Il Priapismo e la scaramanzia erotica dei Romani

Pochissimo tempo fa sono stato a Napoli a presentare il mio libro “L’ultima ora, la storia dell’uomo attraverso la pena di morte”, e ne ho approfittato per andare a far visita al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Sono entrato anche nel “Gabinetto Segreto”, ne avevamo parlato in un video dell’anno scorso visto da quasi mezzo milione di persone, e mentre ero lì ho visto il “curioso” dipinto di Priapo, così ho chiamato Annalisa e ho pensato fosse il momento di realizzare un contenuto sulla storia del priapismo, perché si chiama così e come mai gli antichi mettessero fossero tanti falli in giro per le strade e dentro le case. Prima di continuare però vi ricordo che per sostenerci è fondamentale che vi iscriviate, il tasto rosso lo trovate proprio qua sotto. Senza di voi, senza i vostri commenti, i like, gli abbonamenti e le iscrizioni come faremmo?

Il priapismo è una malattia non molto diffusa, che registra all’incirca 1 caso ogni 100mila persone. L’enciclopedia Treccani la definisce come “sindrome clinica a carattere intermittente e persistente, caratterizzata da erezione dolorosa del pene, di lunga durata, non accompagnata da eccitamento sessuale e non seguita da eiaculazione”. Il priapismo, come malattia, è un argomento che può essere trattato solo dai medici, ma può essere interessante scoprire da dove derivi il suo nome. Chi lo ha scelto, si è ispirato a una divinità greca e poi romana, Priapo, che si riconosce subito dall’enorme fallo, perennemente eretto.

Lo scandaloso Priapo

Priapo è un dio minore, piuttosto rozzo, che rappresenta l’istinto sessuale maschile e la potenza riproduttiva. Di conseguenza, simboleggia la fertilità, non solo umana, ma anche quella animale e vegetale. E’ il protettore del bestiame, degli orti e dei giardini, delle vigne, ma anche delle api e dei pesci. E’ insomma il simbolo di una natura che si rigenera di continuo, nell’eterno ciclo di vita, morte e rinascita.

Il culto di Priapo nasce in Anatolia, e da lì si diffonde nel resto della Grecia, senza incontrare un favore particolare, almeno fino all’età ellenistica, dal III secolo in poi. Il mito racconta che Priapo è figlio della dea dell’amore Afrodite, e di Dioniso, divinità un po’ folle e misteriosa che usa il vino e la danza per raggiungere un delirio mistico. Mentre Priapo è ancora nel grembo materno, la dea Era lo maledice, perché è gelosa di Afrodite, che il mortale Paride aveva giudicato la più bella tra le dee dell’Olimpo. E così Priapo nasce non solo brutto d’aspetto e non troppo intelligente, ma anche con il caratteristico fallo di dimensioni esagerate. Non è un dono, anzi: al momento dell’amplesso la sua prodigiosa erezione scompare, e così il dio superdotato è in realtà impotente.

Priapo non si fa molto benvolere dagli dei e dalle dee dell’Olimpo, per quel suo modo troppo istintivo, quasi primordiale, di rappresentare l’amore fisico. Alla fine, lo cacciano giù dalla loro dimora, perché tenta di violare la sacra verginità della dea greca Estia, che a Roma diventerà Vesta. A quanto racconta Ovidio, la dea Cibele organizza una festa e invita “gli dei eterni”, ma anche satiri e ninfe. Il vino scorre a fiumi per tutta la notte, poi qualcuno prende a vagare senza meta, mentre altri si sdraiano sull’erba e c’è chi finisce per addormentarsi. Priapo insegue le ninfe e le dee, fino a quando vede Estia, che dorme pacificamente. Il cuore gli parte a mille e si avvicina in punta di piedi, ma quando sta per toccarla, un asino si mette a ragliare all’improvviso, svegliando la dea. Priapo è costretto a fuggire, per sempre cacciato dall’Olimpo, e da quel momento in poi nei sacrifici in suo onore si uccide un asino. Sia in Grecia sia nel mondo romano, a Priapo e a Dioniso venivano dedicate delle processioni chiamate falloforie. In mezzo ad un eterogeneo corteo che intona canzoni oscene, troneggia un gigantesco fallo di legno. Il rito, che deve essere di buon auspicio per i raccolti, si conclude irrigando i campi con una miscela di acqua, miele e vino, in una sorta di rappresentazione simbolica dell’eiaculazione, che genera la vita.

Il culto di Priapo arriva in Italia intorno al III secolo a.C. e sostituisce una più antica divinità itifallica romana, Mutinus Tutunis. Priapo, così brutto e poco elegante, non incontra molta fortuna tra chi abita in città, ma è venerato “dove pascolano capre e pecore o dove sono presenti sciami di api” (Pausania).

E’ insomma un dio un po’ plebeo, rustico, invocato però anche dalle nobili fanciulle romane, che prima di sposarsi si rivolgono a lui, pregandolo di rendere piacevole la loro prima esperienza sessuale. Anche le donne già sposate hanno l’abitudine di portare collane o bracciali con simboli fallici, che avrebbero dovuto garantire la loro fertilità. Allo stesso modo, nei campi e negli orti, i contadini posizionano cippi e simulacri a tema, per proteggere i raccolti dagli uccelli, ma anche dai ladri, che Priapo minaccia di violentare in svariati modi se osano rubare i frutti della terra.

Le rappresentazioni più conosciute di Priapo hanno anche un’altra funzione: scacciare l’invidia e il malocchio. Per questo si trovano all’ingresso di ville e case, ma anche di negozi e attività commerciali. L’esempio forse più famoso si trova a Pompei, nella Casa dei Vettii. Nel vestibolo, ad accogliere gli ospiti, c’è un affresco che raffigura Priapo nell’atto di pesare il suo smisurato fallo, avendo come contrappeso un sacco d’oro. A ricordare il legame con la fertilità vegetale c’è anche un grande cesto di frutta collocato ai suoi piedi. E’ quindi un simbolo di prosperità, ma ha anche un valore scaramantico, di protezione dal malocchio.

Il legame tra Priapo e il mondo naturale è indissolubile, e per questo le sue rappresentazioni trovano posto nei giardini, negli orti, e anche per delimitare i confini nei campi coltivati. Sono cippi e piccoli pilastri dotati di attributi sessuali maschili, magari stilizzati, che continuano ad essere usati, nelle aree rurali, anche molto tempo dopo l’avvento del cristianesimo.

Ma nei giardini romani non c’è solo Priapo. Ci sono anche le creature mitologiche che vivono nella natura: i satiri, le ninfe, e divinità come Dioniso e Pan, assimilati dalla cultura greca. Sono spesso rappresentati in giochi erotici che per molto tempo hanno destato scandalo anche tra gli addetti ai lavori, storici dell’arte e archeologi. Come il gruppo marmoreo di Pan e la capra, che ornava il giardino della Villa dei Papiri di Ercolano, definito opera “lascivissima” da un artista come Luigi Vanvitelli. Perché la scultura riproduce un atto sessuale tra il dio Pan e una capra, e quindi non é solo un’opera a tema erotico, ma qualcosa di molto più scabroso. Qualcosa che giusto pochi studiosi possono vedere.

Il Gabinetto Segreto 

Quando a Pompei ed Ercolano iniziano gli scavi, nel 18° secolo, tutte le opere a tema erotico sono considerate pornografia, talmente esplicite da risultare imbarazzanti. Nel 1816 Ferdinando di Borbone, unificando diverse collezioni d’arte, istituisce il “Real Museo Borbonico” (oggi Museo archeologico nazionale di Napoli), dove trovano collocazione anche i reperti provenienti da Ercolano e Pompei. Già in quella prima sistemazione, chi cura l’esposizione delle “cose oscenette”, suggerisce che siano radunate in una sala riservata, come di fatto accade a partire dal 1794, per volere del pittore di corte e consulente artistico Philipp Hackert.

Sempre lui consiglia di riservare, nel futuro Real Museo in fase di allestimento, “alcune stanze libere per riporvi il Priapismo ed altre cose, per cui ci vuole un Dispaccio particolare per vederle”. Il consiglio del pittore non viene ascoltato, almeno fino al 1819, quando l’erede al trono Francesco I, in compagnia della moglie Maria Isabella di Borbone-Spagna e della figlia Luisa Carlotta, di nove anni, vanno in visita al museo. La famiglia reale rimane letteralmente scioccata alla vista di quei reperti d’arte erotica scandalosi, davvero troppo espliciti, non solo per fanciulle e donne maritate, ma più in generale per tutti i visitatori. Occorre provvedere, per salvare la rispettabilità dei Borbone e del Museo stesso, oltre che evitare inutili imbarazzi ai visitatori. Tra l’altro, qualche viaggiatore europeo aveva fatto dei sarcastici parallelismi tra il libertinaggio dei Pompeiani e quello dei Napoletani dell’epoca.

Francesco I ordina di “chiudere tutti gli oggetti osceni, di qualunque materia essi fossero, in una stanza” accessibile solo a persone adulte e di provata moralità. Nasce così il Gabinetto Segreto degli oggetti osceni, poi rinominato degli oggetti riservati, dove sono inizialmente raccolti centodue “infami monumenti della gentilesca licenza”, secondo un primo inventario curato dal direttore dell’epoca. Solo nel 1971 l’accesso diventa libero, sia al Gabinetto Segreto sia al lupanare di Pompei, tranne che ai minorenni. Oggi possono entrare tutti, ma i minori di 14 anni devono essere accompagnati.

L’arte erotica di Pompei e Ercolano

A Pompei ed Ercolano gli affreschi a tema erotico, ma anche sculture e altri oggetti, contribuiscono ad allargare la visuale sulla storia della sessualità dei Romani. Possono far comprendere come e quanto il lato fisico dell’amore fosse parte della vita quotidiana, connesso a una religiosità intrisa di superstizione e riti apotropaici. Il membro maschile è sempre il protagonista, proprio perché simbolo di fecondità e portatore di prosperità, ma anche capace di tenere lontano il male.

Un esempio di tutte queste funzioni riunite in un unico oggetto è il Tintinnabulum, un sonaglio di forma fallica che veniva appeso alle porte di case e botteghe, o messo al collo di bambini e animali domestici, sempre come prevenzione contro malocchio e malasorte. Addirittura, almeno nel caso del titinnambulum in forma di gladiatore, si cerca anche di strappare una risata mostrando l’uomo che combatte con il suo stesso pene, dal minaccioso aspetto di pantera. Oltre che negli oggetti e nei dipinti, il fallo viene scolpito sulle mura della città, sui marciapiedi, e addirittura sul basolato stradale. Oppure sporge dai muri dalle case e delle botteghe, dove ci sono anche affreschi propiziatori, come quello del dio Mercurio che avanza con fare sgraziato e mette in mostra un enorme fallo.

Gli affreschi a tema erotico, così come altri oggetti che decoravano le case e i giardini della nobiltà pompeiana, rimandano spesso a personaggi mitologici, come Leda e Zeus, Polifemo e Galatea, oppure Ermafrodito e il Satiro: sono espressioni artistiche che raccontano storie della cultura greco-romana, dove la sessualità era rappresentata senza troppe inibizioni.

Come nelle opere letterarie di poeti famosi, ad esempio Catullo e Ovidio, per non parlare dei Priapea, di autore anonimo, dove sono raccolti inni licenziosi dedicati a Priapo. Negli affreschi pompeiani c’è un vasto repertorio di scene erotiche mitologiche, che raffigurano gli amori illeciti di Marte e Venere, di Apollo e Dafne, di Polifemo e Galatea. E poi c’è Giove, coi suoi mille travestimenti, ideati per sedurre le fanciulle con cui vuole unirsi carnalmente. Sono molto presenti anche i satiri, che tendono agguati alle ninfe e magari si imbattono in Ermafrodito, la divinità che riunisce in sé sia caratteri maschili sia femminili. Il dio Pan, ad esempio, viene preso dal desiderio di una donna addormentata, ma quando scopre che si tratta di Ermafrodito, tenta di sottrarsi all’accoppiamento, perché infecondo.

Gli affreschi che decorano i luoghi dedicati al piacere sessuale, i lupanari, sono ancora più espliciti. Illustrano le diverse posizioni dell’amplesso, sia per eccitare il cliente, sia per dare qualche indicazione ai meno esperti.

Questo tipo di pittura va di pari passo con un genere letterario che diventa di gran moda in epoca ellenistica. Basti citare l’Ars Amatoria di Ovidio, un manuale di seduzione che tratta anche di tecniche sessuali. L’imperatore Augusto, a quanto dice sempre Ovidio, aveva un manuale che illustrava “vari accoppiamenti e posizioni di Venere”. Nasce così la moda di raffigurare nelle camere da letto le posizioni dell’amore. Un lusso che pochi possono permettersi, giusto i più ricchi tra i ricchi.

A Pompei si trovano nelle case del Centenario, dei Vettii, di Cecilio Giocondo e del Bell’Impluvium. Gli altri dovevano accontentarsi delle pitture erotiche, magari di scarso valore artistico, che decoravano i luoghi del piacere. Non solo il lupanare, ma anche le stanzette delle meretrici annesse alle taverne, o ai bagni pubblici. Nelle Terme Suburbane di Pompei, realizzate all’inizio del I secolo d.C., ci sono sette affreschi che mostrano scene sessuali esplicite, difficili da trovare nel contesto dell’arte erotica romana.

Rappresentano atti carnali che i Romani ritenevano degradanti, come il sesso orale praticato da un uomo a una donna, oppure l’amore tra due donne. Gli affreschi si trovano in una stanza che, probabilmente, era uno spogliatoio. Sotto a ciascun dipinto c’era un armadietto di legno, appoggiato su una panca che correva lungo le pareti. I visitatori riponevano i loro vestiti negli armadietti, e il dipinto serviva forse ad identificarli facilmente, una sorta di numerazione per immagini. Secondo un’altra ipotesi, quelle immagini erano una sorta di pubblicità per le prestazioni offerte dalle prostitute nello stesso edificio, appena un piano sopra. Oppure, poteva trattarsi semplicemente di decorazioni, che avevano il solo scopo di divertire i clienti, proprio perché mostravano scene del tutto inusuali.

A Pompei non mancano nemmeno scene caricaturali, come quella che mostra dei pigmei nell’atto di accoppiarsi su una barca sul Nilo. La rappresentazione è caricaturale perché i pigmei sono rappresentati con grandi falli, grazie ai quali possono condurre una sfrenata vita sessuale. Guardando opere come questa e altre particolarmente esplicite, si può dedurre che i Romani avessero una mentalità aperta, senza troppe inibizioni. Ma non è del tutto vero.

La vita sessuale in epoca romana

La società romana è maschilista e fallocentrica, una società dove la virilità e lo status sociale vengono prima di ogni cosa. La parola d’ordine è virtus, un concetto che abbraccia l’intera esistenza degli uomini e la regolamenta anche a livello sessuale. Va bene quindi la pratica dell’amore per gli uomini, ma con una certa moderazione. Perché il romano è un dominatore, che deve conquistare i popoli nemici ed ergersi al di sopra di chi considera inferiore. Il corrispondente femminile della virtus era la pudicitia. La donna romana deve essere pudica, e sottomessa al marito, al padre o ai fratelli, oltre che occuparsi del focolare domestico.

Le fanciulle romane devono arrivare vergini al matrimonio, per almeno due motivi. In primo luogo per impedire che giungano all’altare già incinte di qualcuno che non sia il futuro marito; in secondo luogo, si pensa che ci siano meno probabilità che commettano adulterio se scoprano i piaceri carnali il più tardi possibile. Al contrario, la verginità maschile è inaccettabile. L’uomo romano era un dominatore e deve cominciare il suo apprendistato virile già nella prima pubertà.

Non di rado i padri portano i propri figli nei lupanari, dove una prostituta li inizia ai piaceri del sesso. Nell’atto in sé c’è una grande fantasia di posizioni, come dimostrano le numerose opere di arte erotica, dove sono rappresentati i rapporti con prostitute, ma anche quelli tra coniugi. A differenza delle prostitute, le matrone non sono quasi mai rappresentate del tutto nude.

Indossava gioielli, bracciali e cavigliere anche durante i rapporti e, anziché sciogliersi i capelli, li lasciano legati attorno alla nuca. L’ideale fisico dell’epoca è quello della donna con i fianchi larghi, una caratteristica che richiama la fecondità. Il seno, che all’epoca non ha rilevanza erotica, è coperto: le nostre antenate giacevano con i mariti indossando lo strophium, una fascia a mo’ di reggiseno. La privacy non è importante e gli sposi si accoppiano anche in presenza del cubicularius, uno schiavo fidato che dorme ai piedi del letto dei padroni e li assiste durante gli atti sessuali, facendo luce o portando loro da bere.

Quanto al piacere individuale, nell’ambito maschile la parola d’ordine è sempre dominare. L’uomo deve ricevere il piacere e non darlo. Sesso orale per lui, sì; per lei, no. I genitali femminili sono visti con disprezzo e vengono chiamati con termini molto volgari, dalle stesse matrone romane. Anche per questo gli uomini romani non amano pratiche come il cunnilingus, considerata oltraggiosa. L’orgasmo femminile non è osteggiato, ma deve avvenire per caso mentre l’uomo ricercava il suo. Per quanto riguarda la masturbazione solo l’uomo è libero di praticare l’autoerotismo. Il motivo è semplice: una donna che si procura il piacere da sola non rispettava il ruolo dominante dell’uomo.

I matrimoni dell’epoca sono quasi sempre combinati dalle famiglie degli sposi, per ragioni politiche, economiche o sociali. Di conseguenza, senza un sentimento d’amore, l’atto sessuale tra coniugi serve solo alla procreazione. Passioni e piaceri, invece, trovano sfogo fuori casa.

La libertà sessuale degli uomini è pressoché illimitata. Possono frequentare schiave, liberte, attrici e prostitute, avere concubine o intrattenere relazioni con altri maschi. Una premessa, però, è d’obbligo. Nella lingua latina non esistono i termini etero, omo o bisessuale: l’unica distinzione viene fatta tra soggetto attivo e soggetto passivo. In parole povere: il problema non è il genere della persona con cui si divide il letto, ma come si fa sesso. Si può giacere con chiunque, a patto che non si assuma un ruolo passivo, un po’ come nel caso del sesso orale femminile.

 Ricapitolando, un romano può giacere con un altro uomo, a patto di dominarlo. Questa condizione vieta i rapporti fra maschi dello stesso ceto sociale. Ne consegue che i rapporti omosessuali si consumano con chi non gode della cittadinanza romana e, in particolare, con gli schiavi.

La scelta della servitù avviene anche in base all’aspetto fisico e un giovane prestante è l’ideale per soddisfare i bisogni del suo padrone. Parliamo di individui che non hanno alcun diritto, di oggetti in carne e ossa che devono sottostare a qualsiasi pratica. Chi non è ancora sposato può tenere in casa con sé un concubinus, uno schiavo con cui intrattiene una sorta di relazione sessuale stabile, che si interrompe dopo le nozze. Sulle relazioni lesbiche, invece, ci sono pochissime fonti. Esistono certamente, ma sono osteggiate e condannate,  sempre per lo stesso motivo: si toglie a un uomo il suo diritto di dominare la sfera sessuale delle donne. 

Per chiudere il discorso sui costumi sessuali dei romani, occorre parlare della prostituzione. Questa è un’attività legale e regolamentata dallo stato, praticata da persone di ambo i sessi e di qualsiasi estrazione sociale. In teoria anche una ragazza con la cittadinanza romana può prostituirsi, ma perde il suo status. Ciascuna professionista del settore deve registrarsi presso un magistrato e fornire il suo vero nome, l’età e il luogo di nascita.

Se si tratta di una giovane di buona famiglia, il funzionario cerca di farle cambiare idea, perché si tratta di una scelta irreversibile. In ogni caso, la transazione si chiude con il rilascio della licentia stupri. La prostituzione avviene soprattutto nelle case di piacere, i cosiddetti lupanari, gestiti da un lenone o da una lena. Si tratta di luoghi angusti, caratterizzati da cattivi odori e sporcizia. I rapporti si consumano nelle cellae meretriciae, delle piccole stanze con un letto in muratura, un materasso e una tenda arrangiata a mo’ di porta. Ognuno deve aspettare il proprio turno e fuori lo stipite si trova un cartello che li informa sui tipi di prestazioni offerte e sulle tariffe, di solito di 2 o 3 assi, una cifra bassissima. Non di rado i clienti incidono sulle pareti delle frasi scurrili per esprimere il proprio giudizio sulle prestazioni, o per vantare le loro capacità virili. Esiste anche la prostituzione maschile, ma è meno diffusa e quindi più costosa.

Al di là del ruolo attivo o passivo dell’uomo, la virtus maschile comprendeva anche l’autocontrollo; quindi, ciascun romano deve sapersi limitare da solo per non eccedere. La supervisione della morale pubblica spetta a un censore, ma che le accuse di natura sessuale assumono rilevanza in base a chi le pronuncia. Per intenderci, se uno schiavo o un liberto denuncia un senatore di effeminatezza la sua parola non ha alcun valore. Se la denuncia viene fatta da una matrona o da un cittadino romano allora cambia tutto.

In conclusione, l’amore carnale era un dono divino, di Priapo e di Venere, e andava celebrato ogni giorno. I romani si godevano i piaceri della carne, con le dovute precauzioni sul ruolo che si assumeva durante i rapporti. Per il resto, carpe diem.

Curiosità

Effeminatus: ovvero uomo effeminato. In politica, questo termine era un’arma molto potente, utilizzata per attaccare l’onore dei rivali. L’esempio più famoso ha per protagonista Giulio Cesare. Cicerone lo accusa di aver intrattenuto, in gioventù, una relazione omosessuale passiva con Nicomede IV, l’ultimo sovrano della Bitinia. Il grande oratore lo definisce “il marito di tutte le mogli e la moglie di tutti i mariti”.

Castitas: la castità all’epoca indicava la purezza di una persona nell’ambito religioso e non in quello sessuale. L’incestum equivaleva a non-castum ed era appunto un atto di violazione della castitas altrui. Il caso più grave riguardava le Vestali, le sacerdotesse vergini della dea Vesta. Se un uomo giaceva con una Vestale, con o senza il suo consenso, commetteva un crimine oltraggioso. Lei, anche se innocente, veniva sepolta viva e lui subiva la lapidazione pubblica.

Locatio ventris: è la pratica dell’utero in affitto, che esisteva già all’epoca. Ogni romano aveva il dovere di procreare e, se per un motivo o per un altro non aveva una moglie per farlo, un suo pari poteva prestargli la sua, al solo scopo di generare un figlio.


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