Era la notte fra il 14 e il 15 gennaio 1968 quando un terremoto di oltre sei gradi di magnitudo colpì un’area della Sicilia compresa fra le province di Palermo, Trapani e Agrigento. I morti furono circa 300. Le cittadine di Poggioreale, Gibellina, Salaparuta e Montevago furono praticamente rase al suolo, devastate da un sisma impietoso. I soccorsi furono difficili, molte delle strade di collegamento erano state inghiottite dalla terra, e purtroppo arrivarono con molto ritardo costringendo gli abitanti al freddo e alla paura.

Tra tutti i paesi colpiti, Poggioreale è stato quello di cui è rimasta più ampia testimonianza nelle sue splendide e suggestive rovine, fra cui il fotografo Francesco Rotondo ci accompagna con questo magnifico reportage. Visitare il centro è un’esperienza unica come unico è questo luogo. Da alcuni è chiamato la città fantasma, ma il nostro sentimento è diverso: la sensazione che trasmette è di vita vissuta, di radici radicate, di ricordi vivi e importanti, di volontà di riportare alla luce un passato vivace e florido. Il viale principale dice già tutto quello che c’è da sapere.

All’ingresso del paese l’associazione Poggioreale Antica ha creato in un Palazzo un piccolo museo raccogliendo reperti, mobili e suppellettili trovati nell’antico centro. Alcune case sono sventrate, altre sembrano con le pareti o i tetti appesi a un filo. I crolli hanno aperto numerosi squarci verso le morbide colline che circondano l’intera città vecchia.

Casa dopo casa la via sembra prendere forma e vita. Passeggiando lungo le strade è possibile immaginare i bambini sui banchi di scuola, le famiglie più nobili mentre vanno a teatro, le botteghe degli artigiani in fermento. Affacciandosi a quello che era un antico palazzo nobiliare è possibile ancora scorgere i soffitti e le pareti affrescate, testimoni di un tempo sfarzoso di feste e ricevimenti.

Sinistra, destra e ci si ritrova all’ingresso di una grandissima piazza. Qui il tempo si è fermato: chiudendo gli occhi è possibile vederla ancora vestita a festa, brulicante di vita. Sulla sinistra una scalinata conduceva alla chiesa madre. Ancora maestosa nonostante di lei resti solo qualcosa della facciata. Gli altri pezzi sono messi in fila, un invito a pensare che non è tutto perso. Scendendo i gradini si apre alla vista un paesaggio magnifico.

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Ma il paese non finisce qui. Proprio sotto la piazza, a confine col verde, c’è un bellissimo bevaio in cui l’acqua scorre ancora: sulla sua superficie è possibile ammirare il profilo della città che, con la sua maestosa bellezza, vorrebbe lasciare il ruolo di museo a cielo aperto e tornare a vivere.

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Fotografie di Francesco Rotondo: Twitter, Instagram.

Testo di Federica Calderini.

Matteo Rubboli
Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine. Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...