Quinto Valerio Sorano: il tribuno che osò svelare il nome segreto di Roma

Caput mundi, Città Eterna: dai tempi gloriosi della Repubblica ai fasti dell’Impero e comunque fino ai giorni nostri, per raccontare millenni di storia, intessuti di vittorie e sconfitte, di cultura e tradizioni, di cadute e rinascite, di grandezza e miserie, basta solo pronunciare il suo nome: Roma (“stupenda e misera città” secondo Pierpaolo Pasolini).

Fotografia di copertina via Depositphotos.com.

Panorama di Roma dalla Basilica di San Pietro

Immagine di Xosema via Wikimedia Commons – licenza CC BY-SA 4.0

Un nome conosciuto in tutto il mondo, che se certo oggi non evoca più la grandezza del passato, contiene comunque la sua anima millenaria. Eppure, per gli antichi romani, aveva molta più importanza il nome sacro, e segreto, di Roma, un arcano talmente ben costudito da essere sconosciuto ancora oggi.

Sotto, il video racconto dell’articolo sul canale Youtube di Vanilla Magazine:

In verità, pare che ci sia stato un personaggio pubblico, Quinto Valerio Sorano, che pagò con la vita la sua presunta rivelazione del nome segreto di Roma. Ma la sua vicenda è piuttosto nebulosa, avvolta com’è da detti e contraddetti e pochi fatti certi.

Quinto Valerio Sorano (il cognomen indica la sua città d’origine) nasce a Sora, nel frusinate, intorno al 140/130 a.C. Non è quindi un “romano di Roma”, ma appartiene all’élite dei Latini, comunque un gradino sotto ai cittadini dell’Urbe. Poeta e grammatico di vastissima erudizione, vanta amicizie di alto livello, come Cicerone (anche lui nativo del frusinate), che lo definisce “il più colto tra tutti coloro che indossano la toga”, e come Varrone Reatino, che più volte lo cita nella sua opera De lingua latina.

Cicerone mentre scrive una delle sue Epistolae – Xilografia del XVI secolo

Immagine di pubblico dominio

Di tutti gli scritti di Sorano rimane solo un distico, riportato secoli dopo da Sant’Agostino, che a sua volta si rifà a Varrone:

“Iuppiter omnipotens regum rerumque deumque
progenitore genitrixque deum, deus unus et omnes …”

Mettendo in conto qualche corruzione del testo, il distico viene tradotto in “Giove onnipotente, dei re e del mondo materiale e degli dei il Padre (progenitore), la Madre (genetrix) degli dei, Dio che è Uno e Tutto…”: testimonianza di una visione religiosa, forse dovuta a una contaminazione tra stoicismo e dottrina orfica, dove predomina l’aspetto androgino della divinità, l’unità degli opposti.

Marco Terenzio Varrone

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Valerio Sorano non è però solo un erudito: ricopre anche la carica di tribuno della plebe – forse nell’anno della sua morte (82 a.C.) o forse prima – cosa che testimonierebbe la sua estrazione popolare (ma altre circostanze, come l’appartenenza ad una élite colta, sembrerebbero contraddire la sua nascita plebea) e spiegherebbe, secondo alcune interpretazioni, la sua grande colpa, quella che gli costa la vita.

I Romani sono convinti, come molti altri popoli dell’antichità, che sia necessario mantenere segreto il nome sacro della città, così come quello del suo nume tutelare. In quei nomi sono racchiuse la forza e l’anima dell’Urbe, e farli conoscere ai nemici avrebbe significato dare loro un potere di essa e, mai sia, consentire di evocare la divinità e portarla dalla propria parte.

Una cosa pericolosissima, come scrive Macrobio, erudito romano del V secolo:

“È noto che tutte le città si trovano sotto la protezione di un dio. Fu usanza dei Romani, segreta e sconosciuta a molti, che, quando assediavano una città nemica e confidavano ormai di poterla conquistare, ne chiamassero fuori gli dei protettori con una convenzionale formula di evocazione; e ciò, o perché ritenevano di non potere altrimenti conquistare la città o, anche se fosse possibile, giudicavano sacrilegio prendere prigionieri gli dei. Questo è anche il motivo per cui i Romani vollero che rimanesse ignoto il dio sotto la cui protezione è posta la città di Roma e il nome latino della città stessa.”

Macrobio raffigurato in una miniatura del Medioevo

Immagine di pubblico dominio

Anche Plinio il Vecchio racconta la medesima cosa:

“(alcuni autori ritenevano che) in occasione degli assedi, i sacerdoti romani fossero soliti per prima cosa evocare il dio sotto la tutela del quale si trovava quella città e promettergli un culto uguale o più grande presso i Romani. E questo rito permane nella disciplina dei
 pontefici e per questo motivo si continua a tener nascosto sotto la tutela di
quale dio si trovi Roma, affinché qualche nemico non possa comportarsi allo stesso modo.”

Il nome segreto di Roma è dunque talmente importante da essere custodito da pochissimi eletti: il collegio dei sacerdoti preposti ad onorare il misterioso nume tutelare, il Pontifex Maximus, probabilmente la Vestale più anziana, e poi, durante l’impero, anche il Princeps, che di solito ricopriva anche la carica di Pontefice Massimo.

Dando credito a Plinio, Varrone, Plutarco, e in epoca più tarda Servio Onorato e Macrobio, Quinto Valerio Sorano si macchia di quella colpa tremenda:

“Il tribuno Valerio Sorano osò rivelare questo nome, secondo Varrone e molte altre fonti. Alcuni dicono che fu trascinato dentro dal senato e appeso a una croce; altri, che fuggì per paura di ritorsioni e fu catturato da un pretore  in Sicilia , dove fu ucciso per ordine del senato”. (Servio, Commentarii all’Eneide di Virgilio)

Eppure, in questo racconto c’è, secondo alcuni storici, qualcosa che non torna, a partire dalla crocifissione, una pena riservata all’epoca quasi esclusivamente agli schiavi, e mai a chi avesse nelle vene sangue romano. Per di più, Valerio Sorano è un tribuno della plebe e non appartiene alla cerchia ristretta di chi poteva conoscere il nome segreto di Roma.

Non è nemmeno chiaro dove e come Sorano avesse reso noto l’arcano sacro. Forse nell’unica sua opera della quale si conosce il titolo: Epoptidi, che potrebbe essere tradotto come “divinità tutelari”. Eppure, sia Servio sia Macrobio sono concordi nell’affermare che quel nome non è mai stato messo per iscritto.

La fine di Valerio Sorano potrebbe quindi avere tutta un’altra spiegazione, se l’uomo incolpato di aver divulgato il segreto è quello stesso Quinto Valerio Sorano – citato da Plutarco e descritto come “amante della letteratura e del sapere” – che sostiene i populares guidati da Gaio Mario contro la fazione degli optimates, con a capo il patrizio Lucio Cornelio Silla. La moderna storiografia adduce la morte del tribuno a motivazioni politiche, in particolare alla proscrizione sillana, anziché che a questioni religiose.

Oppure, c’è anche chi ha visto, in quella presunta rivelazione, un atto di tradimento politico di Sorano, compiuto proprio per indebolire Roma e favorire, in qualche modo, le città dei latini, sottomesse al giogo romano. Insomma, Sorano usa a fini politici una superstizione religiosa. Plinio scrive:

“… e quando Valerio Sorano divulgò il segreto religiosamente tenuto per il bene dello stato, presto ne pagò la pena. Sembra opportuno aggiungere a questo punto un esempio dell’antica religione istituita appositamente per infondere questo silenzio: la dea Angerona, alla quale viene offerto un sacrificio il 21 dicembre, è rappresentata sulla sua statua con una benda sigillata sulla bocca”. (Storia Naturale)

Angerona è una dea tanto misteriosa quanto enigmatica, sulla quale poco si sa, e quel poco è piuttosto confuso. E’ un’antica divinità alla quale è affidato il compito di custodire il nome sacro di Roma, e per questo viene raffigurata con una benda sulla bocca e un dito posto sopra di esso:

Il silenzio è un obbligo

A differenza di Tacita Muta – sfortunata divinità senza facoltà di parlare perché Giove le fa strappare la lingua – Angerona sembra piuttosto imporre il silenzio, invitare al rispetto dei segreti, anche nella pratica del suo culto: a lei non si dedicano templi, ma viene onorata solo una sua statua, posta nel tempio della dea Volupia.

Una statua della dea Angerona a Schönbrunn (Vienna)

Immagine di Herzi Pinki via Wikimedia Commons – licenza CC BY-SA 4.0

Quello che oggi certamente appare evidente, è quanto sia stato ben custodito quel nome segreto:

Nessuno lo conosce e neanche immagina quale sia

Sono state fatte svariate ipotesi: Amor, ovvero la parola Roma letta da destra, che sottintenderebbe l’amore per la città; Flora, antica divinità italica, tradizionalmente invocata quando Roma era minacciata; la dea Venere, considerata come nume tutelare della città, in quanto madre di Enea, progenitore dei romani; la dea Angerona stessa; un’incredibile Hirpa, nome legato agli Hirpi Sorani (lupi di Sorano), sacerdoti di stirpe sannitica preposti al culto di una divinità dalla forma di lupo (poi identificata con Soranus Apollo), sul monte Soratte.

Tante ipotesi e nessuna certezza: quel nome rimane un segreto che, ormai, nessuno è in grado di svelare. E forse va bene così, se vogliamo che Roma rimanga per sempre la Città Eterna…

Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.