È stata da poco completata la grande torre centrale della Sagrada Família, la basilica di Barcellona iniziata nel 1882, che nel 2026 ha concluso il gruppo delle sei torri centrali dopo 144 anni di lavori, anche se alcune parti del complesso, a cominciare dalla facciata della Gloria, restano ancora da finire. 144 anni per un edificio possono sembrare tantissimi, ma siamo davvero convinti che si tratti di un periodo tanto lungo? In Italia quanto ci abbiamo messo a costruire i vari monumenti che rendono la nostra identità unica nel mondo?

Quando guardiamo un monumento lo immaginiamo come parte del paesaggio in modo quasi naturale, come se fosse sempre stato lì: il Colosseo è il Colosseo, il Pantheon è il Pantheon, il Duomo di Milano è il Duomo di Milano, la Torre di Pisa è inclinata, San Pietro domina Roma, San Marco Venezia, e noi passiamo davanti a queste opere con l’impressione che siano lì da sempre.

La realtà è molto più interessante, perché i monumenti italiani più famosi non sono stati costruiti in poco tempo, ma dopo cantieri lunghissimi, faticosi, pieni di interruzioni, cambi di progetto, problemi economici, rivalità politiche, soluzioni tecniche inventate sul momento, facciate finite secoli dopo, cupole che nessuno sapeva come chiudere, torri che cominciavano a cedere mentre erano ancora in costruzione, regge gigantesche pensate per sovrani che poi non ci dormirono quasi mai, e monumenti nazionali inaugurati quando non erano nemmeno completi.

Quindi la domanda di oggi sembra semplice, quasi da quiz: quanto ci hanno messo a costruire i monumenti italiani?

La risposta è molto meno semplice, perché bisogna prima decidere che cosa significa “costruire”. Significa posare l’ultima pietra? Significa aprire l’edificio al culto, inaugurarlo davanti al popolo? O completare la struttura principale? Significa finire la facciata, le statue, i mosaici, le porte, la piazza, il contesto urbano? Perché, se cambiamo questa definizione, lo stesso monumento può essere stato costruito in otto anni, in centoventi anni, in due secoli, o addirittura in quasi seicento anni.

E allora oggi facciamo un viaggio attraverso i dieci monumenti italiani più famosi, partendo dall’antica Roma, passando per il Medioevo e il Rinascimento, arrivando fino all’Italia monarchica e contemporanea, non per fare una classifica da guida turistica, ma per capire qualcosa di più profondo: i monumenti non raccontano soltanto la bellezza dell’Italia, raccontano soprattutto il tempo che l’Italia ha impiegato per diventare se stessa.

Partiamo dal Colosseo, che è forse il caso più sorprendente, perché nell’immaginario comune è un monumento eterno, immenso, quasi sovrumano, e invece, se guardiamo alla sua costruzione principale, fu un’opera relativamente rapida. L’Anfiteatro Flavio era voluto dalla dinastia dei Flavi, da Vespasiano, dopo la morte di Nerone, e fu costruito nell’area occupata dalla Domus Aurea, cioè al palazzo smisurato che fece accusare di Hybris, quindi tracotanza, Nerone stesso, creato nel cuore di Roma dopo l’incendio del 64. Il gesto politico era chiarissimo: togliere al lusso privato dell’imperatore lo spazio sottratto alla città e restituirlo al popolo sotto forma di edificio per spettacoli. Il Colosseo, insomma, non era soltanto un’arena, era un manifesto politico.

I lavori iniziarono sotto Vespasiano, intorno agli anni Settanta del I secolo dopo Cristo, e l’edificio fu inaugurato da Tito nell’80 d.C.; poi Domiziano completò e modificò alcune parti, in particolare le strutture sotterranee, quelle che oggi chiamiamo ipogei, dove si muoveva la gigantesca macchina nascosta degli spettacoli. Quindi possiamo dire che il Colosseo fu utilizzabile in circa dieci anni, ma che la sua sistemazione definitiva richiese ancora qualche intervento successivo. Il Parco archeologico del Colosseo ricorda l’inaugurazione dell’anfiteatro sotto Tito nell’80 d.C.; solo in seguito, sotto Domiziano, venne organizzato in forma stabile il grande sistema sotterraneo degli ipogei, con corridoi, ambienti di manovra e apparati tecnici al servizio degli spettacoli.

Questa rapidità non deve stupirci troppo, perché Roma imperiale aveva una capacità organizzativa, logistica ed economica che pochi altri Stati premoderni potevano permettersi: cave, trasporti, schiavi, maestranze specializzate, ingegneri, amministrazione, denaro, e soprattutto una volontà politica fortissima. Il Colosseo doveva sorgere in fretta, perché doveva cominciare in fretta ai Romani che la stagione neroniana era finita e che il potere imperiale tornava a essere, almeno nella propaganda, potere condiviso con il popolo.

Il dettaglio memorabile è proprio questo: uno dei monumenti più celebri del mondo nacque anche come operazione di consenso. Noi oggi lo guardiamo come un simbolo dell’antichità, ma per i Romani del I secolo era una specie di gigantesco messaggio elettorale in pietra: “Nerone si era costruito un lago privato; noi sopra quel lago vi costruiamo un anfiteatro”.

Il nome Colosseo, che si diffuse nel Medioevo, deriva probabilmente dalla vicinanza del Colosso di Nerone, la gigantesca statua bronzea dell’imperatore, poi reinterpretata come immagine del dio Sole. Quella statua era il Colosso di Nerone, colosso che alla fine dà il nome al Colosseo ancor oggi.

E se il Colosseo è il monumento della potenza che costruisce in fretta, il Pantheon è il monumento della continuità, del rifacimento e dell’ambiguità delle date. Perché quando leggiamo l’iscrizione sulla facciata, “M·AGRIPPA·L·F·COS·TERTIVM·FECIT – Marco Agrippa, figlio di Lucio, console per la terza volta, edificò”, siamo portati a pensare che il Pantheon sia quello di Agrippa, costruito nel I secolo avanti Cristo. In realtà l’edificio che vediamo oggi è soprattutto il risultato della grande ricostruzione adrianea, tradizionalmente collocata fra il 118 e il 125 d.C., dopo che il tempio originario di Agrippa, realizzato fra il 25 e il 27 a.C., era stato danneggiato e rifatto più volte. Le fonti ufficiali del Pantheon e di Roma Capitale presentano appunto l’edificio attuale come frutto della ricostruzione di Adriano tra il 118 e il 125 d.C., o intorno al 126.

Qui il tempo di costruzione, se prendiamo la fase adrianea, è relativamente breve: circa sette o otto anni. Ma il tempo storico del Pantheon è molto più lungo, perché è un edificio che porta sulla fronte il nome di Agrippa, nel corpo la tecnica dell’età di Adriano, nella sopravvivenza la conversione cristiana del 609, quando divenne la chiesa di Santa Maria ad Martyres, e nella sua fortuna moderna l’ammirazione di architetti, artisti, papi, re e anche dei turisti.

Il Pantheon è quindi un monumento costruito in pochi anni, ma stratificato in due millenni. La sua cupola, con l’oculo aperto verso il cielo, sembra un capolavoro architettonico così perfetto da far dimenticare il cantiere, la fatica, gli esperimenti sui materiali, l’alleggerimento progressivo del calcestruzzo verso l’alto, la necessità di distribuire i pesi senza far collassare tutto. E qui si capisce una differenza fondamentale rispetto a molti monumenti medievali: Roma imperiale poteva ancora pensare in termini di grandi masse, grandi gettate, grandi spazi interni, mentre l’Europa dei secoli successivi avrebbe dovuto ricostruire lentamente, con altri mezzi, altre economie e altre ambizioni.

Poi arriviamo a Venezia, e con la Basilica di San Marco cambia completamente il modo di raccontare il tempo. Perché San Marco non è solo una chiesa: è una reliquia trasformata in architettura, è una dichiarazione di indipendenza, è Venezia che dice a Costantinopoli, a Roma, all’Oriente e all’Occidente: noi siamo una cosa diversa.

La storia comincia nell’828/29, quando secondo la tradizione il corpo di San Marco viene portato da Alessandria d’Egitto a Venezia; una prima chiesa in legno viene consacrata nell’832, poi la basilica rimane danneggiata da un incendio durante la rivolta contro il doge Pietro IV Candiano nel 976, ricostruita, e infine, nel 1063, sotto il doge Domenico Contarini, inizia la costruzione della basilica attuale. La cronologia ufficiale della Basilica di San Marco indica proprio il 1063 come inizio della costruzione della chiesa attuale, gli anni 1071-1084 per l’avvio della decorazione musiva e il 1094 come momento decisivo della dedicazione e della riscoperta delle reliquie.

Quindi la San Marco che conosciamo oggi nasce come cantiere nel 1063 e viene consacrata nel 1094: circa trent’anni. Ma questa risposta è vera solo a metà, perché la Basilica di San Marco diventa davvero San Marco nei secoli successivi, attraverso mosaici, marmi, colonne, spoliazioni, bottini, restauri, aggiunte gotiche, cupole rivestite, oggetti preziosi e trasformazioni continue. È un edificio che non si limita a essere costruito: viene vestito e ricoperto, quasi sedimentato.

Per esempio i mosaici della facciata, che tutti abbiamo visto almeno una volta nella vita, sono dei rifacimenti sui soggetti originali fra il XVII e XVIII secolo. L’unico mosaico medievale esterno conservato è quello della lunetta del portale di Sant’Alipio, datato al XIII secolo, intorno al 1265. Oppure il campanile, originariamente medievale, venne ricostruito “tale e quale” all’inizio del ‘900 dopo che era crollato interamente per le crepe dovute a secoli di storia.

Il dettaglio sorprendente è che San Marco non comunica l’idea di una chiesa nata da un unico progetto razionale, ma di un organismo politico-religioso che cresce insieme alla potenza veneziana. La basilica diventa una specie di archivio materiale della Repubblica: colonne, marmi, tessere dorate dicono che Venezia non è solo una città sull’acqua, ma una potenza commerciale capace di raccogliere, ma a volte meglio dire comprare o razziare, frammenti del Mediterraneo e incastrarli nella propria immagine.

Da Venezia ci spostiamo a Pisa, dove la domanda “quanto ci hanno messo?” diventa quasi una commedia dell’ingegneria medievale, perché la Torre di Pisa è famosa non per essere riuscita perfetta, ma per aver sbagliato in un modo tanto spettacolare da diventare immortale.

In realtà sarebbe riduttivo parlare solo della Torre, perché la Torre fa parte della Piazza dei Miracoli, cioè di uno dei complessi monumentali più importanti del Medioevo europeo. L’UNESCO ricorda che il processo di costruzione della Piazza del Duomo di Pisa cominciò nel 1064 con la fondazione della nuova cattedrale e si concluse nel XIV secolo con la definizione della piazza monumentale.

La Torre, cioè il campanile della cattedrale, iniziò invece il 9 agosto 1173. I lavori procedettero fino ai primi livelli, ma molto presto il terreno cominciò a cedere: la fondazione era troppo poco profonda e poggiava su un suolo instabile. A quel punto il cantiere si fermò, e la cosa paradossale è che proprio le interruzioni salvarono la Torre, perché permisero al terreno di assestarsi. Secondo la cronologia divulgativa dell’Opera della Primaziale Pisana, dopo la ripresa dei lavori nel 1272 con Giovanni di Simone e una nuova interruzione, il completamento arrivò nel 1372, con Tommaso Pisano: quasi due secoli dopo l’inizio.

Quindi la risposta alla domanda “quanto ci hanno messo?” è: la Torre di Pisa richiese circa 199 anni, dal 1173 al 1372. Ma se allarghiamo lo sguardo alla Piazza dei Miracoli, il cantiere urbano e religioso durò dalla seconda metà dell’XI secolo al XIV secolo, quindi circa tre secoli.

Qui il difetto tecnico diventa identità. Un campanile che comincia a pendere quando è ancora in costruzione, e che per secoli crea un problema statico, diventato uno dei simboli più riconoscibili del pianeta. La storia della Torre di Pisa è quasi una parabola sulla fortuna degli errori: non tutti gli errori distruggono un’opera; alcuni la rendono indimenticabile.

A Firenze il tempo della costruzione non è solo tempo tecnico, ma tempo intellettuale. Il Duomo di Firenze, Santa Maria del Fiore, comincia nel 1296, con il progetto di Arnolfo di Cambio, e nasce come un’impresa civica gigantesca: Firenze vuole una cattedrale all’altezza della propria ricchezza, della propria ambizione, della propria competizione con le altre città toscane. L’Opera di Santa Maria del Fiore ricorda che nel febbraio 1296 compaiono già gli operai incaricati di amministrare il grande cantiere della nuova cattedrale.

Il problema, però, è che Firenze costruisce una cattedrale enorme lasciando aperta una domanda mostruosa: come la chiudiamo col tetto? Perché lo spazio previsto per la cupola era talmente grande che nessuno, per lungo tempo, ha avuto una soluzione praticabile. La cattedrale cresce, le murature avanzano, la città investe, ma sopra il tamburo resta un vuoto. Uno dei vuoti più famosi della storia dell’architettura.

La risposta arriva con Filippo Brunelleschi. Nel 1420 inizia il cantiere della cupola, e nel 1436 la struttura principale è completata; nello stesso anno la cattedrale viene consacrata da papa Eugenio IV. L’Opera di Santa Maria del Fiore indica Brunelleschi come responsabile della soluzione della cupola, la cui struttura di base diventa completa nel 1436.

Quindi, se prendiamo la cattedrale con la cupola, il tempo di costruzione è di circa 140 anni: dal 1296 al 1436. Se invece guardiamo solo alla cupola, il tempo è straordinariamente breve rispetto alla difficoltà: circa sedici anni, dal 1420 al 1436. Ma se guardiamo alla facciata che vediamo oggi, dobbiamo arrivare addirittura all’Ottocento: la facciata moderna di Emilio De Fabris fu avviata nel 1876, inaugurata nel 1887 e completata definitivamente con le porte bronzee nel 1903.

Dunque il Duomo di Firenze ha almeno tre periodi di costruzione da tenere in considerazione: 140 anni per diventare la grande cattedrale cupolata che segna il Rinascimento; 16 anni per la cupola di Brunelleschi; oltre 600 anni, se dal 1296 arriviamo alla conclusione della facciata nel 1903. Ed è proprio questa ambiguità che lo rende perfetto per immaginare la costruzione dell’identità sempre in itinere: perché il Duomo di Firenze non fu semplicemente costruito, fu risolto. La sua bellezza nasce anche da un problema tecnico rimasto aperto per generazioni.

Da Firenze spostiamo a nord, a Milano, e qui entriamo nel regno del cantiere infinito per eccellenza. Il Duomo di Milano è probabilmente il monumento italiano che più di tutti permette di usare l’espressione “non finisce mai”, e in questo caso non è solo una battuta da milanese esasperato dal traffico.

La costruzione del Duomo di Milano comincia probabilmente nel 1386, in piena stagione gotica, nell’area delle antiche basiliche di Santa Maria Maggiore e Santa Tecla. Nel 1387 venne fondata la Veneranda Fabbrica del Duomo, su impulso di Gian Galeazzo Visconti, e la scelta del marmo di Candoglia al posto del tradizionale mattone lombardo trasformò il cantiere in un’impresa tecnica e logistica enorme. Il sito ufficiale del Duomo sottolinea che il cantiere milanese divenne un crocevia europeo di architetti, ingegneri, scultori e maestranze.

Il Duomo fu utilizzabile in varie fasi, l’altare maggiore venne consacrato da papa Martino V nel 1418, ma la costruzione continuò per secoli. Fra Seicento e Settecento vennero completati il tiburio e la guglia maggiore, con la Madonnina collocata nel 1774; nell’Ottocento, anche per volontà di Napoleone, si lavorò alla facciata tra il 1807 e il 1813; e nel Novecento si aggiunsero ancora elementi fondamentali, come le porte, datate tra il 1909 e il 1965. Il sito ufficiale del Duomo ricorda appunto che le porte della facciata appartengono a una fase relativamente recente, fra 1909 e 1965.

Quindi, se prendiamo come riferimento l’inizio del cantiere nel 1386 e il completamento delle ultime porte nel 1965, arriviamo a 579 anni. Quasi sei secoli. Un tempo così lungo che dentro il cantiere del Duomo di Milano passano il tardo Medioevo, il Rinascimento, la dominazione spagnola, quella austriaca, Napoleone, il Risorgimento, l’Italia unita, due guerre mondiali e il boom economico.

Il Duomo di Milano non ha un solo autore, perché è quasi impossibile attribuirlo a una mente unica. È un’opera collettiva, generazionale, istituzionale, un monumento costruito da una città più che da un architetto. Se il Colosseo rappresenta la velocità dell’Impero, il Duomo di Milano rappresenta la durata della Fabbrica: una macchina che non smette di costruire, restaurare, sostituire, scolpire e riparare. E forse è anche per questo che il Duomo sembra vivo: perché, in un certo senso, è sempre stato un cantiere.

Poi c’è San Pietro, e con San Pietro entriamo in un’altra dimensione: non più soltanto il cantiere di una città, ma il cantiere della cristianità occidentale. La Basilica attuale di San Pietro in Vaticano iniziò il 18 aprile 1506, quando papa Giulio II avviò la ricostruzione della basilica costantiniana, e fu completata e consacrata nel 1626, quindi dopo 120 anni. Il sito ufficiale della Basilica di San Pietro indica appunto il 1506 come inizio e il 1626 come completamento della basilica attuale.

Bisogna però stare attenti: San Pietro non nasce dal nulla. Sostituisce l’antica basilica costruita nel IV secolo sull’area della tomba dell’apostolo Pietro. Ricostruire San Pietro significava quindi fare una cosa politicamente, spiritualmente e simbolicamente delicatissima: demolire, almeno in parte, una memoria antica per creare un edificio nuovo, più grande, più potente, più adeguato alla Roma papale del Rinascimento.

Il progetto attraversa mani importante: Bramante immagina una basilica monumentale a pianta centrale; Raffaello propone alcune modifiche; Antonio da Sangallo il Giovane elabora altre soluzioni; Michelangelo riprende il progetto e dà alla cupola la sua forma definitiva, che prevede la cupola doppia, con una intercapedine fra quel che si vede dall’interno e la quella slanciata verso l’alto che si osserva dall’esterno, poi completata da Giacomo della Porta e Domenico Fontana dopo la morte di Michelangelo; Carlo Maderno realizza la facciata e prolunga la navata; Bernini, poi, completa l’immagine barocca dello spazio con il baldacchino e soprattutto con il colonnato della piazza.

Quindi San Pietro, come basilica, richiede 120 anni, dal 1506 al 1626. Ma come complesso simbolico, con piazza, colonnato, arredi, apparati, restauri e usi cerimoniali, continua a essere costruita per molto tempo. Ed è qui che San Pietro diventa un caso diverso dal Duomo di Milano: non è il cantiere infinito di una città comunale o signorile, ma il cantiere del potere papale, della competizione artistica e della necessità di trasformare l’architettura in autorità visibile.

San Pietro è un monumento costruito anche grazie a una tensione enorme fra fede e denaro. Il finanziamento delle grandi opere romane, le indulgenze, la crisi religiosa del Cinquecento, la Riforma protestante e la risposta cattolica fanno da sfondo a questo cantiere. Mentre a Roma si costruiva una delle basiliche più grandi del mondo, l’Europa cristiana si fratturava per comporre quel mosaico di confessioni che conosciamo ancor oggi.

Poi arriviamo alla Reggia di Caserta, e il discorso cambia ancora. Qui non siamo davanti a un monumento religioso o comunale, ma a una reggia dinastica, a un progetto di potere assoluto, a una Versailles borbonica nel cuore del Regno di Napoli. Carlo di Borbone vuole una nuova capitale, non troppo esposta agli attacchi dal mare e non soffocata dal caos di Napoli. Vuole una reggia che competa con quella francese, ma anche un territorio organizzato, con acquedotto, giardini, città, manifatture e infrastrutture. La Reggia di Caserta è un palazzo, ma è anche un’idea di Stato.

La prima pietra fu posta il 20 gennaio 1752, su progetto di Luigi Vanvitelli. Vanvitelli, però, morì nel 1773 senza vedere l’opera conclusa, e i lavori continuarono sotto la direzione del figlio Carlo e poi di altri architetti. Gli appartamenti del principe ereditario furono usati dai Borbone già dal 1780, mentre gli appartamenti del re furono completati intorno alla metà dell’Ottocento, secondo la mappa ufficiale del complesso.

Se prendiamo come data convenzionale di completamento il 1845, la Reggia richiese circa 93 anni. Ma anche qui la risposta breve non basta. Perché il progetto originario di Vanvitelli non fu realizzato integralmente: alcune parti presenti nel progetto, come torri angolari e soluzioni monumentali, vennero eliminate o ridimensionate per ragioni economiche. La Reggia fu dunque abitata prima di essere completata, senza essere esattamente quella immaginata all’inizio, e trasformata nel tempo in museo, simbolo dei Borbone, luogo della storia nazionale e persino scenario della storia europea del Novecento.

Carlo di Borbone, il sovrano che la volle realizzare, finì per non godersela perché nel 1759 lasciò Napoli per diventare re di Spagna. In pratica, ordinò uno dei palazzi più grandi d’Europa e poi cambiò residenza. È una cosa che a noi comuni mortali succede poco coi mobili Ikea, figuriamoci con una reggia.

Con la Mole Antonelliana, invece, arriviamo all’Italia postunitaria, e qui il cantiere diventa quasi una storia di ambizione fuori controllo. La Mole nasce a Torino nel 1863, progettata da Alessandro Antonelli, ma non nasce come il simbolo laico che conosciamo oggi: nasce come sinagoga della comunità ebraica torinese. Torino è da poco diventata capitale del Regno d’Italia, la comunità ebraica ha ottenuto pieni diritti civili con lo Statuto Albertino, e vuole un edificio rappresentativo, degno della nuova stagione politica.

Il problema è che Antonelli non era esattamente un architetto minimalista. Il progetto cresce, cambia, sale, costa sempre di più, diventa più alto di quanto previsto, finché la comunità ebraica non riesce più a sostenerlo. Il Comune di Torino acquista l’edificio e lo trasforma in monumento all’unità nazionale. Il Museo Nazionale del Cinema, che oggi ha sede nella Mole, ricorda che l’edificio fu progettato e iniziato da Antonelli nel 1863, completato nel 1889, e raggiunse i 167,5 metri, diventando all’epoca il più alto edificio in mattoni d’Europa.

Quindi la Mole richiese 26 anni per il suo completamento, dal 1863 al 1889. Non tantissimi rispetto al Duomo di Milano, ma abbastanza da cambiare completamente significato durante il percorso: da sinagoga a monumento civico, da edificio religioso a simbolo urbano, da progetto comunitario a emblema della Torino italiana.

Antonelli morì nel 1888, pochi mesi prima del completamento. La sua opera più famosa fu finita quasi sulla soglia della sua vita, come se l’ambizione verticale dell’edificio avesse superato perfino il tempo biologico del suo autore. E oggi la Mole, che non fu mai la sinagoga che era stata pensata all’inizio, ospita il Museo del Cinema: un monumento nato per il culto, comprato dalla città per la nazione, e diventato tempio laico dell’immagine in movimento.

Chiudo la carrellata con l’Altare della Patria, il monumento che forse più di tutti dimostra che costruire un edificio significa anche costruire un’identità politica. Dopo la morte di Vittorio Emanuele II, nel gennaio 1878, l’Italia appena unificata sente il bisogno di un grande monumento nazionale dedicato al primo re d’Italia. Il Vittoriano viene concepito come un luogo della memoria nazionale, un monumento alla monarchia, al Risorgimento, alla patria e all’unità.

Il progetto definitivo è di Giuseppe Sacconi, i lavori iniziano nel 1885 e procedono lentamente. Il monumento viene inaugurato il 4 giugno 1911, durante le celebrazioni del cinquantenario dell’Unità d’Italia, ma non era ancora davvero finito: alcune parti scultoree mancavano, le quadrighe arrivarono solo nel 1927 e il completamento complessivo viene collocato nel 1935. Il complesso fu concepito dopo la morte di Vittorio Emanuele II e inaugurato nel 1911. Tra la posa della prima pietra nel 1885 e l’inaugurazione del 1911 passarono più di venticinque anni, ma diversi elementi furono aggiunti solo dopo, comprese le quadrighe nel 1927.

Il Vittoriano richiese 26 anni per arrivare all’inaugurazione, dal 1885 al 1911, ma circa 50 anni per essere completato definitivamente, dal 1885 al 1935. E nel frattempo cambiò il mondo: l’Italia liberale, il nazionalismo, la Prima guerra mondiale, il Milite Ignoto nel 1921, il fascismo, la trasformazione del monumento in palcoscenico del regime. Un edificio nato per celebrare il Risorgimento finì per essere attraversato da memorie molto più complesse, anche contraddittorie.

Il Vittoriano è forse uno dei monumenti più discussi d’Italia: enorme, bianchissimo, accusato di essere fuori scala rispetto al tessuto architettonico di Roma, soprannominato macchina da scrivere o torta nuziale, criticato e amato, spesso più usato che compreso. Ma proprio questa difficoltà lo rende interessante: perché il Vittoriano non è soltanto un monumento, è il tentativo, anche goffo, retorico e giganteggiante, di dare una forma visibile a una nazione appena nata.

Alla fine di questo viaggio, quanto ci hanno messo a costruire i monumenti italiani?

L’immenso Colosseo, nella sua fase principale, circa dieci anni. Il Pantheon adrianeo, forse sette o otto. San Marco circa trent’anni per la basilica consacrata, ma secoli per diventare l’edificio decorato che vediamo oggi. La Torre di Pisa quasi duecento anni. Il Duomo di Firenze, circa 140 anni per arrivare alla cupola, ma oltre sei secoli se includiamo la facciata moderna. Il Duomo di Milano, quasi 579 anni. San Pietro 120 anni. La Reggia di Caserta quasi un secolo. La Mole Antonelliana 26 anni. Il Vittoriano, 26 anni per l’inaugurazione, 50 per il definitivo completamento.

Ma queste sono risposte da quiz a crocette, valgono poco.

La vera risposta è che ogni monumento ha un tempo di costruzione diverso perché nasce da un’idea diversa di potere. L’Impero romano costruisce in fretta perché dispone di una macchina statale enorme che ha bisogno di edifici subito. Le città medievali costruiscono lentamente perché devono raccogliere fondi, risolvere problemi tecnici, adattarsi alle guerre e alle crisi. Il Rinascimento costruisce attraverso il genio individuale, ma anche attraverso problemi collettivi rimasti insoluti per decenni. La Chiesa costruisce San Pietro come immagine materiale della propria universalità. Le monarchie costruiscono regge e monumenti per rendere visibile la propria potenza. L’Italia unita costruisce simboli nazionali perché deve creare il concetto di nazione unita.

Spesso chiamiamo questi luoghi “monumenti”, come fossero cose immobili, finite, ferme. Ma in realtà sono il contrario. Sono processi. Sono cantieri congelati. Sono compromessi diventati pietra. Sono errori diventati icone, come la Torre di Pisa. Sono vuoti risolti, come la cupola di Firenze. Sono ambizioni politiche, come il Colosseo e il Vittoriano. Sono sogni dinastici, come la reggia di Caserta. Sono secoli di lavoro collettivo, come il Duomo di Milano.

Un monumento, quindi, non è importante solo perché è antico, bello o famoso. È importante perché contiene il tempo. Il tempo di chi l’ha voluto, di chi l’ha pagato, di chi l’ha progettato, di chi ci ha lavorato senza poterne vedere la fine, di chi l’ha modificato, di chi l’ha restaurato, di chi l’ha usato per pregare, governare, celebrare, dominare e anche per ricordare.

La prossima volta che passiamo davanti a uno di questi luoghi evitiamo di pensarli come oggetti statici. Perché dietro quelle pietre, quei marmi, quelle cupole e facciate c’è una lunga conversazione fra generazioni che non si sono mai incontrate, ma che, in qualche modo, hanno lavorato tutte allo stesso cantiere.

Generazioni di persone che rendono il monumento vivo e in mutamento, e oggi il nostro compito è mantenere architettura e memoria vive per le generazioni future.

Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine.
Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...

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