Pericle, in greco Περικλῆς “circondato dalla gloria”, nacque nel demo di Colargo nel 495 a.C. circa e visse ad Atene fino alla sua morte nel 429 a.C. Un uomo, vissuto 2500 anni fa, che appare più moderno di tanti personaggi storici venuti molto dopo di lui, per la sua visione politica, per le capacità oratorie non disgiunte dal valore militare. Atene visse, con lui a capo del partito democratico della città, e grazie alle sue doti di stratega, la sua età dell’oro, nel periodo compreso tra le Guerre persiane e la Guerra del Peloponneso (460-429 a.C.).

Pericle, ora presso Musei Vaticani. Fotografia di pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Il padre  di Pericle era il politico Santippo, generale del contingente ateniese che a Micale sconfisse i Persiani.

La nobile Agariste, sua madre, apparteneva a un’importantissima famiglia di Atene, gli Alcmeonidi, che facevano ascendere la loro stirpe addirittura al mitico Nestore.  Clistene, uno dei padri della democrazia ateniese, era zio di Agariste. Pericle sorbì quindi latte e politica, ma anche quell’amore per l’arte che avrebbe poi cercato di trasmettere ai suoi concittadini. Tanta fu la sua influenza intellettuale e culturale sulla società ateniese che lo storico Tucidide, suo contemporaneo, lo definì come:

Il primo cittadino di Atene

Erodoto, storico greco vissuto durante l’era di Pericle, e Plutarco, molto posteriore, raccontano che, qualche giorno prima della nascita di Pericle, Agariste fece un sogno chiaramente simbolico: dava alla luce non un bambino ma un leone, un segno evidente della grandezza del nascituro. I più maligni invece interpretarono la storia come un’allusione alla dimensione davvero non comune del cranio di Pericle, e i commediografi contemporanei non si fecero sfuggire l’occasione per prendere in giro il potente politico per quella caratteristica fisica. Secondo Plutarco “tutti gli scultori l’hanno raffigurato con l’elmo per evitare che la messa a nudo di tale difetto potesse far pensare che volevano schernirlo”. (Vita di Pericle)

Fotografia di pubblico dominio condivisa via Wikipedia.

Pericle, che diede scandalo per la sua relazione con un’etera, aveva in realtà provato a sposarsi seguendo le tradizioni ateniesi, scegliendo una donna della famiglia, talmente poco importante nella vita del politico che non se ne è tramandato nemmeno il nome.

Di lei si sa solo che era alle sue seconde nozze e che diede due figli a Pericle, Paralo e Santippo. Il matrimonio non funzionò, evidentemente per nessuno dei due, visto che la donna acconsentì ben volentieri alla proposta di Pericle di trovarle un nuovo marito.

Aspasia compagna di vita e di Politica

Libero dal vincolo del matrimonio, seguendo questa volta il cuore e non le tradizioni, Pericle non nascose il suo legame con Aspasia di Mileto, l’etera da cui ebbe anche un figlio, Pericle il Giovane, ma che quasi certamente non poté mai sposare, visti i suoi precedenti da cortigiana. Nonostante le critiche e lo scandalo che provocava quell’unione, Pericle probabilmente vide in lei la sua compagna ideale.

Aspasia pare non fosse particolarmente bella, ma come un’altra grande donna, Teodora, era una ragazza colta, raffinata e brillante, la donna – amante ma anche consigliera fedele – di cui aveva bisogno l’uomo che governava Atene nel tempo del suo massimo fulgore.

Aspasia di Mileto, ora presso Musei Vaticani. Fotografia du pubblico dominio condivisa via Wikipedia.

Pericle e Aspasia furono a tutti gli effetti una coppia politico/culturale. Il loro sodalizio costituì un centro capace di irradiare il suo modello e i suoi valori sulla realtà circostante.

La presenza di Aspasia incise sul coraggio di Pericle, nelle sue scelte, nelle sue sfide, nell’allegra tensione verso l’alto.
 A sua volta Aspasia, grazie all’amore di Pericle, invece di divenire un’etera qualunque divenne l’animatrice del salotto ateniese più rinomato, frequentato dai più grandi intellettuali dell’epoca. Socrate considerava Aspasia uno dei suoi maestri di vita e ne lodava la saggezza e l’intuito politico; lo scrittore Senofonte ricorreva a lei come consigliera matrimoniale e la figura di questa “straniera” affiorava nei trattati di filosofi e oratori.

Persino Fidia la indicò come modello estetico, riconoscendone il carisma

Si intravede l’immagine di Aspasia nella figura di Diotima interrogata da Socrate nel “Simposio”, la sacerdotessa che parla con grande saggezza dell’amore.

Socrate alla ricerca di Alcibiade nella casa di Aspasia, Jean-Léon Gérôme. Immagine di pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Pericle, come ogni personalità di spicco, suscitò ostilità e invidia e Aspasia venne ferocemente attaccata e accusata di empietà, esattamente come Frine qualche decennio più tardi, e portata in tribunale con la consapevolezza che essendo donna e non ateniese non poteva presentarsi da sola in giudizio. Pericle non la lasciò sola, e con un’arringa oratoria difensiva arrivò a commuovere i giudici stessi.

L’età d’oro di Atene

L’epoca di Pericle non fu un semplice periodo di rinascita per Atene, ma il momento d’oro della cultura greca, quella cultura che ancor oggi chiamiamo Età d’oro periclea.

Nonostante gli inevitabili oppositori, si può affermare che Pericle ebbe sempre dalla sua l’appoggio del popolo ateniese, che apprezzava le sue riforme. Riforme che di fatto diedero vita alla prima democrazia della storia. Per la prima volta le classi più povere potevano partecipare alla vita politica, grazie al compenso stabilito per coloro che servivano la città con cariche pubbliche, o che comunque davano il loro contributo allo sviluppo della società. Aumentò gli aiuti e le sovvenzioni statali, assicurando l’entrata gratuita a teatro ai meno abbienti, l’assistenza sociale per l’educazione degli orfani e un sussidio per i mutilati.

Impero Ateniese sotto Pericle. Immagine di pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Lo storico greco Tucidide, che scrisse la cronaca delle Guerre del Peloponneso, ricorda Pericle come uomo potente per dignità e per senno, incorruttibile al denaro, capo politico indiscusso della città.

La nascita dell’arte “classica” di Pericle

La ricchezza e la varietà di progetti e di idee, l’ampiezza delle risorse impiegate, la collaborazione tra tante personalità artistiche d’eccezione che qui si formano e si affermano, fecero sì che l’era di Pericle venne caratterizzata da una splendida “arte di regime”, posta al servizio dell’ideologia politica per trasmettere il messaggio morale dello Stato.

Si avviò un’intensa politica di costruzione di opere pubbliche, tese a rafforzare le difese della città e ad abbellirla di monumenti degni della sua fama, ma anche ad assicurare lavoro e paga a un gran numero di artigiani: nel 447 a.C., sfruttando il tesoro della Lega delio-attica (costituita per contrastare i Persiani, e di fatto sotto l’egemonia ateniese), Pericle diede inizio ai lavori per la ristrutturazione dell’Acropoli.

Dipinto di Leo von Klenze che ritrae l’Acropoli classica. Immagine di pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Il cantiere del Partenone, dei Propilei e dell’Eretteo furono l’espressione massima dello stile “classico”, che nell’accezione greca è inteso come “ottimo, eccellente”.

Nella storia dell’arte il termine “classico” viene utilizzato per indicare l’arte del periodo pericleo:

Il culmine della bellezza e della perfezione

che si esprime con forme armoniose, soggette ad uno stile rigoroso e al tempo stesso intriso di nobiltà, un linguaggio artistico che trova la sua massima espressione nelle opere di Fidia e Policleto.

La costruzione dell’Acropoli

A dare il metro della grandezza del progetto di Pericle è il Partenone (447-432 a.C) – che ancora oggi toglie il fiato a chi lo guarda – tempio destinato ad accogliere l’enorme statua  d’oro e avorio della dea Atena, così come tutti gli altri doni a lei offerti:

Un tesoro che diviene simbolo della potenza di Atene

Partenone di Atene. Immagine di Steve Swayne condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia

Un insieme armonico, articolato e complesso che traduceva in forma architettonica, attraverso proporzioni perfette e magnifiche decorazioni, il progetto della democrazia di Pericle.

Pianta del Partenone. Immagine di Paso92 condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia


Terminato il Partenone, per dotare l’acropoli di un ingresso monumentale si costruirono i Propilei (437-433 a.C). I Propilei si componevano di un corpo centrale rettangolare con due facciate simmetriche, dal quale si poteva accedere a due ambienti laterali in cui si svolgevano i banchetti votivi.

Xilografia del 1800 con i Propilei e il tempio di Atena Nike. Immagine di pubblico dominio condivisa via Wikipedia


Le facciate dei Propilei erano sormontate da frontoni in modo da richiamare il grandioso prospetto del Partenone.

Propilei nel 2018. Fotografia di Davide Mauro condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia

L’ultimo grande edificio ad essere costruito sull’Acropoli fu l’Eretteo, iniziato dopo la pace di Nicia nel 421, e concluso solo nel 409 a.C., in cui si trova la celebre loggetta delle Cariatidi che fungeva da accesso alla tomba dell’eroe attico Cecrope, figlio di Eretteo re di Atene.

Loggetta delle Cariatidi dell’Eretteo. Fotografia di Berthold Werner condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia

Quasi tutti gli edifici dell’Acropoli erano ornati da sculture e rilievi, opere che avevano lo scopo di mostrare la grandezza di Atene e dei suoi dei:

L’Acropoli divenne un museo a cielo aperto, ricca di donari e di ex voto pubblici e privati

La grandeur ateniese sfociò tuttavia in una politica estera imperialista e aggressiva, soprattutto nei confronti degli alleati, costretti a pagare tributi alla Polis perché li proteggesse militarmente e sottoposti a punizioni severissime nel caso avessero voluto staccarsi dalla Lega.

Pericle protagonista della Guerra del Peloponneso

L’imperialismo ateniese fu così alla base dell’inizio del devastante conflitto che segnò la Grecia dal 431 al 404 a.C.: la guerra del Peloponneso. Il conflitto vide da un lato la Lega Delio-attica e dall’altro la Lega Peloponnesiaca, guidata da Sparta.

Archidamo II, re di Sparta, quando invase l’Attica nel 431 a.C. forse si stupì della facilità dell’impresa: non trovò nessuna resistenza perché Pericle, prevenendo le mosse spartane, aveva radunato l’intera popolazione all’interno delle mura di Atene, per evitare uno  scontro in campo aperto.

Lunghe mura di Atene. Immagine di pubblico dominio condivisa via Wikipedia

La strategia di Pericle non era approvata da molti, in particolare da quelli che avevano avuto case e fattorie bruciate e depredate dal nemico, senza contare che molti imputavano proprio a Pericle lo scoppio del conflitto. La credibilità e il prestigio di Pericle iniziarono a vacillare: perché non voleva uno scontro diretto con l’esercito spartano?

Pur non avendo più l’appoggio incondizionato del popolo, Pericle andò avanti con la sua  strategia, finché, nell’autunno del 431 a.C. decise di attaccare Megara. Di lì a qualche mese fece ai cittadini un discorso indimenticabile, quello che ancora oggi meglio lo rappresenta. E’ l’orazione funebre in memoria dei caduti del primo anno di guerra, di quei cittadini che si erano sacrificati per Atene e per la sua libertà, rappresentata dai principi della sua democrazia:

Comincerò prima di tutto dagli antenati: è giusto infatti e insieme doveroso che in tale circostanza a loro sia tributato l’onore del ricordo

E’ ancora Tucidide che lo riporta nei suoi scritti, sottolineando come gli Ateniesi avessero a cuore le norme che regolavano la loro città. Pericle enfatizza la moralizzazione della politica stessa: “un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private” con un’anafora patriottica (poi copiata da molti) a ogni inizio strofa

“Qui ad Atene noi facciamo così”.

Situazione geopolitica durante la Prima guerra del Peloponneso. Immagine di Lokiseinchef condivisa via Wikipedia

Sotto, il discorso integrale di Pericle agli Ateniesi:

Qui ad Atene noi facciamo così.

Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.

Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.

Qui ad Atene noi facciamo così.

La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.

Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.

Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.
E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benché in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.

Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.
Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.

Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versatilità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.

Qui ad Atene noi facciamo così.

La peste che piegò Pericle

Nell’estate del 430 a.C. scoppiò un’epidemia che devastò Atene. Come sempre in momenti di crisi, scoppiarono proteste e contestazioni, talmente diffuse da costringere Pericle a una difesa di se stesso, in un ultimo discorso ai suoi concittadini. Tucidide lo descrive come il confronto finale tra Pericle e i suoi oppositori.

La ricostruzione del volto di Myrtidas, una ragazza di 11 anni che morì durante la peste, il cui cranio fu trovato nella fossa comune di Kerameikos durante i lavori di costruzione della metropolitana di Atene. Fotografia di Tilemahos Efthimiadis condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

Discorso che mostra tutta l’abilità retorica di Pericle, anche quando esprime il rancore verso gli ateniesi, accusati di ingratitudine. Il popolo si quietò per qualche mese, ma non per molto di più.

Intanto, l’epidemia si portò via la sorella ed entrambi i figli legittimi, Paralo e Santippo.

Il principe degli ateniesi, quello che per trent’anni aveva custodito la democrazia nelle proprie mani, quello che aveva creato un impero navale nel Mediterraneo e che aveva sempre affrontato con calma e razionalità ogni avvenimento, mostrò per la prima volta la sua fragilità:

La peste gli aveva portato via la sorella, il primo figlio Santippo, i migliori amici e molti parenti, ma lui non aveva mai ceduto. La famosa fierezza, la forza d’animo che era il suo vanto. Atene aveva sempre ammirato quella specie di eroe […] Depose la corona sulla salma, strinse i pugni sulle tempie, chiusi gli occhi. Fece per rialzarsi ma non ci riuscì. Poi si sentì un sibilo che si trasformò in una specie di muggito mentre il corpo di Pericle cadeva sul corpo di Paralo. Un urlo devastò la quiete del Ceramico e Pericle per la prima volta pianse.

Matteo Nucci, Le lacrime degli eroi, Einaudi, Torino, 2013.

Il suo pianto, che sapeva di rabbia, lutto, impotenza, dolore, per sé e per Atene, è paragonabile al pianto di Achille per la morte di Patroclo.

Un pianto che rivela il lato più autenticamente umano di un uomo trasformato in mito, per niente in contraddizione con l’idea di coraggio ed eroismo.

Morì poco dopo. Era il 429 a. C., e da quel giorno la storia di Atene e della Grecia cambiò, ma la sua cultura, la sua scienza, la sua filosofia, crebbero e diventarono nei secoli che seguirono il suo lascito a tutta la storia del mondo Occidentale.

Martina Manduca
Martina Manduca

Vivo a Venezia e ho studiato Archeologia medievale tra l’Università di Padova e l’Università di Cordoba in Spagna. Sono appassionata di arte, letteratura e cucina e mi piace scoprire un aspetto nuovo di ognuna di esse viaggiando per il mondo.