“Selvaggia, invalicata, coperta di foreste impenetrabili abitate da orsi e lupi.” Così Federico Barbarossa descriveva i territori compresi tra la Valsessera e la Valsesia, in un documento datato 17 Ottobre 1152 destinato al vescovo di Vercelli. Proprio la natura inospitale di questi luoghi a fine ‘800 spingerà il bandito Pietro Bangher ad eleggerli teatro delle proprie scorrerie. Ma chi era costui?

Il Bangher nacque il 7 maggio 1850 a Levico di Trento, allora territorio dell’impero austroungarico. Nel 1877, ricercato dalle autorità locali per piccoli reati, abbandonò il paese natale per darsi alla macchia tra le montagne. Iniziò così un peregrinare che finirà per portarlo fino alle sopracitate valli piemontesi. La natura selvaggia di questi luoghi e i loro alpeggi isolati piacquero fin da subito al Bangher che, dopo tanto girovagare, decise di stabilirvisi. Fino a quel momento le azioni perpetrate non avevano nulla di eccezionale e quel montanaro pareva un balordo qualsiasi, tanto che, dopo una condanna a sei mesi per il ferimento di un uomo durante una rapina, venne rimesso in libertà senza troppe questioni.

Pietro Bangher tra Giacomo Ubertalli e Giovanni Battista Ferla:

Da qui in poi però la situazione iniziò ad aggravarsi e, a seguito del tentato stupro di tre pastorelle, le autorità locali compresero la pericolosità del soggetto e si mobilitarono per fermarlo. Venne quindi catturato a seguito di un rocambolesco inseguimento condotto da carabinieri e guardie forestali. Il ruolo determinante lo giocò tuttavia tale Eugenio Topini, un cacciatore al quale il Bangher aveva sottratto una lepre tempo prima e che evidentemente non aveva dimenticato lo screzio. Al bandito toccarono quindi due anni di reclusione da scontare al penitenziario di Amelia in provincia di Trani.

A seguito della scarcerazione, il Bangher era ben deciso a ricominciare ciò che aveva interrotto, per cui, dopo aver risalito la penisola, ritornò in quelle valli che ormai considerava la sua casa. È da quel momento che le imprese del Bangher lo consacrarono alla leggenda. La malizia acquisita durante la prigioniera unita alla sue impressionanti doti fisiche (si narrava fosse dotato di una incredibile resistenza nella corsa in montagna, nonché di forza erculea) e alla conoscenza del territorio montano avevano infatti trasformato quel montanaro in un criminale astuto e sfuggente. Avendo capito di non poter sopravvivere da solo era anche riuscito ad accattivarsi le simpatie di alcuni alpigiani. Questi ultimi divennero i suoi informatori rendendolo di fatto imprendibile.

Fu proprio la sua elusività ad alimentare le fantasie della popolazione. Oltre alle dicerie sulle sue qualità fisiche straordinarie, che gli permettevano di sfuggire agli arresti e di sopravvivere tra le montagne anche durante gli inverni più rigidi, iniziarono a circolarne anche di più fantasiose: qualcuno sosteneva ad esempio che fosse protetto dalla polizia, altri che si trattasse di una spia austriaca. Tra le varie leggende sul suo conto vi era anche quella che lo voleva essere diventato ricchissimo grazie ai numerosissimi furti perpetrati. Nulla di tutto ciò era naturalmente vero, anche perché del denaro il Bangher non sapeva proprio che farsene. Sembra anzi che si fosse spesso mostrato prodigo offrendo da bere nelle osterie, aiutando i bisognosi o facendo regali alle donne, la sua vera passione. Il Bangher appariva così:

Generoso con gli amici, terribile con tutti gli altri

Un uomo che, incapace di inserirsi nella società umana, viveva isolato tra le montagne per soddisfare un innato bisogno di libertà, senza tuttavia poter fare a meno delle risorse di quella società che disprezzava. Ecco quindi le razzie per avere di che cibarsi, gli stupri ai danni delle povere alpigiane per saziare i propri appetiti.

Boschi in Valsesia. Fotografia di Hairless Heart condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

Ma la situazione non poteva essere tollerata ancora a lungo. Dai tribunali locali fioccavano condanne in contumacia nei confronti del bandito, ora per un episodio, ora per un altro. L’opinione pubblica insorgeva contro le autorità e le petizioni che ne chiedevano la cattura crescevano ogni giorno di numero. Un efferato stupro compiuto dal bandito nel luglio del 1899 fu la goccia che fece traboccare il vaso.

Vista l’incapacità delle forze dell’ordine di catturare il criminale, vari comuni valsesiani stanziarono di comune accordo una taglia di 100 lire sulla sua testa, somma che venne quindi raddoppiata grazie all’offerta di altre 100 lire da parte dell’onorevole Carlo Rizzetti. La speranza era quella di rompere il muro di omertà che circondava la figura del Bangher, spingendo qualcuno dei suoi protettori a tradirlo.

La promessa della taglia allettò due pastori biellesi, Giacomo Ubertalli Abe e Giovan Battista Ferla, i quali si risolsero di catturarlo. Il 21 Gennaio del 1900 questi lo incontrarono e, fingendo di invitarlo per una battuta di caccia programmata per il giorno seguente, lo convinsero a pernottare nella capanna del Ferla. I due pastori nel cuore della notte sottrassero quindi al bandito la sua inseparabile doppietta e, dopo averlo legato, lo consegnarono ai carabinieri di Coggiola. In considerazione del fatto che l’ultimo reato accertato era stato commesso nella giurisdizione del tribunale di Varallo, fu competenza di questo giudicarlo di tutti i fatti attribuitigli.

Infatti, nonostante in quegli anni avesse accumulato ben 5 condanne in contumacia per una pena complessiva di 22 anni, il diritto processuale dell’epoca prevedeva che l’imputato avesse diritto ad un nuovo processo in contraddittorio alla cessazione della sua latitanza. Al Bangher fu affidato l’avvocato d’ufficio Giovanni Bruno il quale, grazie ad una brillante arringa, riuscì a ridimensionare la figura del bandito. Il collegio giudicante gli inflisse quindi una pena di 11 anni e 3 mesi di reclusioni (di cui quattro mesi in segregazione cellulare) da sommarsi a ulteriori 3 anni in libertà vigilata. Una condanna relativamente mite viste le premesse. Il Bangher, conscio dell’ottimo lavoro del Bruno, gli promise che al suo ritorno dal penitenziario di Castelfranco Emilia lo avrebbe ricompensato con il dono di un camoscio. Non sappiamo se il bandito onorò la sua promessa, ciò che invece è certo è che il Bangher sarebbe effettivamente tornato. La sua epopea era ben lungi da essere terminata.

Il massiccio del Monte Rosa visto dall’Alpe Pile. Fotografia di Drikyz condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

Le frequenti punizioni  carcerarie dovute alla sua condotta prepotente e indisciplinata non erano state sufficienti a fiaccare il fisico del Bangher, nonostante si avvicinasse ormai alla sessantina. Il tempo passava, e il fatto che al criminale non restasse ormai più molto da scontare non lasciava affatto tranquilli i valligiani. È vero, sarebbero rimasti ancora 3 anni di libertà vigilata da scontare, ma era davvero pensabile tenere sotto controllo un soggetto del genere? In molti comprensibilmente ritenevano che non sarebbe stato possibile, ma che anzi “come altre volte, [il Bangher] sarebbe tornato a infestare, per chissà quanto tempo, i territori biellesi, ossolani, valdostani, e soprattutto valsesiani, infischiandosi della vigilanza speciale, a cui tosto si sarebbe sottratto, riparando sui monti come un lupo”.

Il problema fu sottoposto al prefetto di Novara al quale, come autorità amministrativa, spettava la competenza sull’esecuzione della libertà vigilata. Il prefetto, che nulla ne voleva sapere del bandito, decise per l’espulsione di questo dal territorio del Regno. Terminata la pena carceraria il Bangher fu quindi consegnato alle autorità austriache. Ma i confini nazionali evidentemente interessavano poco al criminale che, con buona pace del prefetto di Novara, fece subito ritorno nelle sue valli ricominciando le solite scorrerie.

L’eco delle sue gesta si sarebbe tuttavia presto affievolita. La grande guerra era cominciata e le imprese di Pietro Bangher passarono in secondo piano, coperte da ombre ben più terribili.

Ad un tratto poi il suo nome cadde del tutto nel silenzio e non se ne seppe più nulla

Qualcuno disse che era stato arso vivo all’interno di una capanna da alcuni pastori che intendevano vendicare qualche torto, per altri invece si spense da solo tra le sue montagne. La sua memoria comunque restò viva ancora per molti anni come testimoniano le varie espressioni entrate nel vocabolario locale, riportiamo alcuni esempi:

“Non fare il Bangher” detto ai bambini disubbidienti.

“Vestire alla Bangher”: barba incolta, berretto alla francese, giacca e calzoni in panno, camicia a quadri, fazzoletto al collo.

BIBLIOGRAFIA

Bangher il bandito e altre storie – Un secolo di vita valsesiana; Idea Editrice s.r.l.; Borgosesia; 1997.

O. Cerruti Delmastro; Storie coggiolesi; Tipolitografia di Borgosesia s.a.s.; 2006