Per moltissime persone la prima immagine di una famiglia romana richiama la scena quasi idilliaca del Gladiatore: il pater familias seduto al centro della casa, la moglie intenta a sorvegliare i figli, bambini che giocano nel cortile di una domus affacciata sulle strade di Roma o nelle campagne dell’Italia antica. È un’immagine che il cinema, la pittura ottocentesca e persino alcuni manuali scolastici hanno contribuito a diffondere, ma che nasconde una realtà molto più complessa. La domanda apparentemente semplice “quanti figli facevano i Romani?” apre una finestra su uno degli aspetti più duri dell’esistenza nel mondo antico: la lotta quotidiana contro la morte.
A differenza di quanto accade oggi, con le famiglie di tutta Italia che scelgono molto più che in passato di non avere bambini, il problema principale delle famiglie romane non era decidere se avere uno, due o tre figli. Il problema era riuscire a farne sopravvivere almeno qualcuno.
Gli storici della demografia antica hanno discusso per decenni su questo tema, e ancora oggi non esistono dati certi su cui basare le proprie affermazioni. Roma non effettuava censimenti moderni della popolazione e nessuno compilava statistiche dettagliate sulle nascite e sui decessi. Le informazioni devono essere ricostruite attraverso iscrizioni funerarie, papiri provenienti dall’Egitto romano, testi letterari, documenti amministrativi e confronti con società preindustriali simili.
Nonostante queste difficoltà, emerge un quadro sorprendentemente chiaro: una donna romana sposata e fertile doveva generalmente mettere al mondo diversi figli nel corso della vita, probabilmente tra quattro e sei, affinché la popolazione rimanesse stabile. Alcune donne ne partorivano molti di più. Altre morivano prima di completare il ciclo riproduttivo. Molti bambini non arrivavano nemmeno a festeggiare il primo compleanno.
Lo storico Walter Scheidel, uno dei maggiori specialisti della demografia romana, ha osservato che una popolazione come quella dell’Impero poteva mantenersi numericamente stabile soltanto attraverso livelli di fertilità elevati, compensando una mortalità estremamente alta. Non si trattava quindi di famiglie numerose nel senso moderno del termine, ma di una strategia biologica imposta dalle condizioni di vita.
Per comprendere questo fenomeno bisogna prima liberarsi di un equivoco molto diffuso: l’idea che nell’antichità le persone morissero tutte a trent’anni.
Spesso si legge che l’aspettativa di vita romana fosse compresa tra i venti e i trent’anni. Il dato è corretto, ma viene quasi sempre interpretato male. Non significa che un quarantenne fosse considerato vecchissimo o che pochi arrivassero alla vecchiaia. Significa piuttosto che moltissimi morivano durante l’infanzia.
Se un bambino riusciva a superare i primi anni di vita, le sue possibilità di raggiungere i cinquanta o sessant’anni aumentavano sensibilmente. Il problema era arrivarci.
Secondo le ricostruzioni elaborate da Roger Bagnall e Bruce Frier sulla base dei censimenti dell’Egitto romano, una quota enorme dei bambini moriva nei primi anni di vita. Le stime variano, ma molti studiosi ritengono plausibile che circa un quarto o un terzo dei neonati non superasse il primo anno, mentre quasi la metà dei nati non raggiungeva l’età adulta.
Dietro questi numeri si nasconde una realtà che le fonti antiche mostrano con crudezza.
Nei cimiteri romani sono state rinvenute migliaia di iscrizioni dedicate a bambini morti molto giovani. Alcune riportano semplicemente il nome e l’età; altre esprimono un dolore che appare sorprendentemente moderno.
In una stele funeraria si legge:
“Alla dolcissima figlia che visse tre anni, sei mesi e dodici giorni.”
In un’altra:
“Ai Mani di Primigenia, vissuta un anno e venti giorni.”
Queste formule si ripetono con impressionante frequenza nelle raccolte epigrafiche dell’Impero.
Il fatto stesso che l’età venga spesso indicata con precisione fino ai giorni dimostra quanto quei bambini fossero amati e quanto la loro perdita fosse sentita.
Per molto tempo alcuni storici hanno sostenuto che i genitori romani sviluppassero un minore attaccamento emotivo verso i figli piccoli proprio a causa dell’altissima mortalità infantile. Oggi questa interpretazione è ampiamente contestata. Le lettere private, le iscrizioni funerarie e i testi letterari mostrano invece genitori profondamente affezionati ai propri figli.
Plinio il Giovane, scrivendo della morte della figlia di un amico, descrive il dolore della famiglia con parole che potrebbero essere state scritte oggi:
“Non aveva ancora compiuto tredici anni e già possedeva la saggezza di una donna anziana e la dignità di una matrona.”
La sofferenza per la perdita di un figlio era dunque reale e intensa. Proprio per questo le famiglie continuavano ad avere bambini.
In una società nella quale molti figli morivano prima dell’età adulta, mettere al mondo numerosi bambini non era necessariamente un segno di particolare fecondità: era spesso una necessità.
Le donne romane si sposavano generalmente molto giovani. Nelle classi elevate il matrimonio poteva avvenire già a dodici o tredici anni, l’età minima prevista dal diritto romano. Nelle campagne e nei ceti popolari le età potevano essere leggermente superiori, ma comunque inferiori rispetto agli standard contemporanei.
Questo allungava il periodo fertile e aumentava il numero potenziale di gravidanze.
Le nascite erano inoltre influenzate dall’allattamento. Gli studi demografici mostrano che l’allattamento prolungato tende a ridurre temporaneamente la fertilità femminile. Tuttavia le pratiche variavano enormemente. Le famiglie ricche ricorrevano spesso a nutrici, consentendo alle donne dell’élite di tornare fertili più rapidamente. Le donne povere, invece, allattavano personalmente i figli e potevano avere intervalli più lunghi tra una gravidanza e l’altra.
La maternità era dunque una componente centrale dell’esistenza femminile.
Ma era anche pericolosa.
Oggi il parto è considerato un evento generalmente sicuro nei paesi sviluppati. Nel mondo romano non lo era affatto.
Le emorragie, le infezioni e le complicazioni ostetriche rappresentavano cause frequenti di morte. Non esistendo antibiotici, trasfusioni o chirurgia moderna, anche problemi relativamente banali potevano diventare fatali.
Le iscrizioni funerarie ricordano spesso donne morte durante il parto o poco dopo.
Una lapide proveniente dall’Italia romana commemora una giovane moglie:
“Morì dando alla luce il figlio che desiderava.”
Dietro queste parole si nasconde una tragedia comune a milioni di donne nel corso della storia.
La mortalità materna rendeva ogni gravidanza un rischio concreto e contribuiva a limitare il numero effettivo di figli che una donna poteva avere nel corso della vita.
Ma i Romani cercavano di controllare le nascite?
La risposta è sì.
Contrariamente a quanto si immagina, il mondo romano conosceva numerose pratiche contraccettive. Medici come Sorano di Efeso descrivono tecniche per evitare il concepimento, alcune delle quali probabilmente inefficaci, altre forse dotate di una certa utilità pratica.
Sorano consigliava, per esempio, che la donna si alzasse immediatamente dopo il rapporto sessuale e compisse movimenti fisici per favorire l’espulsione del seme. Raccomandava inoltre l’uso di sostanze vegetali applicate localmente.
L’aborto era anch’esso conosciuto e praticato, sebbene oggetto di dibattiti morali e giuridici.
Più controversa ancora era l’esposizione dei neonati.
Quando un bambino nasceva, il padre aveva il potere legale di accettarlo nella famiglia oppure rifiutarlo. I neonati indesiderati potevano essere abbandonati. Alcuni morivano. Altri venivano raccolti da estranei e cresciuti come schiavi.
Le fonti attestano chiaramente questa pratica.
Una celebre lettera proveniente dall’Egitto romano, datata al I secolo a.C., mostra la brutalità con cui poteva essere affrontata la questione. Un uomo scrive alla moglie incinta:
“Se è maschio, tienilo; se è femmina, esponilo.”
Questa frase, conservata su papiro, costituisce una delle testimonianze più dirette e sconvolgenti della mentalità del tempo.
Eppure sarebbe sbagliato immaginare che tutti i Romani ragionassero allo stesso modo.
Le famiglie aristocratiche erano ossessionate dalla continuità dinastica. I figli rappresentavano eredi, strumenti di alleanza politica e garanti della memoria familiare.
L’esempio più famoso è quello di Cornelia, madre dei Gracchi.
Plinio il Vecchio afferma che Cornelia partorì dodici figli. Tuttavia soltanto tre raggiunsero l’età adulta: Tiberio, Gaio e una figlia.
Dodici gravidanze per ottenere tre figli adulti.
Questo singolo esempio illustra meglio di qualsiasi statistica la realtà demografica del mondo romano.
Anche la famiglia di Marco Aurelio e Faustina offre un caso significativo. La coppia imperiale ebbe almeno tredici figli, ma molti morirono durante l’infanzia o la giovinezza. Alla morte dell’imperatore soltanto pochi erano ancora vivi.
Le stesse famiglie imperiali, dotate delle migliori cure mediche disponibili nell’epoca, non riuscivano a sottrarsi alla mortalità infantile.
Fu proprio osservando il calo delle nascite tra le élite che Augusto sviluppò una delle più ambiziose politiche demografiche dell’antichità.
Nei decenni successivi alle guerre civili, il primo imperatore era convinto che l’aristocrazia romana stesse scomparendo.
Per contrastare il fenomeno promulgò la Lex Iulia de maritandis ordinibus e successivamente la Lex Papia Poppaea.
Queste leggi premiavano il matrimonio e la procreazione, penalizzando invece il celibato e l’assenza di figli.
Particolarmente importante era lo ius trium liberorum, il “diritto dei tre figli”, che garantiva privilegi legali a uomini e donne che avessero raggiunto quella soglia.
Cassio Dione riferisce che Augusto pronunciò discorsi pubblici nei quali esortava i cittadini a sposarsi e ad avere figli, presentando la fertilità come un dovere civico oltre che familiare.
Dietro queste misure si nascondeva una preoccupazione autentica: la convinzione che le classi dirigenti stessero diventando troppo piccole per governare l’Impero.
Ma il fatto stesso che fosse necessario incentivare le nascite dimostra come i Romani non fossero affatto una società uniformemente pronatalista.
Molti aristocratici preferivano limitare il numero degli eredi per evitare la frammentazione dei patrimoni. Altri rimandavano il matrimonio. Altri ancora sceglievano deliberatamente di non avere figli.
In altre parole, alcuni problemi demografici che oggi consideriamo moderni erano già presenti duemila anni fa.
Alla fine, dunque, quanti figli facevano davvero i Romani?
La risposta più onesta è che non lo sappiamo con precisione.
Le migliori ricostruzioni disponibili suggeriscono che una donna romana dovesse partorire mediamente tra quattro e sei figli nel corso della vita affinché la popolazione rimanesse stabile, ma il numero effettivo poteva variare enormemente da una regione all’altra, da una classe sociale all’altra e da una famiglia all’altra.
Ciò che sappiamo con certezza è che la famiglia romana viveva in un equilibrio fragile, continuamente minacciato dalla malattia, dalla fame, dalle epidemie e dalla morte prematura.
Quando osserviamo una stele funeraria dedicata a una bambina morta a due anni, o leggiamo di una madre che ha partorito dodici figli per vederne sopravvivere soltanto tre, ci rendiamo conto che la domanda iniziale era forse mal posta.
Il problema non era quanti figli facessero i Romani.
Il problema era quanti riuscissero a tenere in vita.
Ed è proprio questa realtà, più di qualsiasi cifra, a ricordarci quanto fosse diverso il mondo nel quale vivevano. Una società capace di costruire acquedotti, strade e monumenti che ancora oggi dominano il paesaggio europeo, ma nella quale ogni nascita rappresentava una scommessa contro il destino, e ogni bambino che raggiungeva l’età adulta era, in un certo senso, una piccola vittoria sulla morte.

