La storia di Prometeo, Epimeteo e Pandora è un conosciutissimo mito dell’antica Grecia, raccontato e raccontato all’infinito nel corso dei millenni. Forse perché è la storia stessa dell’umanità, un mito che spiega la creazione dell’uomo, la nascita della conoscenza, e racconta di un’età felice senza dolore e degli orribili inizi di una condizione di miseria, in breve della rottura fra gli dei e gli uomini.

Il mito narra che quando l’universo era stato creato, la terra si era formata dal caos. Quindi gli dei decisero di popolare il pianeta con creature che potessero vivere grazie ai loro doni.

Prometeo crea l’uomo – Miniatura in calcedonio, 30 a.C, circa

Immagine di pubblico dominio

Il compito di creare l’uomo e gli altri animali fu affidato ai fratelli titani Prometeo ed Epimeteo, gli unici di quella stirpe di dei primordiali (che non appartengono quindi alla congrega degli dei dell’Olimpo) a non essere rinchiusi nel Tartaro da Zeus.

Prometeo, il cui nome significa “colui che riflette in tempo”, era saggio, con il dono della lungimiranza. Pensò a ciò che sarebbe stato necessario negli anni a venire. D’altra parte Epimeteo, “colui che riflette in ritardo” era avventato e impulsivo. Incapace di pianificare il futuro, si preoccupava solo del presente.

I fratelli iniziarono a creare la vita sulla terra. Epimeteo plasmò rapidamente animali che vivevano nelle foreste, nuotavano nei mari e volavano nell’aria. Fu così impulsivo da fornire a queste creature diversi doni: “Nel compiere la distribuzione, ad alcuni donava la forza e non la velocità, e ad altri invece, i più deboli, la velocità per la fuga (Platone, Protagora).

Alcune specie ebbero così le ali, altri artigli o zoccoli e poi pellicce per il freddo e così via. Insomma Epimeteo finì tutti i doni possibili.

Mentre suo fratello creava creature con poco pensiero, Prometeo lavorava con cura alla creazione dell’uomo da un mucchietto di argilla, che modellò secondo l’immagine degli dei e lo progettò per essere più nobile di qualsiasi altra bestia. Senza più doni da elargire, Prometeo rubò ad Atena l’intelligenza e la memoria, che regalò agli uomini.

Prometeo dà vita all’uomo – Jean-Simon Barthelemy, 1802

Immagine di pubblico dominio

Già da questo gesto si capisce da che parte sta Prometeo:

Da quel momento in poi il titano, a suo rischio e pericolo, sarà sempre amico dell’umanità

Zeus non era molto contento di quei doni fatti agli uomini, pericolosi per le capacità che avrebbero potuto sviluppare. Alla fin fine Zeus non amava molto quelle creature un po’ troppo simili agli dei.

Poi accadde che, in un tempo nel quale ancora uomini e dei trascorrevano del tempo insieme, Prometeo favorì le sue creature attribuendo loro con l’inganno la parte migliore di un toro sacrificato. Zeus, che aveva scelto personalmente la porzione di carne apparentemente più gustosa, che in realtà consisteva solo di ossa, infuriato con Prometeo per essere stato raggirato, anziché prendersela con lui punì gli uomini:

Tolse loro il fuoco, rappresentazione simbolica della forza della conoscenza

Il Titano non poteva sopportare di vedere le sue creature ridotte a uno stato poco più che bestiale e, ancora una volta, decise di aiutarle: una notte si arrampicò sull’Olimpo e attese Febo, il dio del sole che all’alba usciva con il suo carro di fuoco. Ne rubò una scintilla che nascose in bastone cavo, e ne fece dono agli uomini.

L’ira di Zeus fu incontenibile: per tre giorni e tre notti tempeste, terremoti e alluvioni si abbatterono sulla Terra, ma il re degli dei non aveva ancora finito. Decise di punire direttamente Prometeo, e poi di affliggere gli uomini con mali di ogni sorta.

La punizione di Prometeo

Ciotola spartana – 550 a.C. circa

Prometeo si era dimostrato un traditore della sua stirpe e Zeus escogitò una punizione terribile: ordinò al dio-fabbro Efesto di incatenare Prometeo a una roccia del Caucaso, la più esposta alle intemperie.

Efesto, a malincuore, dovette obbedire:

“O ribelle Prometeo, dovrò incatenarti alla roccia disumana con blocchi di bronzo impossibili da spezzare. Qui non vedrai più figure, né voci di esseri viventi, ma immobilizzato e cotto alla vampa del fiammeggiante Sole, sentirai la tua carne sfiorire e a poco poco sformarsi.” (Eschilo, Prometeo incatenato).

Efesto incatena Prometeo – Dick van Baburen, 1623

Immagine di pubblico dominio

Ma la tortura non finiva qui: Prometeo all’improvviso sentì un frullo d’ali. Era un’aquila inviata da Zeus per divorargli il fegato, che ogni notte sarebbe ricresciuto, in un supplizio destinato a continuare per l’eternità.

Prometeo incatenato – Nicolas-Sebastien Adam, 1762

Immagine di pubblico dominio

La punizione degli uomini

In questo caso Zeus superò se stesso:

“Qual pena per aver rubato il fuoco, voglio donare ai mortali un male di cui dovranno essere contenti, in modo che facciano festa al loro stesso male” (Esiodo, Le opere e i giorni).

Ordinò così a Efesto di plasmare la prima donna, Pandora, bellissima d’aspetto ma con “in petto l’indole ingannatrice, le menzogne e gli astuti discorsi” (Op. cit.)

Pandora offre il vaso a Epimeteo – XVI secolo

Immagine di pubblico dominio

E’ destinata a Epimeteo la prima donna del genere umano, insieme a un vaso dal contenuto misterioso. Dopo aver rifiutato quel bellissimo regalo, ricordando gli ammonimenti del fratello a non fidarsi di Zeus, Epimeteo alla fine lo accettò, forse sperando di salvare così Prometeo. Le conseguenze furono catastrofiche: Pandora, pare su istigazione di Zeus, aprì il vaso per vedere cosa ci fosse.

Particolare di “Pandora sta per aprire il vaso” – John W. Waterhouse, 1896

Immagine di pubblico dominio

Ne uscirono tutti i mali del mondo, quelli che affliggeranno il genere umano da quel giorno in avanti. Rimase dentro solo la speranza, l’unica luce rimasta a illuminare la vita degli uomini. Tutto questo, a detta di Esiodo, per colpa di una donna:

“Da lei infatti, nacque la stirpe nefasta delle donne. Ah, quale immensa sciagura per gli uomini mortali!” (Esiodo, Teogonia)

Attribuire la responsabilità a Zeus forse poteva essere pericoloso, vendicativo com’era…

Prometeo, da quei lontanissimi giorni in cui nacque il suo mito, è sempre stato il simbolo della lotta a un potere tirannico, ma anche una metafora dei rischi che si corrono superando i propri limiti.

Liberazione di Prometeo – Carl Bloch, 1864

Immagine di pubblico dominio

Ma i Greci, che nella elpis, lo spirito della speranza, ci credevano davvero, immaginarono un’altro finale per la storia di Prometeo: il tragediografo Eschilo, in un’opera perduta intitolata Prometeo liberato, racconta di come Eracle sia riuscito a uccidere l’aquila di Zeus e a liberare il Titano. Alla fine, il ribelle Prometeo vinse la sua lotta contro la divinità avversa.

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.