Da quando se ne ha memoria, l’uomo ha sempre avuto il pallino di migliorare il suo aspetto fisico, e ogni epoca ha avuto i suoi canoni di bellezza irrinunciabili, talvolta trasformati in veri e propri estremismi, che hanno portato a sfiorare, e talvolta a provocare, in alcuni casi, la morte. Sono tantissime le sostanze naturali usate fin dalla notte dei tempi, ma sono altrettante quelle chimiche, alcune delle quali solo da qualche anno si sono scoperte altamente nocive e sono state eliminate completamente dalla cosmesi.

Per gli Antichi Egizi sinonimo di bellezza era la forma da dare all’occhio che veniva allungato verso l’esterno per aprire lo sguardo

Il trucco non aveva soltanto fini estetici, ma costituiva una vera e proprio protezione contro il sole e la polvere. L’impasto chiamato Kohl o il Mirwed, a seconda della composizione, erano gli antenati degli eyeliner. Le sostanze usate erano principalmente carbonato di rame, ottenuto dalla malachite, per avere un colore verde carico e la galena, ossia il solfuro di piombo, dal colore scuro e intenso; queste polveri venivano poi unite all’acqua, alle resine e ai grassi.

Per i Greci e i Romani i cosmetici migliori erano quelli che provenivano dal Medio Oriente, grazie alla qualità delle materie prime usate, ma per ovvie ragioni mancava tra questi prodotti una sostanza che rendesse la pelle chiara, simbolo di bellezza e nobiltà. Tra i Romani si diffuse allora il bianco di piombo, un pigmento pittorico, e l’usanza di abbellirsi con i colori usati per dipingere resta in uso fino al Barocco, dove gli artisti diventano anche consiglieri dei colori migliori da abbinare, i precursori dei make-up artist.

Sotto, affresco a Pompei:

Nel Medioevo l’ideale di bellezza si evolve: la donna “perfetta” doveva avere i capelli chiari, un viso tondo e roseo, la bocca piccola e gli occhi grandi. La fronte doveva essere ampia (ne è un esempio il “Ritratto di nobildonna” di Antonio Pollaiolo) e il procedimento per ottenerla era la bruciatura dei bulbi piliferi attraverso un composto di calce viva e arsenico, il cui effetto, a lungo andare portava alla morte. Gli occhi apparivano più grandi grazie ai colliri ottenuti utilizzando la pianta di belladonna, che dilatavano le pupille. Questa pianta contiene atropina, che produce allucinazioni, confusione e intossicazioni. In una parola, è velenosa.

La ricerca della bellezza si spinge oltre: la paura di invecchiare inizia a essere un tarlo presente nella quotidianità delle donne del periodo dell’arte Barocca. Iniziano a svilupparsi degli impacchi, antenati delle maschere anti-età, composti da sublimato di mercurio, che mangiava letteralmente le rughe provocando spesso un effetto grottesco, il contrario di quello che si voleva ottenere, e addirittura arrivando ad annerire i denti, come effetto collaterale. Per le labbra veniva usato un misto di allume, gomma arabica e cocciniglia, chiamato “Fattibello”, (diventato nel 1700 il “Rouge” di Maria Antonietta) che bruciava la zona rendendola rossa. La cocciniglia talvolta veniva sostituita con il mercurio o lo zolfo, peggiorando ulteriormente l’effetto corrosivo.

Verso la seconda metà dell’800 il canone di bellezza era diventato ancora più drastico, arrivando a veri e propri estremismi: non bastava più il corsetto strettissimo a ridisegnare la vita, la pelle delle ragazze vittoriane doveva essere bianca, pallida, talvolta venivano disegnate sul viso, le venature blu, proprio a simboleggiare la delicata e precaria salute della donna. Il sole era bandito: cappelli, velette e ombrellini erano d’obbligo durante le passeggiate. Per ottenere quell’effetto, si iniziò ad usare la polvere di zinco, antenato del fard. Gli ombretti, in voga in quegli anni, contenevano polvere di piombo e solfuro di antimonio, per i rossetti invece, la base era il solfuro di mercurio.

George Gordon Fraser (1859-1895), “An apron of roses”. Fotografia di Sofi condivisa con licenza Creative Commons via Flickr:

Con la rivoluzione industriale e la scoperta di nuove sostanze si ebbe un’impennata nella produzione di lozioni ottenute con la lavorazione in serie delle materie chimiche. Ne sono un esempio i prodotti cosmetici per la pelle del viso, ad esempio per l’eliminazione delle lentiggini, imperfezioni non gradite, come il “Dr. Ch Berry Freckle Ointment”: un unguento composto al 10-15% di mercurio, percentuale che venne abbassata al 5% negli anni ’40, per poi essere completamente eliminato, ma solo nel 1970, quando la sostanza fu bandita per sempre nella cosmesi.

E’ strano pensare quanto questo unguento fosse così diffuso e famoso: è stato addirittura ritrovato tra gli oggetti personali di una aviatrice americana, Amelia Earhart. Venne prodotta anche una crema anti-age la “Lord’s bloom of youth”, venduta come innocua, ma contenente acetato di piombo e carbonato, dagli effetti collaterali blandi come la nausea fino a quelli più gravi come la paralisi. Venne dimostrato nel 1869, con uno studio dell’American Medical Association, il suo alto tasso di pericolosità, ma l’alternativa non meno tossica erano le compresse all’arsenico.

Un’invenzione del 1900 è il mascara, composto originariamente da catrame di carbone, il “Lash Lure”, altamente tossico, che provocava cecità e, nei casi estremi, addirittura la morte. Dopo aver riconosciuto diversi casi sospetti di decesso, ne venne vietata la vendita nel 1940.

E’ proprio verso la seconda metà del secolo scorso che si apre una nuova consapevolezza sulle sostanze usate nei cosmetici e nel make-up: nascono così nuove case cosmetiche con un INCI (elenco delle sostanze contenute nei prodotti e ordinati in base alla percentuale presente, ad esempio il primo ingrediente è quello con la maggior percentuale all’interno) completamente a base vegetale.

La cosmetica diventa “naturale”: i principi attivi e le sostanze derivano da piante o comunque da composti di origine naturale e i benefici per la pelle sono notevoli, rispetto ai prodotti che utilizzano sostanze chimiche, e i rischi per la salute ridotti al minimo.