Parlando di antico Egitto, subito vengono alla mente le grandi piramidi della piana di Giza, o la magnificenza della tomba di Tutankhamon, oppure la bellezza eterna del busto di Nefertiti. Eppure, la storia d’Egitto è molto altro ancora.

Il periodo predinastico, che abbraccia un arco di tempo tra il 6.000  e il 3.150 a.C. circa, seppure ancora per molti versi misterioso, è fondamentale per comprendere lo sviluppo della successiva civiltà egizia, quella più conosciuta dei Faraoni. Perché tutto comincia da lì, da quei popoli che abitavano le fertili valli del Nilo fin dalla più lontana preistoria, già 120.000 anni (cultura acheuleana) prima della nascita di Cristo.

Popolazioni nomadi di cacciatori-raccoglitori abbandonano le aree desertiche del Maghreb per spostarsi verso est, attorno a 40.000 anni fa, e lasciano traccia di sé a Wadi Halfa, in quella regione un tempo chiamata Nubia, oggi Sudan, al confine con l’Alto Egitto.

Wadi Halfa nel 1890

Costruiscono rifugi “mobili”, forse coperti con pelli di animali o foglie, sostenuti da pali di legni, ma che hanno pavimenti in pietra. Tra il 15.000 e i 10.000 a.C. diversi popoli si insediano lungo il Nilo, e così inizia il lungo percorso che avrebbe portato a una delle civiltà più avanzate del mondo antico.

Le società della cultura Qadan e altre (Sebiliana e Harifiana), intorno al 10.000 a.C, si trasformano grazie all’agricoltura: non sono più popoli nomadi ma diventano sedentari, nascono quindi comunità permanenti. La preistoria, dal paleolitico avanza verso il neolitico, passaggio non ben conosciuto in Egitto, ma comunque documentato dalla cultura Faiyum (9000-6000 a.C.): intorno a un antico lago molte persone vivono di agricoltura caccia e pesca, producono ceramiche, costruiscono capanne e scavano “cantine” per conservare i cereali. Le comunità si allargano e iniziano a riconoscere l’autorità di un capo-tribù, il primo passo verso una società strutturata.

Coltello di Gebel el-Arak con manico in avorio – 3300 a.C. circa

Immagine di Rama via Wikimedia Commons – licenza CC BY-SA 2.0

La cultura Badariana (4.000-4.500 a.C. circa), che si sviluppa nell’Alto Egitto, mostra già i segni di sepolture organizzate in base a credenze religiose. I defunti vengono sepolti con un corredo funebre che comprende armi e utensili ma anche cibo e oggetti personali: la morte non è la fine di tutto ma l’inizio di un viaggio nell’aldilà.

La più importante delle civiltà predinastiche è quella conosciuta come Naqada, che si divide in tre periodi: da Naqada I (4000-3500 a.C.) – dove le capanne si trasformano in case con muri di fango e canne, hanno certamente un focolare e forse anche finestre – fino a Naqada III (3200-3150 a.C.), che è quasi l’inizio della civiltà egizia dei Faraoni, tanto è vero che il periodo viene talvolta chiamato Dinastia Zero o Protodinastico: i villaggi si trasformano in città mentre il commercio consente scambi di beni e di informazioni, anche con la lontana Mesopotamia.

Figura di donna in osso e occhi di lapislazzuli – Cultura Naqada I

Immagine via Wikimedia Commons – Uso libero

Ci sono tre importanti città stato: Thinis, Naqada e Nekhen, che entrano a far parte di un solo regno, quello dei leggendari Re Scorpione (I e II), prima che Narmer (o Menes, che forse è la stessa persona o forse no) unificasse l’Alto e Basso Egitto, dando inizio alla prima dinastia.

Reperti trovati a Nekhen durante i primi scavi

Immagine di pubblico dominio

Nekhen (l’attuale el-Kom el-Ahmar), chiamata anche Hierakonpolis (in greco: “città del falco”), è una città di fondamentale importanza tra il 3.200 e il 2.686 a.C, anche se le sue origini risalgono sicuramente a molti millenni prima, probabilmente alla fine della cultura Badariana.

Scavi a Nekhen – 1910 circa

Immagine di pubblico dominio

I primi a trovare le sue rovine sono due archeologi inglesi, James Quibell e Frederick Green, alla fine del 19° secolo. Già loro, che pure conducono gli scavi in maniera piuttosto confusa e mal documentata, ipotizzano che la città contasse tra i 5.000 e i 10.000 abitanti nel periodo di maggiore espansione, in epoca protodinastica.

Posizione di Nekhen sulle rive del Nilo

Immagine di pubblico dominio

Nekhen è il luogo di culto principale del dio Horus (il falco) anche quando la città perde la sua importanza politica, e lo sarà ancora per molto tempo, dopo l’inizio dell’Antico Regno.

In realtà Hierakonpolis è di fondamentale importanza per tutto lo sviluppo della civiltà egizia. Gli archeologi Quibell e Green trovano, nel “deposito” sotterraneo del tempio di Horus, il pomo di uno scettro, in pietra calcarea, che raffigura un sovrano sconosciuto, poi chiamato Re Scorpione II.

Il pomo dello scettro del re Scorpione

Immagine via Wikipedia- Uso libero

Il Re Scorpione, dettaglio del pomo

Immagine di Udimu via Wikimedia Commons – licenza CC BY-SA 3.0

Un altro reperto importante, sempre rinvenuto nel “deposito”, è la tavoletta di Narmer, che esalta l’unificazione del Basso e Alto Egitto per mano di re Narmer, che alcuni studiosi identificano con il Re Scorpione II.

La tavoletta di Narmer

Immagine di pubblico dominio

Poi ci sono le tombe di Nekhen, anche queste preziose per capire lo sviluppo della cultura egizia: la Tomba 100 contiene la più antica testimonianza di un murale dipinto su una parete di gesso, con simboli usati ancora per millenni: una processione di barche, animali selvatici e un insospettabile Maestro degli Animali (un uomo che combatte con due leoni).

Dipinto murale nella tomba 100 di Nekhen

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Maestro degli animali – Tomba 100

Immagine di pubblico dominio

Cane da caccia al guinzaglio

Immagine di pubblico dominio

Scavi condotti negli anni ’70 e poi ’90 del 1900, e ancora dal 2001, hanno portato alla luce qualcosa di sorprendente: in una tomba, insieme al defunto, sono sepolti animali selvaggi, ovvero sette babbuini, un ippopotamo e un gatto selvatico.

L’egittologa Renee Friedman, responsabile degli scavi a Nekhen, racconta: “Ogni volta che troviamo una sepoltura umana, troviamo animali sempre più strani”.

Secondo Friedman, si tratta di animali probabilmente tenuti in cattività, che portano i segni di ferite curate dalla mano dell’uomo. Se così fosse, a Nekhen sarebbe nato il primo zoo del mondo, simbolo della ricchezza e della potenza del sovrano del luogo. Perché, se uccidere un animale selvaggio poteva essere tutto sommato facile, curarlo e tenerlo in custodia non lo era certamente altrettanto, se si pensa che sono stati rinvenuti i resti di un leopardo, bovini selvatici, due elefanti, ippopotami e coccodrilli.

Questi ritrovamenti gettano una luce nuova sulla storia poco conosciuta dell’Egitto predinastico, che certamente ebbe grande influenza nello sviluppo della religiosità nella successiva cultura egizia.

Testa d’oro di Horus

Immagine di GoShow via Wikimedia Commons – licenza CC BY-SA 3.0

In particolare sul rapporto uomo-animale: se sicuramente molte di quelle bestie furono mangiate, altre furono sacrificate forse per dimostrare come il mondo naturale, di per sé ostile, potesse essere tenuto sotto controllo. I coccodrilli e gli ippopotami simboleggiavano il potere e i pericoli del fiume Nilo, dal quale però dipendeva il destino stesso della città. Più in generale, gli animali selvaggi venivano considerati per la loro grande influenza nella vita della comunità, mai ridotte a creature bisognose di protezione o antropomorfizzate, anzi:

Il sacrificio rituale li rendeva intermediari tra gli uomini e gli dei

I resti di tutti quegli animali sembrano quindi dimostrare – sia che fossero tenuti nel primo zoo del mondo, sia che fossero sacrificati agli dei o sepolti con i loro padroni – la loro posizione centrale nella vita della Città del Falco. Una posizione centrale che non bisogna considerare con sguardo moderno, che troppo stesso distorce una realtà molto, molto lontana nel tempo.

Per le notizie sui ritrovamenti di animali a Nekhen la fonte è JStor.org

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.