La sera del 26 dicembre 1883 il Teatro alla Scala di Milano si accese di centinaia di lampadine e il pubblico, racconta la cronaca dell’epoca, restò più incantato dalle luci che dall’opera in cartellone. Era il segnale di un cambiamento che in pochi decenni avrebbe riscritto la vita quotidiana degli italiani. L’elettricità, nata come spettacolo per pochi, stava per diventare la cosa più normale del mondo: una lampadina da accendere girando un interruttore.

La prima scintilla parte da Milano

L’atto di nascita dell’Italia elettrica ha una data e un indirizzo precisi. Il 28 giugno 1883 entrò in funzione la centrale di Santa Radegonda, a pochi passi dal Duomo di Milano, prima centrale termoelettrica dell’Europa continentale.

La precedevano solo gli impianti di Holborn a Londra e di Pearl Street a Manhattan, entrambi del 1882. Dietro l’impresa c’era l’ingegnere Giuseppe Colombo, tornato dall’Esposizione di Parigi con un’idea fissa: portare in Italia il sistema messo a punto da Thomas Edison.

La centrale bruciava carbone per produrre corrente continua e illuminava gli esercizi del centro: il Caffè Biffi, i magazzini Bocconi che sarebbero poi diventati la Rinascente, alcuni teatri.

Le prime macchine installate erano poche unità, portate a sei quando si dovette alimentare la Scala. La copertura, insomma, era minima: qualche isolato attorno a piazza del Duomo, e l’elettricità restava un lusso urbano e commerciale. In casa, intanto, si continuava a vivere a lume di candela e di lampada a petrolio.

Tra l’invenzione e la presa di corrente sul muro di un appartamento qualunque sarebbe passato molto più tempo di quanto la cronaca scintillante della Scala lasciasse immaginare.

Dall’acqua delle Alpi alle prese di corrente

Il vero motore dell’elettrificazione italiana non fu il carbone ma l’acqua. Privo di giacimenti propri, il Paese trovò la sua fonte di energia nei fiumi e nei laghi alpini e appenninici, dove tra fine Ottocento e primi del Novecento sorsero decine di centrali idroelettriche. Quella corrente, prodotta in montagna e trasportata a valle, alimentò prima le fabbriche e i tram, poi via via le città.

L’arrivo nelle case fu lento e diseguale. Le grandi città del Nord furono cablate per prime, mentre nelle campagne e nel Mezzogiorno l’attesa si misurava in decenni. A complicare il quadro c’era una frammentazione quasi feudale: il servizio era gestito da una miriade di società private, ciascuna con la sua rete e le sue tariffe, spesso più care proprio dove i redditi erano più bassi. Avere o non avere la luce, e a quale prezzo, dipendeva in larga parte da dove si era nati.

L’energia diventa un diritto di tutti

Il riordino arrivò all’inizio degli anni Sessanta. Nel 1961 lo Stato unificò le tariffe elettriche su base nazionale per uguali fasce di consumo e impose alle aziende di allacciare chiunque ne facesse richiesta. L’anno dopo, con la legge del 6 dicembre 1962, nacque l’Enel e l’intera industria elettrica venne nazionalizzata, sul modello francese di Électricité de France.

L’obiettivo dichiarato era cancellare le discriminazioni territoriali su un bene considerato ormai la prima condizione dello sviluppo: la corrente doveva arrivare ovunque e costare lo stesso a parità di consumo. Come ricostruisce la Treccani nella storia del servizio elettrico italiano, fu il passaggio dai tanti sistemi regionali a una rete unica a rendere finalmente l’elettricità un servizio uniforme da Bolzano a Palermo.

Da allora la fotografia è cambiata di nuovo. Oggi il mercato è tornato aperto e la fornitura domestica si sceglie, non si subisce: chi decide come riscaldare casa o alimentare i propri apparecchi confronta formule diverse di prezzo, fisso o variabile, e valuta le offerte energia elettrica in base ai propri consumi reali.

È un ribaltamento curioso rispetto al 1883: allora la luce arrivava dove qualcuno decideva di portarla, oggi è la famiglia a stabilire da chi e a quali condizioni riceverla. La distanza tra le candele della Scala e la bolletta che leggiamo sullo smartphone si misura in poco più di un secolo.

Gli elettrodomestici cambiano la casa italiana

Fu il boom economico a trasformare l’elettricità da illuminazione a forza motrice domestica. Tra il 1958 e il 1965 le famiglie italiane con un frigorifero passarono dal 13 al 55 per cento, quelle con una lavatrice dal 3 al 23 per cento, mentre i televisori si moltiplicarono per quattro nello stesso giro di anni.

Marchi come Candy e Ignis, nati in officine di provincia, divennero in pochissimo tempo leader europei e riempirono le cucine di apparecchi che fino a poco prima sembravano fantascienza.

Il significato di quel salto va oltre i numeri. Il frigorifero liberò la spesa quotidiana, la lavatrice restituì ore di tempo soprattutto alle donne, la televisione cambiò il modo di passare la sera. La presa di corrente smise di essere un dettaglio tecnico e diventò il centro nervoso dell’abitazione, il punto da cui dipendevano conservazione del cibo, igiene, informazione, svago. Molti di quegli apparecchi nascevano da officine di provincia diventate in pochi anni colossi industriali, e i pagamenti a rate, introdotti proprio in quel periodo, permisero anche alle famiglie meno abbienti di portarsi in casa la modernità.

Da quel momento la domanda non fu più se avere l’elettricità, ma quanta consumarne e come gestirla. Il contatore divenne un oggetto familiare, la bolletta una voce fissa del bilancio domestico, l’interruttore un gesto talmente scontato da diventare invisibile.

È la stessa domanda, in fondo, che ci poniamo ancora oggi quando controlliamo i consumi sullo schermo del telefono, eredi di una rivoluzione cominciata con qualche lampadina accesa in un teatro di Milano poco più di un secolo fa.

Fonti

– Centrale Santa Radegonda, Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Centrale_Santa_Radegonda

– La nazionalizzazione dell’energia elettrica del 1962, Policlic: https://www.policlic.it/il-quarto-governo-fanfani-mantenne-limpegno/

– Il servizio elettrico dai sistemi regionali alla liberalizzazione, Treccani: https://www.treccani.it/enciclopedia/il-servizio-elettrico-dai-sistemi-regionali-alla-liberalizzazione_(Il-Contributo-italiano-alla-storia-del-Pensiero:-Tecnica)/

– La rivoluzione degli elettrodomestici, Archivio Fondazione Fiera Milano: https://archiviostorico.fondazionefiera.it/percorso-tematico/la-rivoluzione-degli-elettrodomestici

Antonio Pinza

Sono autore degli articoli SPONSORIZZATI da Aziende per Vanilla Magazine.

Quando avevo 3 anni volevo fare l’astronauta, oggi ho le idee molto meno chiare, ma d’altronde chi ha detto che bisogna avere un piano preciso? Nella vita ho “fatto” svariati lavori, praticato sport, viaggiato, letto e mangiato di tutto.

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