Pseudo-Archeologia e verità “possibili”: solo Fantasia?

E’ vero, la pseudo-archeologia (o archeologia misteriosa) è più materia da romanzo che da studio storico. E difatti, libri e film che ne trattano riscuotono quasi sempre un grande successo, forse perché stimolano la curiosità di molti di noi, riuscendo sempre a dare una risposta su misteri irrisolti dalla scienza ufficiale.

Oppure può esserci anche un’altro motivo: le spiegazioni proposte sono di solito assai più affascinanti di quelle fornite dalla comunità scientifica internazionale, che basandosi, nel limite del possibile, sul dimostrabile (ecco perché si usano tanto spesso, in campo archeologico, i termini forse e probabilmente) non può certo far volare la fantasia tanto in alto, ad esempio tra stelle ed extraterrestri.

D’altronde, la preistoria e la storia stessa conservano ancora tanti misteri che lasciano ampio spazio a teorie pseudo-scientifiche, almeno finché non si dimostrano “possibili”. Il precursore di tutti gli appassionati cultori di archeologia misteriosa, spesso contaminata da elementi legati all’occultismo e al paranormale, è lo statunitense Charles Fort (1874-1932).

Charles Fort

Immagine di pubblico dominio

Diversamente da alcuni divulgatori odierni, Fort non può certo essere sospettato di aver portato avanti le sue teorie e scritto qualche libro allo scopo di arricchirsi, anzi: conduce quasi tutta la sua vita in una decorosa miseria, e uno solo dei suoi libri ha successo, Il libro dei dannati, dove il ricercatore (perché, pur da autodidatta, lo è a tutti gli effetti) analizza tutti quei fenomeni anomali ai quali la scienza ufficiale non dedica la dovuta attenzione proprio perché non sa spiegarli.

Copertina della prima edizione del Libro dei Dannati

Immagine via Wikipedia – Giusto Uso

Ecco allora che si interessa agli UFO, in un’epoca molto precedente all’uso del termine, agli artefatti fuori luogo (quelli che oggi chiamiamo OOPArts), alle strane piogge di animali, come rane e pesci caduti dal cielo (il film Magnolia si ispira proprio alle opere di Fort), sparizioni di persone e così via.

E’ sbagliato però immaginare Fort come un serioso ricercatore in lotta con la scienza ufficiale: lui è piuttosto uno scettico, dotato di grande senso umoristico, che non accetta a priori le teorie accreditate nel mondo scientifico, quando queste si rifiutano di prendere in esame altri punti vista, e fornisce diverse possibili interpretazioni, ipotesi alternative che talora collimano con quelle scientifiche, sempre specificando che tutte sono spiegazioni “possibili”.

Questo punto di vista sarà poi sviluppato, negli anni ’60 del 1900, dal filosofo della scienza Thomas Kuhn, non uno qualunque, ma uno studioso che si laurea, summa cum laude, in fisica, ad Harvard.

Alla fin fine Fort, che ha uno stile di scrittura satirico e talvolta sconcertante, è scettico anche nei confronti di se stesso: “Io non credo a nulla di ciò che ho scritto” dice, solo per affermare con maggior enfasi che per ogni fenomeno, o fatto, o artefatto misterioso, può esserci più di una spiegazione accettabile.

Lo scrittore-filosofo britannico Colin Wilson, pur non apprezzando particolarmente il lavoro di Fort, alla fine ne riassume così il pensiero:

“Espresso in una frase, il principio di Fort è qualcosa del genere: le persone con un bisogno psicologico di credere alle meraviglie non sono più prevenute e credulone delle persone con un bisogno psicologico di non credere alle meraviglie”.

Forti di questa considerazione, raccontare qualche ipotesi archeologica stravagante può risultare un esercizio non privo di senso, consapevoli di essere nell’ambito dell’indimostrabile (almeno fino a prova contraria).

La civiltà dell’antico Egitto, con i suoi tanti misteri ancora da svelare, è probabilmente quella che maggiormente attira l’attenzione dei cultori della fantarcheologia: dalla costruzione delle Piramidi alla misteriosa Sfinge, dagli artefatti inspiegabili (come lo Scarabeo di Tutankhamon) al processo di mummificazione.

La mummia di Ramses II

Immagine di pubblico dominio

Un’ipotesi esposta in un romanzo di pura fantasia, di genere thriller-archeologico (The Sphinx Scrolls, disponibile solo in inglese), pubblicato nel 2016, suggerisce qualcosa di sconvolgente: la prassi di mummificare i cadaveri dei defunti, nell’antico Egitto, non è altro che una pratica rudimentale ispirata ad una tecnica antichissima e molto più avanzata, in grado di preservare per lungo tempo i corpi umani, che potevano essere poi riportati alla vita. Un po’ quello che la scienza vorrebbe fare al giorno d’oggi con la criogenesi.

Per quanto inverosimile possa sembrare questa teoria – difatti è esposta in un’opera di fantasia senza pretese scientifiche – potrebbe ispirare chi è sempre a caccia di nuove spiegazioni per i misteri egizi. Senza spingersi in ipotesi nuove, basta attingere alle teorie di chi crede che in realtà gli antichi egizi fossero i discendenti di un’avanzatissima civiltà antidiluviana, forse proveniente da qualche altro pianeta, della quale si sono perse le tracce.

Tavoletta in argilla, con la storia del Diluvio universale, scritta in caratteri cuneiformi

Immagine via Wikipedia – licenza CC 0

La possibilità che antiche civiltà (non necessariamente extra-terrestri) abbiano popolato la Terra prima del cosiddetto Diluvio Universale – un evento riportato nelle mitologie di quasi tutti i popoli del mondo, e probabilmente verificatosi alla fine dell’ultima era glaciale, all’incirca 11.500 anni fa – non è un’ipotesi poi così peregrina, avvalorata da scoperte che potrebbero, se non altro, mettere in discussione (cosa che, secondo il pensiero di Fort, è sempre auspicabile) certezze fino ad ora acquisite. Ci sono, ad esempio, i resti megalitici di edifici poi sommersi dall’acqua, ritrovati in India e nel Mar dei Caraibi, o le numerose testimonianze di città perdute nell’impenetrabile giungla amazzonica.

Naturalmente, fino a che non sarà possibile studiare con metodo scientifico eventuali resti precedenti al diluvio, nessuno può fare ipotesi sul grado di civiltà raggiunto da quei popoli.

L’idea che gli antichi egizi e la loro cultura altro non fossero che il prodotto di una più antica civiltà, assai più avanzata, si basa su alcuni artefatti “inspiegabili”, non corrispondenti alle possibilità tecnologiche dell’epoca.

Addirittura, c’è chi avanza l’ipotesi che gli Egizi conoscessero l’elettricità, basandosi sui rilievi del Tempio di Hathor, a Dendera, dove sono incisi oggetti che sembrano raffigurare delle lampadine, almeno secondo l’interpretazione di qualche ingegnere elettrico (uno di loro ha perfino ricostruito, e fatto funzionare, un modello della “luce di Dendera”).

La “luce di Dendera”

Immagine di Olaf Tausch via Wikimedia Commons – licenza CC BY-SA 3.0

In realtà, la stragrande maggioranza degli egittologi fornisce un’altra interpretazione, basandosi sulle scritte che accompagnano l’incisione: un fiore di loto che dà alla luce il dio Atum-Ra, rappresentato come un serpente che emerge dal nulla, o appunto dal fiore di loto, ovvero la bolla ovale che qualcuno ha scambiato per una lampadina. Insomma, la misteriosa “luce di Dendera”, è spiegabile rifacendosi ai miti della creazione egizi.

D’altronde, nessun testo antico parla di elettricità, né tantomeno sono stati stati trovati artefatti collegabili a questa tecnologia, in nessun sito archeologico di tutto l’Egitto. Quindi, a parte l’assenza di tracce di fuliggine o di uso di torce all’interno del Tempio, la possibilità che quei rilievi mostrino delle lampadine elettriche è assai remota. Eppure, secondo alcuni, non rimane traccia di iscrizioni o di manufatti semplicemente perché l’uso dell’elettricità era segreto e riservato solo ai sacerdoti che celebravano i riti religiosi, che si premuravano poi di distruggere ogni prova.

Oltre alla “luce di Dendera”, ci sono però altri artefatti inspiegabili: profondi fori perfettamente circolari ricavati nella Piramide di Cheope, talmente perfetti da far supporre l’uso di uno strumento elettrico. Per non parlare poi di quelle incisioni nel Tempio di Sethi, ad Abydos, dove è facile farsi affascinare dalla pareidolia nel vedere un aereo e un elicottero.

Geroglifici che sembrano mostrare aerei e veicoli moderni

Immagine di Olek95 via Wikimedia Commons – pubblico dominio

Anche per queste immagini si possono trovare semplici spiegazioni, come la sovrapposizione di segni fatti in tempi diversi, ma almeno un dubbio sorge: possibile che sia tutto dovuto a coincidenze e a interpretazioni errate? Si potrebbe prendere in considerazione l’idea che gli antichi egizi abbiano rappresentato invece qualcosa che apparteneva a una civiltà precedente, di cui era rimasto solo il ricordo?

D’altronde, anche le tecniche necessarie per costruire le Piramidi di Giza sembrano arrivare da lontano, forse attraverso innumerevoli generazioni, così come sembra inspiegabile il mistero della Sfinge, che alcuni geologi ritengono più antica delle Piramidi di diverse migliaia di anni. Se così fosse, la teoria di una civiltà antidiluviana assumerebbe una maggiore credibilità.

La Sfinge e due delle Piramidi di Giza

Immagine di qualcuno10x via Wikimedia Commons – licenza CC BY-SA 2.0

Il tutto potrebbe essere dimostrato se mai si trovasse la leggendaria “stanza dei registri”, in qualche cavità sotto la Sfinge, che dovrebbe contenere papiri dove è riportata tutta la conoscenza dell’epoca e la storia della mitica Atlantide. Per ora, di questo tesoro non è stata trovata traccia, oppure, come sospetta qualcuno, non si vuole indagare più a fondo.

A parlare per primo di una civiltà così avanzata è il filosofo Platone, nel IV secolo a.C, nei suoi Dialoghi. Lui colloca Atlantide al di là delle Colonne d’Ercole, parlando di un tempo lontanissimo, all’incirca il 9600 a.C. Quell’isola misteriosa sarebbe poi sprofondata “in un singolo giorno e notte di disgrazia”.

Una mappa che mostra l’ipotetica estensione dell’impero di Atlantide

Immagine di pubblico dominio

Malgrado gli studiosi siano tutti più o meno concordi nel sostenere che l’Atlantide di Platone sia solo un mito, usato per spiegare le sue idee politico-filosofiche, qualcuno vuole ancora credere che in realtà il suo racconto abbia tratto origine da eventi del lontanissimo passato, come ad esempio l’eruzione vulcanica di Thera.

Alla fin fine, possiamo credere tutto e il contrario di tutto, a seconda della nostra propensione verso la “meraviglia”, e comunque, per metterla sul personale, mi avvalgo della facoltà di ripetere quanto diceva Charles Fort: “Io non credo a nulla di ciò che ho scritto”.


Pubblicato

in

da