un palazzo in via de’ Cesarini a Trastevere, un uomo è immerso nel proprio lavoro: sta preparando i titoli di prima pagina del quotidiano “La Capitale”, di cui è direttore. Si chiama Raffaele Sonzogno, è milanese e proprio quel giorno compie 46 anni.

Le redazioni dei quotidiani del tempo erano molto più modeste di quelle che siamo abituati a vedere oggi, anche perché i giornali erano molto più semplici (un solo foglio piegato in mezzo a formare 4 pagine). In pratica, a parte la tipografia che si trova solitamente al piano terra, un piccolo appartamento in disordine con qualche scrivania, molta carta, inchiostro e penne d’oca dappertutto, la porta è sempre aperta perché c’è sempre qualcuno che va o che viene.

Stasera c’è qualcuno che viene. Sono da poco passate le 20:00 quando Sonzogno alza la testa dai fogli su cui sta lavorando e vede che nella stanza è entrato un uomo, vestito in modo modesto. Sonzogno non fa in tempo a dire una parola che l’uomo gli salta addosso e gli vibra 17 coltellate, poi scappa per le scale. Qui, però, l’uomo viene catturato e immobilizzato da due dipendenti del giornale, il tipografo Riolini e il proto Mantegazza, che stavano salendo a vedere cosa stesse accadendo. Una guardia municipale di passaggio in strada, uditi i rumori, entra anch’essa nel palazzo e, mentre sta salendo al primo piano, si accorge di un secondo uomo che, prima nascosto nel sottoscala, ora sta fuggendo.

Sonzogno è morto quasi immediatamente. Si chiama la polizia, commissariato di Ripa, comandato dal delegato cremonese Leopoldo Galeazzi, che interroga l’assassino e lo identifica come Pio Frezza, detto Spaghetto, un artigiano di 26 anni. Spaghetto risponde confusamente alle domande di Galeazzi, ma la prima impressione è che dietro il delitto ci siano questioni di corna, con la moglie di Spaghetto che se la intendeva con Sonzogno. Questa spiegazione piace particolarmente al questore di Roma, Giovanni Bolis, un altro lombardo, cui Galeazzi riferisce la mattina dopo. E questa reazione di Bolis insospettisce alquanto Galeazzi, dato che Bolis è sempre stato uno dei più frequenti bersagli delle invettive di Sonzogno, che non ha mai nascosto di considerarlo corrottissimo.

Il guaio è che Sonzogno ha tanti di quei nemici, spesso importanti, che non si sa nemmeno da dove cominciare a cercare

A occuparsi del giornale, nei giorni dopo la sua scomparsa, è il suo braccio destro, l’intraprendente giornalista pescarese Filandro Colacito. Colacito non crede affatto alla spiegazione delle corna e, comportandosi in modo molto spregiudicato, si mette a frequentare l’osteria in cui Spaghetto era solito prendere i pasti, conoscendo parecchia gente fin troppo interessante, e poi si attacca come una cozza alla moglie dell’assassino, un’operaia di nome Anna. Tra l’altro, Anna è anche una bella donna, e in breve Colacito ne diviene addirittura amante. Lei gli farà conoscere diversi altri soggetti che sembrano sapere molto più di ciò che sono disposti a dire.

S.Maria in Trastevere al tempo del delitto:

La Roma del 1875 è una città in rapidissima e disordinata espansione. Capitale del Regno da soli 4 anni, ha richiamato tutto il vastissimo codazzo della Corte sabauda e anche un esercito di avventurieri in cerca di fortuna, molti dei quali ambiscono semplicemente a un impiego statale, dato che (nonostante gli altissimi tassi di analfabetismo nazionale) il livello della disoccupazione intellettuale è già alto (è sempre stato alto e sempre lo sarà, fino a oggi!). Le lottizzazioni e speculazioni edilizie sono la nuova frontiera del facile arricchimento e non si rinuncia a nulla pur di accaparrarsele. Inoltre, tra i romani originari, sono ancora molto vive le società segrete, vere bande criminali già attive al tempo dello Stato Pontificio, che si mettono a disposizione di politici e costruttori edili per aiutarli a raggiungere i loro obiettivi, ovviamente sempre in cambio di una lauta retribuzione.

Sonzogno denunciava incessantemente queste collusioni e, per questo, tutti si aspettavano che qualcuno lo facesse fuori, prima o poi

C’è poi il fatto che la sua vita privata nasconde dei risvolti piuttosto inquietanti. Era sposato da alcuni anni con una ragazza comasca molto più giovane di lui, Emilia Comolli, ma i due erano di fatto separati in casa. Emilia se la intende con un giovane politico ambizioso e rampante, Giuseppe Luciani, con il quale Sonzogno ha avuto in precedenza dei rapporti burrascosi. In pratica, Luciani ha provato a farsi eleggere al Municipio di Trastevere e c’è riuscito, grazie al fatto che Sonzogno gli ha fatto campagna elettorale dalle colonne del suo giornale. Ma poi è saltata fuori una faccenda di brogli estesa a tutta la città, e Sonzogno tanto ha fatto per portarla all’attenzione delle autorità che queste sono state costrette ad aprire un’inchiesta. Con il risultato che molte elezioni sono risultate irregolari e sono state annullate, tra queste anche quella di Luciani.

Tra i due è rimasto un odio feroce

Intanto, nella direzione de “La Capitale”, a Sonzogno è subentrato il fratello Edoardo (quello che poi farà crescere molto la casa editrice di famiglia, attiva dal 1804), che contatta Galeazzi e gli chiede di indagare sul conto di un giornalista francese inviato a Roma da “Le Temps”, tale Alessandro Erdan, che Sonzogno aveva denunciato come spia doppiogiochista al servizio di Italia e Austria. Galeazzi, che tra gli effetti personali di Sonzogno ha rinvenuto un biglietto con dei riferimenti a un giornale austriaco, la “Neue Freie Press”, è sempre troppo informato sui retroscena della politica italiana, secondo Sonzogno proprio grazie alle soffiate di Erdan. In più, Erdan gode di importanti protezioni in Italia e Sonzogno minacciava di rivelarle.

Ma il grosso della partita si gioca, evidentemente, a Roma. Mentre Colacito va in giro a fare domande scomode a persone che non gli rispondono e poi spariscono, una sera, Anna Frezza viene sequestrata da un gruppo di sconosciuti e torturata per tutta la notte; poi la liberano, ma avvertendola che la prossima volta non ci sarà scampo. Un testimone che si è rivelato molto disponibile con Galeazzi, Giuseppe Zambonini, presidente di una importante società di non-elettori (all’epoca, per votare, occorreva raggiungere un certo livello di reddito), viene aggredito in strada e pestato a colpi di chiave inglese.

Ormai anche il questore Bolis è costretto a passare all’azione, e lo fa mettendo un delegato di polizia, Pilade Chiarini, alle costole di una guardia municipale, Michele Amati, conoscente sia di Frezza sia di Luciani. Le guardie municipali romane, al tempo, erano spesso ex banditi che erano stati assunti nella pubblica sicurezza come premio per aver in qualche modo sostenuto la causa dell’Unità d’Italia al tempo dello Stato Pontificio. Galeazzi riesce a far cantare un’altra guardia municipale, Luigi Morelli, che fa qualche ammissione sul coinvolgimento di Luciani nella vicenda.

Luciani, a questo punto, capisce che il cerchio si sta stringendo intorno a lui e si rivolge più in alto che può. Da ragazzo è stato un garibaldino, è amico personale di uno dei figli dell’Eroe dei Due Mondi, Ricciotti, che lo ha sempre sostenuto, tramite un’associazione, “I franchi cafoni”, che si batte per il suffragio universale e di cui fa parte anche Frezza. Ma Ricciotti Garibaldi è soprattutto uno che c’è dentro fino al collo nelle lottizzazioni e nel relativo giro di imbrogli e collusioni che Sonzogno denunciava da sempre. Ha molto da nascondere e non ha nessuna intenzione di far emergere i lati sporchi dei suoi affari per salvare una testa calda come Luciani, per cui gli rifiuta ogni appoggio.

Sotto, Ricciotti Garibaldi:

Il 16 febbraio, Luciani viene arrestato nella sua casa in via dei Giubbonari. Lo stesso giorno, Emilia Comolli partorisce, morto, il figlio concepito dalla loro relazione.

Dietro Luciani, mandante diretto del delitto Sonzogno, ci sono chissà quanti nomi importanti della politica e dell’aristocrazia romana e italiana, ma nessuno di questi emergerà al processo. È in corso l’approvazione del Piano Regolatore che sarà il più grande affare del secolo per i palazzinari e nessuno fermerà questa procedura. Molti anni dopo, un altro importante giornalista, Felice Cavallotti, svelerà come Sonzogno si battesse soprattutto perché la nuova Roma fosse costituita da quartieri moderni e funzionali, anziché dagli slums che verranno edificati dopo la sua morte.

Il processo per l’omicidio Sonzogno si svolge nell’ottobre 1875. Nessuno dice più del necessario, i colpevoli sono lì, tutti sottomano: Giuseppe Luciani (garibaldino che fuggì con la moglie di Sonzogno), Michele Armati (ufficiale delle guardie municipali), Luigi Morelli, detto “Caporaletto”, e Cornelio Farina.

Finiscono tutti all’ergastolo

Luciani muore in carcere nel 1899 dopo aver tentato in tutti i modi di ottenere la revisione del processo. Non gliela concede nemmeno il suo ex amico Pasquale Stanislao Mancini quando diventa Ministro della Giustizia. A quel tempo, tutti gli altri condannati sono già morti a loro volta in carcere.

Sotto, lo sceneggiato completo del 1975:

Categorie: Misteri

Roberto Cocchis

Roberto Cocchis

Barese di nascita, napoletano di adozione, 53 anni tutti in giro per l'Italia inseguendo le occasioni di lavoro, oggi vivo in provincia di Caserta e insegno Scienze nei licei. Nel frattempo, ho avuto un figlio, raccolto una biblioteca di oltre 10.000 volumi e coltivato due passioni, per la musica e per la fotografia. Nei miei primi 40 anni ho letto molto e scritto poco, ma adesso sto scoprendo il gusto di scrivere. Fino ad oggi ho pubblicato un'antologia di racconti (“Il giardino sommerso”) e un romanzo (“A qualunque costo”), entrambi con Lettere Animate.