Questione linguistica e  conflitti generazionali: parliamone insieme

Parlando di educazione non possiamo trascurare l’azione svolta dalle agenzie educative. Ci riferiamo in modo particolare alla famiglia, alla scuola, alla società e ai mass media. La famiglia rappresenta il primo ambiente educativo dove vengono trasmessi i valori, le regole e si realizzano le esperienze di apprendimento iniziali. Ad essa collegata troviamo la scuola, che non solo fornisce conoscenze teoriche, ma contribuisce a sviluppare competenze sociali e relazionali. Un compito di fondamentale importanza è rivestito dalla società e dai mass media che, attraverso norme, aspettative e modelli “preconfezionati”, influenzano in modo significativo le opinioni e gli stili di vita delle persone.

Cosa succede, però, quando ci si trova a parlare di soggetti (nel nostro caso di studenti), con background migratorio? Si finisce spesso col creare delle generalizzazioni senza dare la giusta attenzione ai singoli.

Un primo passo può essere, come abbiamo già visto, quello di conoscere meglio la situazione del soggetto in questione, in base al suo vissuto: l’esperienza migratoria, il percorso scolastico, la data di arrivo in Italia, il possesso o meno della cittadinanza ecc. (Si veda l’articolo: “Studenti stranieri: una questione di lessico”).

Giunti fino a qui, possiamo concentrarci su uno dei fattori educativi citati in precedenza, ovvero la famiglia, pilastro fondamentale nella vita di ciascuno di noi, ma che nei contesti migratori può essere causa di instabilità e conflitti di tipo generazionale.

Appena arrivate nel nostro Paese, le famiglie immigrate devono affrontare numerose sfide, innanzitutto quelle linguistiche: queste possono diventare delle vere e proprie barriere che rendono più difficoltoso l’accesso ai servizi, lo studio, la ricerca del lavoro e la vita quotidiana in generale.

Un altro aspetto riguarda le differenze di tipo culturale: tradizioni, norme sociali differenti possono creare un senso di alienazione e smarrimento. Immigrare comporta portare con sé il proprio bagaglio fatto di esperienze, lingue, valori che rischiano di scontrarsi duramente con la cultura di arrivo; se dal punto di vista psicologico, l’esperienza migratoria e il successivo adattamento possono rivelarsi traumatici, a livello socio-relazionale l’integrazione all’interno della comunità locale diventa difficoltosa, ancora di più quando si instaurano pregiudizi molto forti.

Per esempio, affrontando il tema dei pregiudizi legati al bilinguismo (Si veda l’articolo: “Bilinguismo, pregiudizi e …Buon senso”), abbiamo definito il linguaggio uno “strumento identitario e relazionale” che ci permette di ampliare le nostre conoscenze del mondo, modificando il nostro cervello, aiutandoci ad acquisire competenze linguistiche, cognitive, pedagogiche e, soprattutto, a metterci in relazione con gli altri. In questo contesto, eliminare ogni legame con il passato, potrebbe portare all’assenza di un punto di riferimento, di un modello da seguire.

Il mantenimento o meno della propria lingua madre può avere delle conseguenze non indifferenti sul percorso di bambini e ragazzi e creare una sorta di effetto domino. A cosa ci riferiamo?

Parlando di famiglie che hanno background migratorio non è un caso che al loro interno si verifichino casi di conflitti generazionali, solitamente tra genitori e figli. Anche in questo caso, è necessario analizzare ogni situazione singolarmente, in quanto ogni nucleo familiare ha avuto esperienze diverse. Inoltre, ci sono altri fattori che entrano in gioco, come ad esempio l’anno di arrivo nel nostro Paese, l’età dei bambini/ragazzi e  se questi sono nati in Italia o no.

Un primo problema che dovranno affrontare è quello di costruirsi una nuova identità che, a volte, appare totalmente diversa e distante da quella che avevano prima di emigrare. Altri aspetti da considerare e che abbiamo introdotto in precedenza, sono rappresentate dalla differenza culturale e, appunto dalla lingua.

Perché, allora, in alcuni casi si crea “attrito” tra genitori e figli? Andando a scuola, i giovani potrebbero diventare più competenti nella lingua della nazione ospitante limitando la lingua madre al contesto familiare, utilizzando l’italiano nell’ambiente scolastico e nella vita di tutti i giorni; allo stesso tempo, adottare degli stili di vita più simili a quelli dei coetanei italiani, stringere relazioni e desiderare una maggiore autonomia.

Questi fattori, uniti ad aspettative scolastiche e professionali diverse, non fanno altro che creare un divario comunicativo e relazionale con i genitori che, al contrario dei figli, cercano in tutti i modi di rimanere aggrappati alla cultura del loro paese d’origine. Questi bambini, questi ragazzi oltre ad allontanarsi dalla propria famiglia, faticano a integrarsi nella società del paese di accoglienza, ne derivano preoccupazione, senso di non appartenenza e paura alimentata da episodi di xenofobia e presenza di pregiudizi.

Affrontare il tema dei conflitti generazionali tra gli studenti con background migratorio, con le  seconde generazioni e chiunque abbia uno o tutti e due i genitori di origine straniera e le loro famiglie, richiede un approccio integrato che coinvolga scuole, istituzioni, comunità locali e favorisca il dialogo interculturale, la comprensione reciproca e la promozione dell’integrazione.

A cura di Haidi Segrada e Federica Mascheroni


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