Giappone, fine ‘800. Qualche anno dopo le splendide e idilliache immagini di Felice Beato, avventuriero e pioniere della fotografia documentaria, diversi fotografi scattarono alcune immagini che venivano colorate a mano, secondo la tecnica importata in Giappone dall’artista italiano. I soggetti però non erano gli splendidi paesaggi del periodo Edo, oppure la grazia delle artiste Geishe. I soggetti erano sempre belle donne, ma rinchiuse in gabbie, prostitute alla mercé del miglior offerente, segregate in attesa di clienti.

Era schiavitù sessuale

Le autorità giapponesi iniziarono a regolamentare la prostituzione nel paese sin dal periodo dello shogunato Tokugawa, quando nel 1617 si emanarono le prime leggi per limitare le aree di esercizio del “mestiere” a zone circoscritte delle città, gli yūkaku, fra cui si ricordano Yoshiwara a Tokyo, Shinmachi a Osaka e Shimabara a Kyoto.

Le prostitute iniziavano il mestiere da bambine, quando venivano vendute dai propri genitori come servi e assistenti per le prostitute anziane. Nel corso degli anni imparavano il lavoro, e a 13 o 14 anni circa erano pronte a soddisfare le richieste degli avventori, che entravano nei quartieri a luci rosse, blindati rispetto al mondo esterno.

Sotto, ingresso al quartiere:

Le bambine che, crescendo, non erano ritenute “abbastanza attraenti” o cui mancava qualsiasi tipo di “sex appeal” continuavano a vivere nei lupanari come serve, cuoche, donne di fatica etc. Alcune donne, sebbene non fosse pratica usuale, divenivano prostitute in età adulta, ad esempio alcune Onna-Bugeisha potevano esser mandate in punizione nei quartieri a luci rosse per un periodo da 3 a 5 anni come castigo per qualche grave decadenza morale o errore grossolano.

Le donne, detenute all’interno dei quartieri, venivano scambiate come schiave fra i diversi bordelli, attraverso un complicato sistema di accordi fra i proprietari delle case, in modo da garantire un’esperienza sempre “nuova” per i clienti.

La parte esterna del quartiere a luci rosse:

La vita nei quartieri a luci rosse era tutt’altro che disseminata di petali di rose. Malattie veneree, gravidanze continue, aborti forzati e ogni tipo di altro problema connesso all’esercizio della professione di prostituta, con l’aggiunta di esser confinate in un quartiere murato, era all’ordine del giorno. Le donne detenute all’interno potevano uscire solo in casi rarissimi: la morte imminente di un parente e per l’hanami, l’annuale fioritura dei ciliegi.

L’interno di un quartiere:

Le fotografie della galleria, tratte dall’album Flickr “Prostitutes of Old Japan”, furono scattate nel periodo che va dal 1880 agli ultimi anni del XIX secolo circa. Fra queste ragazze non dovrebbero esser visibili le cosiddette “Karayuki-san”, donne giapponesi che furono vendute come merce all’estero, con destinazione principalmente Asia continentale, Manciuria, Siberia e zone limitrofe, a causa di una terribile carestia che colpì le zone rurali del Giappone. Loro, come le colleghe nei quartieri yūkaku, vissero una vita alla mercé di padroni e clienti.

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Tutte le fotografie sono di pubblico dominio.

Matteo Rubboli
Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine. Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...