Nel 1940 a Londra i cinegiornali titolavano “Sai indossare la tua maschera antigas?” e una voce pacata iniziava a illustrare l’importanza di esercitarsi a indossarla fino a rendere quel gesto un’abitudine: “Alcuni di noi tendono a dimenticare la propria maschera”, rimproverava la voce, “Tutti i cittadini ne possiedono una ed è fondamentale che si esercitino ad indossarla.”

Distribuzione delle maschere alla Munster Road School di Fulham, Londra, 1938

In effetti, all’epoca in Gran Bretagna quasi tutti i cittadini disponevano di una maschera antigas, dal momento che nel 1938 il governo britannico aveva messo a disposizione trentacinque milioni di “respiratori per civili”.

Sala operatoria al Botkin Hospital, Mosca, 1936

Erano passati appena vent’anni dalla fine della Prima Guerra Mondiale, in cui vennero usati per la prima volta gas come il fosgene e l’iprite. Entrambi inventati da chimici inglesi, il fosgene era nato nel 1812 inizialmente come colorante chimico per tessuti. Si trattava di un composto formato da cloro e ossido di carbonio che se respirato attaccava le vie respiratorie provocando la morte.

Londra, 1935

L’iprite, invece, fu una scoperta che arrivò cinquant’anni dopo, ottenuta dalla mescolanza di cloro e zolfo. Era chiamato anche “gas-mostarda” per il suo odore che ricordava quello della senape. Questo gas colpiva direttamente la cute provocando vesciche su tutto il corpo e, se respirato, distruggeva l’apparato respiratorio.

Londra, 1939

Il fosgene venne impiegato la prima volta nel 1915 dall’esercito tedesco che lanciò apposite bombe contro le truppe francesi. Un anno dopo fu la volta degli italiani che nel giugno del 1916 subirono un attacco chimico sul Monte San Michele da parte dell’esercito austriaco. Questa volta però le bombole di gas non furono lanciate, ma vennero aperte allo scopo di creare una nube tossica che potesse essere sospinta dal vento.

Polizia in bicicletta, Parigi, 1935

L’iprite venne utilizzata nel 1917 dai tedeschi sia sul fronte orientale nella battaglia di Riga, sia, un mese dopo, in Italia durante l’offensiva di Caporetto. Oltre a queste due sostanze estremamente tossiche vennero usati anche altri gas meno pericolosi e con un impatto meno devastante sui soldati, come i lacrimogeni e i gas starnutenti.

Parigi, 1939

All’inizio gli eserciti si adoperarono per contrastare il pericolo degli attacchi chimici distribuendo ai soldati rudimentali maschere antigas, che però in molti casi non si dimostrarono efficaci dal momento che erano inadatte a respingere una composizione chimica sconosciuta. Per esempio, la maschera fornita dall’esercito italiano ai propri soldati non era in grado di contrastare né il fosgene né l’iprite e addirittura i soldati furono istruiti, in caso di mancanza di maschere durante un attacco chimico, a tenere in bocca un pezzo di pane bagnato, che avrebbe fatto da filtro, e a coprirsi il volto con un fazzoletto.

Truppe scozzesi a una parata militare durante la Prima Guerra Mondiale

Le stime totali degli attacchi chimici furono pesantissime:

80.000 morti e un milione e duecentomila intossicati

Nel 1938 un’altra guerra si prospettava all’orizzonte, così la Gran Bretagna e l’Europa continentale iniziarono a prendere precauzioni per tempo. Alla gente si raccomandava non solo di imparare a posizionare la maschera sul viso, ma anche di fare pratica e abituarcisi. Si consigliava di farlo almeno per dieci-quindici minuti una volta a settimana.

Potrebbe risultare fastidioso all’inizio, ma vi ci abituerete in fretta

diceva la voce durante il cinegiornale, e sugli schermi compariva una stanza piena di dattilografe che pigiavano le dita sui tasti fino a che il suono delle macchine da scrivere si interrompeva e una di loro prendeva una maschera antigas e la posizionava sul volto.

Contabili si preparano a un attacco chimico a Odessa, Russia, 1935

La paura di un potenziale futuro attacco con gas chimici non si limitava alla Gran Bretagna. Anche in Germania, Francia e Italia era possibile reperire facilmente le maschere, mentre nei territori dell’Unione Sovietica, che aveva pagato il prezzo più alto in termini di morti e intossicati, non più del dieci percento della popolazione ne possedeva una.

Centraliniste durante un’esercitazione, Londra, 1938

La grande diffusione delle maschere antigas come oggetti di uso quotidiano è dimostrata da un’eccezionale collezione di foto proveniente dal Burns Archive.

In una delle foto, una ballerina indossa la maschera di fronte allo specchio, in un’altra un chirurgo del Moscow’s Botkin Hospital opera con la maschera sul volto, in un’altra ancora, a indossarla sono centraliniste a Londra. La didascalia originale, in quest’ultima, recita “gli operatori, dal momento che indossano le loro maschere, possono restare al proprio posto a svolgere il proprio dovere anche nel caso in cui la stanza fosse piena di gas. Le maschere sono dotate di microfoni e auricolari che permettono la comunicazione”.

Barbara Giannini
Barbara Giannini

Ho studiato Archeologia medievale a La Sapienza di Roma, dopodiché ho intrapreso la strada dell’editoria lavorando per una casa editrice romana come editor e correttrice di bozze. Sono stata co-fondatrice nel 2013 di un’agenzia letteraria per la quale ho continuato a lavorare come editor e talent scout, rappresentando autori emergenti in Italia e all’estero. Attualmente sono iscritta al secondo anno di Lingue e Letterature Straniere all’Università Roma Tre e nel frattempo mi occupo di politiche ambientali. Sono appassionata di letteratura, arte, storia, musica e culture straniere.