Ora sappiamo che non c’è bisogno di essere fanatici, sadici o malati di mente per uccidere milioni di persone; è sufficiente essere un leale seguace pronto a fare il proprio dovere“. Si potrebbero riassumere con questo aforisma di Simon Wiesenthal, scrittore e superstite dell’Olocausto, i risultati di un esperimento di psicologia sociale che all’inizio degli anni ’60 destò scalpore nella comunità scientifica internazionale, sia per la modalità con cui esso venne messo in atto, sia per aver portato alla luce un lato oscuro della psiche umana fino ad allora sconosciuto.

Lo studio, divenuto classico, è noto come esperimento di Milgram, dal nome del suo autore Stanley Milgram, psicologo statunitense che dimostrò nella pratica la teoria della banalità del male.

Le origini dell’esperimento: il processo ad Eichmann

Nella primavera del 1961, quasi vent’anni dopo la fine del secondo conflitto mondiale, il The New Yorker inviò dietro sua esplicita richiesta la filosofa e scrittrice Hannah Arendt in Israele, dove avrebbe dovuto scrivere un reportage sul processo ad Adolf Eichmann.

A seguito della battaglia di Berlino e della caduta di Hitler, i destini di molti degli ufficiali nazisti presero strade diverse: alcuni scelsero di suicidarsi per non cadere prigionieri degli Alleati, altri vennero catturati e altri ancora riuscirono invece a fuggire all’estero e a nascondere la loro vera identità.

Adolf Eichmann fu uno di coloro che inizialmente scamparono alla cattura: riuscito a procurarsi dei documenti falsi, emigrò con tutta la famiglia in Argentina, dove per quasi dieci anni lavorò in un una fabbrica di automobili a Buenos Aires sotto il falso nome di “Ricardo Klement”. Eichmann venne infine catturato dal Mossad – l’intelligence israeliana – e processato per crimini contro l’umanità a Gerusalemme.

Ciò che avvenne durante il processo ad Eichmann, iniziato l’11 aprile 1961 e filmato da una troupe televisiva statunitense per tutta la sua durata, è stato riportato da Hannah Arendt nel suo saggio La banalità del male, dove la filosofa racconta ciò che più terrorizzò chi assistette al processo – ovvero, il mondo intero.

Tenente colonnello delle SS e cosiddetto “esperto di questioni ebraiche”, durante la dittatura nazista Eichmann si occupò prima dell’emigrazione forzata e della reclusione nei ghetti degli ebrei, per poi divenire l’esecutore materiale della soluzione finale. Eichmann supervisionò e diresse lo sterminio di migliaia di persone nei campi di concentramento, occupandosi degli aspetti logistici della deportazione e dell’esecuzione di prigionieri ebrei in numerosi lager – in particolare, Eichmann si adoperò affinché il trasporto dei deportati verso Auschwitz fosse più efficiente, con più persone stipate in un maggior numero di treni che partivano a diverse ore del giorno.

Il processo a Eichmann fu uno show trial sia per il suo esito scontato sia per l’enorme impatto mediatico che esso ebbe su scala mondiale: le registrazioni in esclusiva del processo vennero divulgate dalla troupe della Capital Cities Broadcasting Corporation a tutte le televisioni americane e del mondo, suscitando scalpore e sconcerto per la personalità di Eichmann che emerse durante il processo e per le dichiarazioni dell’ex nazista.

Di fronte al resoconto delle efferatezze compiute durante il periodo di guerra e alla sua attiva e all’apparenza cruciale partecipazione all’Olocausto, il pubblico si aspettava di trovarsi di fronte a una personalità sadica, profondamente disturbata e intrinsecamente malvagia e dotata di un’intelligenza acuta e perversa.

Ma Eichmann non appariva come nulla di tutto ciò.

Hannah Arendt scrive di lui: “Le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco né mostruoso”. Prima dell’iscrizione al partito nazionalsocialista, Eichmann aveva condotto una vita di ordinaria mediocrità: studente ben poco brillante, non era riuscito a conseguire il diploma di scuola superiore, obbligando il padre a ritirarlo dal liceo e a iscriverlo a una scuola di avviamento professionale per diventare meccanico, ma Eichmann abbandonò presto anche quella senza alcuna qualifica. Il suo primo impiego fu nell’azienda paterna, dove non si distinse: era infatti un ragazzo indolente, senza grandi capacità né aspirazioni.

Lavorò come rappresentante e, dietro insistenza paterna affinché trovasse un impiego stabile, come commesso viaggiatore, fino a che non fu assunto dietro raccomandazione ancora come rappresentante, ma perse anche questo lavoro a causa della Grande Depressione.

Eichmann non si era mai interessato di politica prima d’iscriversi al partito nazista, iscrizione che effettuò dietro suggerimento di un amico; quando nel corso del processo gli vennero chieste le motivazioni di questa scelta, Eichmann si disse deluso delle condizioni che il Trattato di Versailles aveva imposto alla Germania – una risposta vaga e qualunquista, che forse sottendeva una reale assenza di motivazioni chiare. Sempre dietro suggerimento da parte di conoscenti, Eichmann intraprese la carriera militare.

Il ritratto che emergeva dalla vita di Eichmann era quello di un uomo semplice, privo di cultura e di media intelligenza, che fece carriera non perché convinto dell’ideologia nazista – di cui mostrava di comprendere ben poco –, bensì per delle casualità e per l’aver compreso che con le giuste conoscenze e con l’efficienza sul lavoro gli sarebbe stato semplice garantirsi una posizione privilegiata.

Eichmann, nel complicato quadro gerarchico nazista e nelle trame politiche della Seconda Guerra Mondiale, restò sempre un burocrate, completamente avulso dalla politica e relegato a mettere in atto ciò che altri avevano progettato – compito che svolgeva con zelo, ma solo perché sperava in un avanzamento di carriera. Nel corso del processo, Eichmann esaltò i suoi presunti meriti, attribuendosene anche alcuni che non possedeva, e cercò di far passare la sua figura sotto una luce positiva, autoproclamandosi salvatore degli ebrei per averne forzato l’emigrazione e, infine, giustificandosi asserendo di stare solo eseguendo degli ordini.

Nel 2015, la BBC ha rilasciato, in occasione della Giornata della Memoria, il film The Eichmann Show – Il processo del secolo, in cui vengono mostrati i retroscena di quello che fu un vero e proprio spettacolo e che nel 1961 raggiunse, tramite lo schermo di una televisione, anche un giovane psicologo americano.

Stanley Milgram aveva dodici anni quando la Seconda Guerra Mondiale finì. Era nato a New York da genitori ebrei emigrati dalla Romania e dall’Ungheria, stato quest’ultimo duramente colpito dalle persecuzioni razziali e dalle deportazioni degli ebrei.

Sotto, Stanley Milgram:

La famiglia Milgram praticava attivamente l’ebraismo, e dopo la fine della guerra ospitò presso la loro casa alcuni parenti scampati ai campi di concentramento. I racconti dei sopravvissuti della sua famiglia e la vista dei tatuaggi dei prigionieri dei lager toccarono molto l’animo del ragazzo, che spesso si soffermava a riflettere su come, se fosse nato in Europa anziché negli Stati Uniti, sarebbe stato a sua volta deportato in un lager e molto probabilmente sarebbe morto in una delle camere a gas.

Milgram conseguì il suo dottorato in psicologia sociale all’Università di Harvard proprio nel periodo della cattura di Eichmann e iniziò a lavorare all’Università di Yale all’alba del suo processo. Tre mesi dopo l’inizio dello show trial, Milgram si chiese se la banalità del male potesse essere dimostrata scientificamente in laboratorio.

L’opinione pubblica dell’epoca aveva dipinto Eichmann come nient’altro che un burocrate, che si limitava a eseguire senza riflettere o protestare ordini impartiti da altri. La giustificazione di Eichmann – stavo solo eseguendo degli ordini – era stata esaminata anche quindici anni prima, dove nel processo di Norimberga si pose il dilemma se coloro che avevano adempito a degli ordini fossero effettivamente colpevoli e punibili.

Fra i gerarchi nazisti non erano mancate figure come i congiurati dell’Operazione Valchiria, o civili che si adoperarono per salvare le persone perseguitate dal regime rischiando le proprie vite in queste missioni. Eppure, la maggior parte dei soldati e dei civili obbedirono ciecamente agli ordini di Hitler e degli altri gerarchi, anche se questi imponevano di infliggere tortura e uccidere altri esseri umani.

La domanda a cui Milgram voleva rispondere era: ‘È possibile che Eichmann e i suoi milioni di complici stessero semplicemente eseguendo degli ordini?’

L’esperimento di Milgram

Nel 1961 Milgram pubblicò un annuncio su un giornale locale in cui cercava dei “volontari pagati” per un esperimento presso l’Università di Yale, e scelse in maniera casuale dei nomi sull’elenco telefonico a cui mandò tramite posta un invito a presentarsi in laboratorio. Raccolse così un campione di soggetti tutti di sesso maschile, fra i venti e i cinquant’anni, di diversa estrazione sociale e livello di cultura e Q.I.

Uno alla volta, ogni soggetto veniva fatto accomodare in una stanza in cui incontrava uno sperimentatore che aveva delle caratteristiche precise: di sesso maschile e a cui era stato fatto indossare un camice bianco al fine d’incrementare la sensazione di autorevolezza che emanava.

Al soggetto veniva fatto credere di stare prendendo parte a un esperimento che si prefiggeva di stabilire se le punizioni corporali avessero un effetto positivo sull’apprendimento.

Lo sperimentatore spiegava al soggetto che gli era stato assegnato il ruolo di “insegnante”, e gli consegnava una lista di coppie di parole mentre gli mostrava l’attrezzatura che aveva di fronte.

Nel laboratorio era stato allestito un generatore di corrente, e una persona era stata legata a una sedia elettrica.

Lo sperimentatore spiegava all’insegnante – il soggetto volontario – che avrebbe dovuto leggere ad alta voce le coppie di parole affinché l’“allievo” – la persona sulla sedia elettrica – le memorizzasse e ripetesse.

Sul generatore di corrente c’erano trenta leve poste in orizzontale, organizzate secondo una potenza crescente di 15 volt, e organizzate a gruppi di quattro recanti delle diciture sottostanti:

Scossa leggera; scossa media; scossa forte; scossa molto forte; scossa intensa; scossa molto intensa

Il penultimo gruppo di leve recava la dicitura ‘attenzione: scossa molto pericolosa’, mentre l’ultimo gruppo, la cui ultima leva corrispondeva a una scossa di 450 volt, recava soltanto tre croci.

Schema dell’esperimento Milgram. V: lo scienziato. L: il soggetto dell’esperimento. S: l’attore che simula dolore per le scosse elettriche.

Lo sperimentatore spiegava al soggetto che, ogni volta che l’allievo sulla sedia elettrica avesse sbagliato la risposta, egli avrebbe dovuto spingere la leva che gli avrebbe inflitto la “punizione”, ovvero una scossa elettrica.

Per ogni errore compiuto, il soggetto avrebbe dovuto premere di volta in volta una leva che avrebbe scaricato sull’allievo una scossa elettrica di potenza sempre maggiore e, qualora si rendesse necessario, a infliggergli una folgorazione di 450 volt. Per dimostrargli che non c’era finzione, lo sperimentatore legava al polso del soggetto un elettrodo e gli faceva esperire una lieve scossa premendo la terza leva.

Ma era tutto falso

L’esperimento era in realtà uno studio sull’obbedienza all’autorità, e la persona sulla sedia elettrica era un attore complice di Milgram e dello sperimentatore. Solo le prime tre leve del generatore di corrente rilasciavano scosse elettriche, mentre le altre erano fasulle. L’unica persona convinta che tutto ciò fosse reale era il soggetto che avrebbe dovuto infliggere la scossa, la vera “cavia” dello studio.

L’obiettivo era valutare quanto una persona fosse disposta a obbedire a un’autorità – lo sperimentatore –, anche quando gli ordini andavano contro delle leggi morali e potevano danneggiare qualcuno.

Milgram e i suoi collaboratori non si aspettavano davvero che i soggetti ignari si spingessero fino al punto di infliggere scosse potenzialmente mortali a un altro essere umano dietro ordine di una personalità autorevole. Tutti, Milgram compreso, credevano che i soggetti si sarebbero ribellati di fronte all’evidente dolore che stavano per infliggere all’attore sulla sedia elettrica.

Ma l’esperimento diede risultati sconvolgenti

L’attore sulla sedia elettrica, secondo le istruzioni di Milgram, sbagliava di proposito le risposte, così che il soggetto ignaro dovesse premere ogni volta una leva che sapeva rilasciare una scossa elettrica sempre maggiore. Dopo un certo numero di leve, come da programma, l’attore fingeva di provare dolore: iniziava con il lamentarsi, per poi gridare di dolore ogni volta che la finta scossa elettrica aumentava, fino a implorare di smetterla, di essere liberato, e arrivava al punto di fingere di perdere i sensi.

I soggetti avevano reazioni differenti. Mostrarono nervosismo di fronte alle urla dell’attore, alcuni chiesero di scambiare il posto con l’attore stesso, altri cercarono di enfatizzare o suggerire la risposta giusta. Quando chiedevano di poter interrompere l’esperimento, lo sperimentatore aveva il compito di rispondere con poche e concise parole:

Prosegua. L’esperimento richiede che lei continui

Non mancarono i soggetti che litigarono con lo sperimentatore o che si ribellarono alla sua autorità; ma alla fine, il 65% dei partecipanti ignari arrivò a completare l’esperimento, spingendo la leva che, se il generatore fosse stato attivo, avrebbe folgorato la persona sulla sedia elettrica.

Al termine dell’esperimento, i soggetti ignari erano sconvolti e alcuni sotto shock. Solo allora lo sperimentatore li accompagnava in un’altra stanza, dove spiegava loro che la persona sulla sedia elettrica stava bene e che nessuna scossa era realmente stata inflitta.

Milgram registrò sia l’esperimento sia i colloqui con i soggetti ignari dopo il termine dello studio. In queste registrazioni, alla domanda: “Perché ha continuato a infliggere le scosse, se pensava che la persona stesse soffrendo?”; spesso la risposta era: “Avrei voluto smettere, ma lei mi ha obbligato a continuare”.

Dopo l’esperimento

L’esperimento di Milgram attirò l’attenzione del pubblico quando il New York Times pubblicò un articolo intitolato: “Il Sessantacinque per cento in un test obbedisce ciecamente nell’infliggere dolore”.

Con i risultati del tutto imprevisti arrivarono anche le critiche, tanto che anche la National Science Foundation, che aveva finanziato Milgram nel suo studio, pretese una replica dei risultati.

Milgram venne accusato di non aver condotto l’esperimento rispettando i principi etici, poiché aveva ingannato i partecipanti; alcuni critici sottolinearono come, in fase di colloquio, molti dei soggetti ignari si giustificarono asserendo di aver capito fin da subito che le scosse non fossero reali o che fossero molto meno intense, mentre altri dissero di essersi fidati dell’apparente sicurezza dello sperimentatore. Milgram si vide rifiutata una cattedra di psicologia a causa del suo esperimento, e fu praticamente costretto ad andarsene da Yale.

Il mondo sembrava non voler accettare che la maggior parte delle persone fossero disposte a obbedire ciecamente a qualunque ordine imposto da un’autorità.

Milgram condusse ventitré varianti del suo esperimento, e in ognuna riportò risultati diversi ma che non contrastavano significativamente con quanto aveva scoperto nel primo test. Arrivò così a dimostrare ciò che il filosofo Immanuel Kant definì eteronomia, ovvero la situazione in cui una persona compie azioni che reputa immorali attribuendone la colpa ad altri – la difesa di chi stava solo eseguendo degli ordini.

L’esperimento di Milgram è studiato ancora oggi nei corsi di psicologia del mondo e insegnato ai militari dell’esercito degli Stati Uniti. Tuttavia, il lato oscuro di una mente umana pronta a obbedire ciecamente a qualunque ordine continua a spaventare. Forse conscio della paura che il suo esperimento aveva suscitato, Milgram decise di dedicarsi allo studio dell’obbedienza all’autorità sotto una nuova luce, dimostrando come l’autorità sia necessaria al buon funzionamento del mondo e di come l’obbedienza, se compresa e accettata, possa portare a dei risultati positivi.

Un invito a pensare con la propria mente.